L’eredità di don Mecu, “dare di più a chi ha avuto di meno”

Due anni dalla morte – Don Luigi Ciotti lo scorso 2 marzo ha presieduto al Ferrante Aporti la Messa nel secondo anniversario dalla morte dell’amico don Domenico Ricca, per numerosi anni cappellano dell’Istituto penale minorile torinese

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Don Domenico Ricca (1946-2024)

“Meco è tutto ciò che i ragazzi hanno qui dentro al Ferrante per ogni cosa lui c’è sempre: oltre alla Messa della domenica lui c’è anche durante i giorni della settimana. Non mancano mai le battute e le risate che facciamo con lui. Don Mecu cerca di non essere solo il cappellano del carcere ma è molto di più anche per i ragazzi di altre religioni». Sono le parole di un ragazzo ristretto al Ferrante scritte qualche anno fa in un tema, quando era cappellano dell’Istituto penale minorile (Ipm) il salesiano don Domenico Ricca, per tutti don Meco. Pensieri che richiamano il ricordo di Meco tracciato dall’amico don Luigi Ciotti, durante la Messa che ha presieduto nell’Istituto il 2 marzo scorso, nel secondo anniversario dalla morte a 77 anni, dopo una malattia che lo ha colpito poco dopo il termine del suo ministero di oltre 40 come cappellano dell’Ipm, accanto ai ragazzi “discoli e pericolanti» come li definiva don Bosco.

Alla Messa, concelebrata dal cappellano don Silvano Oni, confratello di don Ricca che sta proseguendo con passione la sua opera per “dare di più ai ragazzi che hanno avuto di meno», oltre ai giovani reclusi, alla direzione, al personale (agenti, educatori, insegnanti) e ai volontari, hanno partecipato tra gli altri Emma Avezzù, procuratore per i minorenni presso il Tribunale di Torino e per la città il vicesindaco Michela Favaro. Don Ciotti, commentando il Vangelo della Samaritana che incontra Gesù al pozzo di Sicar, ha invitato a proseguire l’opera di don Meco che ai ragazzi ristretti e all’Istituto offriva parole di speranza, “l’acqua viva che salva» anche dopo la pena: sono tanti i ragazzi che il cappellano ha seguito nel loro percorso di reinserimento fuori le mura dell’Imp perché era convinto che la comunità cristiana e civile avesse il dovere di camminare al passo con chi fa più fatica ed è nato – come era solito dire – «nella culla sbagliata».

E proprio sul carisma salesiano si fonda l’opera educativa dei cappellani con i ragazzi ristretti. È alla «Generala», oggi l’Imp «Ferrante Aporti», che don Bosco, inviato dal suo padre spirituale san Giuseppe Cafasso, immaginò il suo sistema preventivo. Visitando e parlando con i «giovani discoli e pericolanti» e ascoltando gli affanni di quei ragazzi senza una famiglia di riferimento, il santo torinese inventò l’oratorio. Ed è per questo che da allora i cappellani dell’Ipm sono salesiani e lo stile con cui, da don Bosco in poi, seguono i ragazzi è quello del sacerdote da oratorio. Così don Mecu stava al Ferrante, come faceva da giovane prete, in cortile, informalmente a chiacchierare con i ragazzi, anche quando i giovani ristretti si erano macchiati di reati gravi (don Ricca fu anche tutore di Erika, la giovane di Novi Ligure che con il fidanzatino Omar riempì le cronache per molti mesi nel 2001). «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto». Così don Bosco invitava i suoi salesiani a cercare e accogliere i ragazzi e le ragazze difficili della Torino dell’800, molto simile alla città di oggi, soprattutto nelle periferie che frequentavano i santi sociali. E le parole di don Bosco sono l’eredità di don Mecu, una vita dedicata al riscatto dei ragazzi finiti dietro le sbarre per trovare «quel punto su cui far leva» per superare le fragilità e lasciarsi alle spalle il marchio del reato.

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