Lettera Apostolica di Papa Francesco su Dante

Dantedì – Il 25 marzo 2021 Papa Francesco ha promulgato la Lettera apostolica «Candor lucis aeternae» dedicata a Dante Alighieri nel 700° anniversario della morte (14 settembre 1321)

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Papa Francesco considera Dante Alighieri «un profeta della speranza». Lo rivela il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, in un’intervista al «Corriere della Sera». E «La Divina Commedia» è un grande viaggio che comincia il 25 marzo del (forse) 1302. E il 25 marzo 2021 Francesco promulga la lettera apostolica «Candor lucis aeternae» dedicata a Dante Alighieri nel 700° della morte (1321-13 o 14 settembre-2021). Ravasi fa riferimento al «candore de la etterna luce» che Dante, nel «Convivio», cita dal libro della Sapienza: «Nella tradizione della Chiesa il 25 marzo è il giorno dell’Annunciazione e anche della morte di Gesù, la data prossima all’equinozio di primavera che la dantistica indica come giorno d’inizio della “Commedia”».

Francesco: «Dante ci invita a ritrovare il senso del nostro percorso umano» – Lo disse il 10 ottobre 2020 alla delegazione della diocesi di Ravenna: «Per lui l’esilio è stato talmente significativo da diventare una chiave di interpretazione non solo della sua vita ma del viaggio di ogni uomo e donna nella storia e oltre la storia». Bergoglio auspica che le celebrazioni nel VII centenario della morte del «sommo poeta» «stimolino a rivisitare la sua “Commedia” così che, resi consapevoli della nostra condizione di esuli, ci lasciamo provocare a quel cammino di conversione dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’Inferno a quella beatificante del Paradiso. Potrebbe sembrare che questi sette secoli abbiano scavato una distanza incolmabile tra noi, uomini e donne dell’epoca postmoderna e secolarizzata, e lui, straordinario esponente di una stagione aurea della civiltà europea. Non è così. Gli adolescenti, se hanno la possibilità di accostarsi alla poesia di Dante, riscontrano la lontananza dell’autore e del suo mondo e avvertono una sorprendente risonanza. Questo avviene specialmente là dove l’allegoria lascia lo spazio al simbolo, dove l’umano traspare più evidente e nudo, dove la passione civile vibra più intensa, dove il fascino del vero, del bello e del bene, ultimamente il fascino di Dio fa sentire la sua potente attrazione. Potremo arricchirci dell’esperienza di Dante per attraversare le tante selve oscure della nostra terra e compiere felicemente il nostro pellegrinaggio nella storia, per giungere alla meta sognata e desiderata da ogni uomo: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”».

Il 13 o 14 settembre 1321 Dante muore a Ravenna forse di malaria – Sta tornando  da un’ambasceria a Venezia. Viene sepolto in un’arca presso il tempio ravennate di San Pier Maggiore e non ha mai lasciato la città. «La Commedia» comincia a diffondersi dopo Giovanni Boccaccio (1313-1375). Perché «Commedia»? Lo spiega a Cangrande della Scala: il finale, con l’ascesa alla beatitudine, è colmo di gioia e solo l’inizio, con la discesa agli inferi, è pauroso e difficoltoso «e lo stile non vuole scalare le vette delle antiche tragedie, ma si accontenta di una via di mezzo modesta e accessibile». Celebre l’«incipit»: «Nel mezzo del cammin di nostra i vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita». Dante è guidato dal Purgatorio al Paradiso non da un santo cristiano ma da Virgilio, poeta pagano: proprio perché tale non può accedere al Paradiso.

Leone XIII (1878-1903) ha un grande amore per «La Divina Commedia» e propone il poeta nel suo progetto di restaurazione del pensiero cattolico fondato sul tomismo, sottraendo Dante alle farneticazioni liberal-massoniche. Benedetto XV (1914-1922) onora Dante con la breve enciclica «In praeclara summorum» (30 aprile 1921) nel sesto centenario della morte: «E voi, cari ragazzi, che avete la gioia di dedicarvi, sotto la guida del magistero della Chiesa, allo studio delle lettere e delle arti, continuate – come già state facendo – ad amare e a interessarvi di questo nobile poeta, che noi non esitiamo a chiamare il più eloquente panegirista e cantore dell’ideale cristiano». Lo elogia per la fede incrollabile e il pensiero cattolico; per le idee sul governo divino del mondo; per la perenne validità del messaggio cristiano trasmesso dalla «Divina Commedia»; per la perfetta ortodossia. Quasi certamente, per la stesura, si serve del gesuita Giovanni Busnelli, redattore de «La Civiltà Cattolica» e dantista di fama. L’enciclica contiene interessanti osservazioni sul pensiero sociale di Dante e si inserisce nella polemica anche politica contro i liberal-massoni che separano Alighieri dal Cristianesimo e lo  presentano come campione di un’idea laica e quasi pagana. Nel settembre 1920 Benedetto Croce, anche ministro della Pubblica Istruzione, pubblica il saggio «La poesia di Dante» e l’enciclica replica all’appropriazione istituzionale operata da Croce.

Paolo VI unisce il culto della poesia al riconoscimento del valore dottrinale per la Chiesa e l’umanesimo cristiano. La lettera apostolica «Altissimi cantus» è datata 7 dicembre 1965, festa di Sant’Ambrogio, vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II. Il dotto Pontefice fa di Dante l’artista che ancora parla alla Chiesa della modernità. Egli dona «La Divina Commedia» ai padri conciliari: «Alcuni critici hanno sostenuto che non fosse poetica quando e dove è impregnata di teologia. Altri ritengono che splenda e brilli di una luce meridiana, tutta sua. In un’autentica poesia è racchiusa un’aspirazione verso l’infinito della suprema bellezza e bontà». Per Papa Montini «Dante è nostro», ne afferma l’universalità e ne scopre i tesori del pensiero e del sentimento cristiano: «Né rincresce ricordare che la voce di Dante si alzò sferzante e severa contro più d’un pontefice romano ed ebbe aspre rampogne per istituzioni ecclesiastiche e per persone che della Chiesa furono ministri e rappresentanti». Nella «Commedia» abbondano i Papi all’«Inferno, come Niccolò III e Bonifacio VIIII che non era ancora morto; due sono in «Purgatorio» e uno solo in «Paradiso» (San Pietro). Il giudizio sulla Chiesa è durissimo: «Ala puttana e a la nova belva» scrive nel «Purgatorio».

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