«Basta con le parole di odio, con il bullismo, con la guerra»; è ora che i cristiani siano una comunità viva e si facciano «costruttori di pace e promotori di riconciliazione». Riceve tanti bigliettini dagli ospiti di «Estate ragazzi» l’agostiniano Papa Leone, in visita a Pavia per venerare le reliquie di Sant’Agostino, «doctor gratiae». «Caro Papa Leone, ti voglio bene; non vedevo l’ora che arrivassi; fai finire la guerra; grazie per tutto». Leone XIV ascolta una giovane peruviana preoccupata per la povertà, la disuguaglianza e le ingiustizie, le guerre e le divisioni, per i tanti problemi di milioni di creature costrette a emigrare, ad abbandonare le proprie case alla ricerca di un futuro migliore e della pace.
«Abbiamo sentito un momento fa – improvvisa Leone a Pavia – dell’importanza della speranza e della pace. Tutti vogliamo vivere in pace. È molto importante che non perdiamo mai la speranza». Richiama l’esortazione di Agostino a vivere in pace cominciando da noi stessi. Il vescovo di Ippona in Algeria 1600 anni fa incoraggiava: «Se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare con noi stessi» e nelle «Confessioni» pregava: «Ci hai creati per destinarci a te, Signore, e non ha pace il nostro cuore finché non riposa in te».
Aggiunge il vescovo di Roma: «Basta con parole di odio, basta con gli insulti, con il bulling, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione. Perseverate, partecipare, cercate di costruire autentica amicizia, non amicizia solo con lo schermo e con il telefonino. Autentica amicizia in persona! E così troveremo che Gesù davvero vive fra noi».
Va a venerare la reliquia del cuore di santa Francesca Saverio Cabrini, nella basilica a lei intitolata a Sant’Angelo Lodigiano. Sottolinea l’attualità del messaggio della patrona dei migranti, che attraversava l’Atlantico per raggiungerli ovunque, dai tuguri alle carceri. Esorta i giovani a conoscere gli ideali della prima canonizzata degli Stati Uniti e cita i suoi scritti: «Nessuna terra troppo lontana, nessuna persona troppo ferita per l’amore del cuore di Gesù». Spiega il papa americano nato a Chicago dove la Santa Cabrini è morta: «Quando ho saputo che Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato di cogliere l’occasione ed eccomi qua». Traccia un parallelo tra l’affetto dimostrato dalla Chiesa locale al vescovo di Roma e quello della sua concittadina santa Francesca: quando dovette scegliere quale «rotta» dare al proprio istituto religioso, le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, chiese lumi a Leone XIII. Grazie anche ai suggerimenti di San Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, nasce il servizio verso le migliaia di emigrati italiani in America e Francesca mette da parte il sogno di recarsi in Cina sull’esempio e sulle orme di San Francesco Saverio: difatti lei scelse come secondo nome il maschile Saverio.
Attualizza Leone XIV: «Se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel “segno”, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa». Si domanda che cosa avrebbe chiesto alla Cabrini, Papa Francesco, figlio di emigrati piemontesi in Argentina, che ha fatto del servizio ai migranti uno dei punti chiave del pontificato. Nella sua terza enciclica, «Dilexit nos» (2024) dedica largo spazio «all’amore umano e divino del cuore di Cristo, mistero di carità infinita» che è stato il vero «motore» della vita di santa Francesca: «L’attualità della devozione al cuore di Cristo è particolarmente evidente nell’opera evangelizzatrice ed educativa di numerose congregazioni religiose femminili e maschili segnate fin dalle origini da questa esperienza spirituale cristologica».
Papa Leone nell’ esortazione apostolica «Dilexi te» (2025) sull’amore verso i poveri, parla di «accompagnare i migranti», e accanto a San Giovanni Battista Scalabrini, cita esplicitamente Santa Francesca Saverio Cabrini: «Il suo cuore materno, che non si dava pace, li raggiungeva dappertutto – gli emigrati –: nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere. Lei ha scritto: “Nessun lavoro sarà troppo difficile, nessuna terra troppo lontana, nessuna persona troppo ferita per l’amore del cuore di Gesù e per tutti coloro invitati a essere portatori dell’amore di Cristo nel mondo. Con il suo esempio e la sua intercessione, Santa Cabrini vi aiuti a essere innamorati di Cristo, testimoni del suo Vangelo con stile operoso e generoso, al servizio dei più poveri».
Pier Giuseppe Accornero


