L’uomo che permette alla Cina di «alzarsi in piedi», trasformando una miriade di province devastate dalla guerra in uno Stato moderno e in una potenza nucleare, è lo stesso che nel 1958 infligge alla popolazione i costi altissimi di una pianificazione insensata come quella del «grande balzo in avanti» che nella successiva carestia provoca 20 milioni di morti e che, nel 1966, per mantenere il potere, non esita a scatenare la violenza e il fanatismo antimoderno della «rivoluzione culturale».
Il giudizio storico sul maoismo
Per il giornalista e storico Paolo Mieli, Mao Tse-tung, il condottiero della «lunga marcia» culminata il 10 ottobre 1949 nell’unificazione del Paese sotto il vessillo della Repubblica popolare e comunista, «è stato insieme il grande modernizzatore capace di fare uscire un miliardo di cinesi dal Medioevo e il despota che nel Medioevo ha tentato di ricacciarli. In quanto ideologia globale, specialmente dopo la rottura con l’Urss, l’influenza del maoismo si è sentita soprattutto nei Paesi ex coloniali, mentre in Occidente ha offerto più che altro una bandiera da sventolare a minoranze fanatizzate, destinate il più delle volte a esaurirsi in lotte fratricide».
La morte del Grande Timoniere e l’ascesa di Deng Xiaoping
Cinquant’anni fa, il 9 settembre 1976 a Pechino a 82 anni muore Mao Tse-tung, che era nato il 26 dicembre 1893. Un milione e mezzo partecipano ai funerali del «grande timoniere», gerarca indiscusso del Partito Comunista. Dopo di lui il potere è assunto gradualmente da Deng Xiaoping, che avvia profonde riforme economiche e aperture all’Occidente.
La Cina contemporanea sotto Xi Jinping
Con il terzo mandato, l’attuale presidente-segretario-despota Xi Jinping si avvia alla dittatura a vita, prototipo dei Paesi comunisti, che cambiano pelle ma non sostanza e non mollano mai il potere.
La proclamazione della Repubblica Popolare Cinese e le persecuzioni
Il 1° ottobre 1949 Mao Tse-tung proclama la Repubblica popolare cinese: il generale nazionalista Chiang Kai-shek, infatti, batte in ritirata e l’immenso continente cade in mano al comunista Mao Tze Tung: il «quattro volte Grande, Grande maestro, Grande capo, Grande comandante supremo, Grande timoniere» fonda la Repubblica basata sul maoismo, interviene nelle guerre in Corea e in India, invade il Tibet. Una forsennata repressione, la riforma agraria (1951), la carestia (1958-61), la Rivoluzione culturale (1966-69) condannano a morte decine di milioni di cinesi. Questa asfissiante dittatura capital-comunista da sempre perseguita le religioni: i cattolici cinesi hanno pagato un prezzo altissimo e sanguinoso.
La presenza della Chiesa cattolica in Cina prima del regime
I cattolici nel 1948 erano 3.274.740, 190.850 catecumeni, 5.788 sacerdoti (2.698 cinesi, 3.090 stranieri), 7.463 suore (5.112 cinesi, 2.351 straniere), 840 fratelli (442 cinesi, 398 stranieri). La gerarchia ecclesiastica è istituita nel 1946. Nel 1949 ci sono 20 archidiocesi, 85 diocesi e 34 prefetture apostoliche: i vescovi cinesi sono 20, un’altra trentina vengono nominati. Le opere sociali della Chiesa sono colossali: 216 ospedali e case di ricovero, 6 lebbrosari, 781 dispensari medici, 254 orfanotrofi, 3 università, 189 scuole superiori e secondarie, 2.011 scuole elementari, 2.243 scuolette di villaggio, 32 tipografie, una cinquantina di giornali e riviste.
L’inizio della repressione anti-religiosa (1949-1950)
Il Pcc avvia un’intensa propaganda per l’ateismo e la repressione delle «attività contro-rivoluzionarie», anzitutto religiose. Lo Stato chiude 3 università cattoliche, scuole superiori e scuole catechistiche; impone il «Movimento delle Tre Autonomie» (legislativa, di governo e finanziaria), mira a staccare i cattolici da Roma arrestando vescovi, sacerdoti e cristiani. La persecuzione rigetta la Chiesa nelle catacombe; intensifica gli attacchi alla stampa cattolica e gli arresti; chiude seminari, conventi e scuole.
Gli interventi del Vaticano e l’inasprimento della persecuzione negli anni ’50
18 gennaio 1952 – Pio XII nella lettera apostolica «Cupimus imprimis» al popolo e ai cristiani cinesi esprime solidarietà e afferma la volontà di servire il popolo cinese e di andare verso la indigenizzazione. A fine 1952 i preti stranieri sono rimasti 537, su più di 3.000 del 1949; i preti cinesi in carcere sono 200-300. Nel settembre 1955 rimangono 2 vescovi, 14 preti, 11 suore stranieri; gli altri in prigione. Anche il 1958 è un anno terribile per i cristiani, che devono scegliere se restare fedeli a Roma e finire ai lavori forzati o staccarsi e vivere tranquilli. Dal 1961 in Cina non c’è più alcun seminario aperto: nel 1949 erano più di 300, fra diocesani e religiosi.
L’impegno di Paolo VI per il dialogo con Pechino e la furia della Rivoluzione Culturale
20 ottobre 1963 – In un discorso Paolo VI esprime «paterna trepidazione e paterno dolore» per la situazione della Chiesa in Cina: vorrebbe abbracciare tutti i vescovi cinesi al Concilio Vaticano II (1962-65) «mentre i loro posti vuoti sono per noi come altrettante spine di dolore». Parla di «tutti» i pastori, senza accennare alle consacrazioni illecite. E 4 ottobre 1965 nel discorso all’Onu a New York Paolo VI invoca per le Nazioni Unite la formula dell’«eguaglianza fra gli Stati e la partecipazione di tutti i Paesi all’assise mondiale». È un aiuto al governo cinese, che è riconosciuto anche da Paesi occidentali, come la Francia. Il 31 dicembre il Papa manda a Mao un messaggio di felicitazioni e di auguri, che rimane senza risposta.
Nell’agosto 1966 La «Rivoluzione culturale» condanna tutte le religioni – e Pechino espelle le ultime 8 suore europee che tenevano una scuola per i figli dei diplomatici stranieri – chiude le poche chiese rimaste; alcune sono vandalizzate e distrutte dalle «guardie rosse» che perseguitano vescovi e sacerdoti, compresi i «patriottici». Nel 1967 Paolo VI riafferma affetto e stima per il popolo cinese: «Vorremmo parlare di pace a coloro che presiedono ai destini della Cina», Paese completamente ateo.
Dalla transizione post-Mao alle riaperture di Giovanni Paolo II
9 settembre 1976 – Muore Mao e si scatena la lotta fra la «Banda dei quattro» e i riformisti moderati: vincono questi ultimi e conducono la Cina verso le «quattro modernizzazioni» (agricoltura, forze armate, industria, tecnica). Si accentua la politica di apertura e tolleranza verso le religioni. Il 18 febbraio 1981 a Manila, nel viaggio in Estremo Oriente, Giovanni Paolo II in un lungo e caldo messaggio al popolo e ai cristiani esprime stima per la Cina e la sua cultura; ammette che non sempre i missionari «hanno mostrato la medesima comprensione»; invita i cattolici a «contribuire alla costruzione del Paese, poiché un vero e fedele cristiano è anche un onesto e buon cittadino; non c’è opposizione o incompatibilità nell’essere vero cristiano e autentico cinese. La Chiesa non ha mire politiche o economiche: desidera essere anche in Cina messaggera del Regno di Dio».
L’accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese
Il 22 settembre 2018, dopo decenni di terrificanti persecuzioni, a Pechino Repubblica popolare e Santa Sede firmano un «accordo provvisorio» sulla nomina dei vescovi: indicati dal Papa, sono sotto il controllo del governo comunista. Spunta una nuova primavera per i cattolici nella «Terra di mezzo». L’accordo è rinnovato nel 2020 e 2022 per quattro anni.
Pier Giuseppe Accornero



