«Liberi di scegliere se migrare o restare»

Messaggio del Papa – Quella di migrare dovrebbe essere una scelta libera. Cosa che in realtà non avviene quasi mai. Si articola intorno a questa idea fondamentale il messaggio di Papa Francesco per la 109ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato di domenica 24 settembre 2023

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Quella di migrare dovrebbe essere una scelta libera. Cosa che in realtà non avviene quasi mai. Si articola intorno a questa idea fondamentale il messaggio di Papa Francesco per la 109ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato di domenica 24 settembre 2023. Il titolo «Liberi di scegliere se migrare o restare» richiama la campagna lanciata nel 2017 dalla Conferenza episcopale italiana che segna l’avvio di decine di progetti in 131 Paesi. La novità è rappresentata dal secondo verbo, cioè dalla necessità di creare le condizioni perché chi è costretto ad abbandonare la propria terra possa decidere di rimanerci, come ha ribadito con forza Papa Bergoglio in questi due giorni a Marsiglia per i «Rencontres Méditerranéennes».

«Persecuzioni, guerre, fenomeni atmosferici e miseria sono – dice il Papa – tra le cause più visibili delle migrazioni forzate. I migranti scappano per povertà, paura, disperazione». È necessario un impegno di tutti a trasformare la decisione di andarsene da necessità a volontà libera: «Il primo passo è chiederci che cosa possiamo fare ma anche cosa dobbiamo smettere di fare. Occorre prodigarsi per fermare la corsa agli armamenti, il colonialismo economico, la razzia delle risorse altrui, la devastazione della nostra casa comune. Bisogna sforzarsi di garantire a tutti un’equa partecipazione al bene comune, il rispetto dei diritti fondamentali e l’accesso allo sviluppo umano integrale». Il compito principale «spetta ai Paesi di origine e ai  governanti, chiamati a esercitare la buona politica, trasparente, onesta, lungimirante e al servizio di tutti». Al tempo stesso «lì dove le circostanze permettono di scegliere se migrare o restare, si dovrà garantire che la scelta sia informata e ponderata per evitare che tanti cadano vittime di rischiose illusioni o di trafficanti senza scrupoli».

Dinanzi alla Chiesa c’è il Giubileo del 2025. Osserva il Pontefice: «Per il popolo d’Israele rappresentava un atto di giustizia collettivo: tutti potevano tornare nella situazione originaria, con la cancellazione del debito, la restituzione della terra, la possibilità di godere di nuovo della libertà». Bergoglio invita «a uno sforzo congiunto dei singoli Paesi e della comunità internazionale per assicurare a tutti il diritto a non dover emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra. Un diritto non ancora codificato ma di fondamentale importanza, la cui garanzia è da comprendersi come corresponsabilità di tutti gli Stati verso un bene comune che va oltre i confini nazionali. Poiché le risorse mondiali non sono illimitate, lo sviluppo dei Paesi economicamente più poveri dipende dalla capacità di condivisione che si riesce a generare tra tutti i Paesi».

La «Giornata mondiale del migrante e del rifugiato» è la più antica che la Chiesa celebra. Chi sbraita «blocco navale a difesa dei confini nazionali» dovrebbe ripassare la storia: l’umanità è una storia di migrazioni. Per millenni moltissime popolazioni sono nomadi perché l’economia è legata alla pastorizia e al commercio. Le navi cercano nuovi sbocchi mercantili, popolazioni e territori da soggiogare. Nel Medioevo la società è fondata sull’agricoltura, sulla proprietà terriera: vagabondi e viandanti diventano «banditi», cioè «colpiti da bando». Nel Cinque-Seicento 50-55 milioni emigrano dall’Europa e colonizzano il Pianeta. Prima partono scopritori, avventurieri, conquistatori; poi mercanti, missionari, militari; infine esiliati, galeotti, eretici, oppositori politici. Undici milioni di africani, incatenati alle immonde galere schiaviste, sono deportati in America. Tra il 1820 e il 1940 altra grande ondata: 60 milioni di europei – 16 milioni di italiani – vanno nelle Americhe e in Australia. Tra questi zii, nonni paterni e papà di Jorge Mario Bergoglio – futuro Papa Francesco – nel 1929 emigrano dal Piemonte in Argentina. Nell’Otto-Novecento ininterrotto è il flusso dalle campagne alle città, da Sud a Nord, da Est a Ovest. E in Europa dalle dittature sovietico-comuniste ai Paesi liberi. Oggi le rotte più battute sono Messico-Stati Uniti e India-Arabia Saudita. I rapporti Onu segnalano 250-300 milioni in movimento all’anno: vanno negli Stati Uniti, Arabia Saudita, Germania, Gran Bretagna, Emirati Arabi, Francia, Canada, Spagna e, ben in basso, Italia. I Paesi con più emigrati sono India, Messico, Russia, Cina, Bangladesh, Siria, Pakistan, Ucraina: non ci sono nazioni africane.

Leone XIII e i vescovi Giovanni Scalabrini e Geremia Bonomelli si occupano degli emigrati italiani: «Per la difficile e disastrosa condizione degli immigrati occorre evitare il degrado umano e spirituale di tanti infelici e bisogna incaricare dei sacerdoti per la loro assistenza». Leone XII nel 1888 indirizza ai vescovi degli Stati Uniti l’epistola «Quam aerumnosa. La difficile condizione degli emigrati italiani»,  informandoli che a Piacenza era stato fondato «un collegio per formare sacerdoti che si dedicheranno alla cura pastorale dei migranti italiani»: i Missionari e le Missionarie di San Carlo fondati da Scalabrini vescovo di Piacenza». Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, nella lettera pastorale del 1896 scrive che «l’emigrazione or cresce, or scema, ma non cessa mai del tutto e che per gli uni è un bene, per gli altri è un male e per non pochi è un fenomeno inosservato, perché quasi ordinario e del quale non vale la pena occuparsi. Strano contegno quello di questi ultimi! Come se la partenza dall’Italia di 100 mila persone ogni anno fosse un fatto di nessuna o lieve importanza pel nostro Paese. L’emigrazione è strettamente legata a tutte le questioni economiche del lavoro e del salario, dei sistemi di agricoltura e della questione sociale, che muta le forme ma in sostanza è sempre la stessa». Preoccupano Bonomelli le precarie condizioni nelle quali sono «gittati» gli emigranti. «Come non commuoverci al pensiero dei patimenti morali, che questo strappo della Patria deve cagionare in tanti nostri fratelli? Come non volgere un mesto pensiero ai disagi e ai pericoli della lunga navigazione, specialmente per le donne e pei bambini, e alla sorte si incerta che attende tanti esuli sulle spiagge del Continente americano?».

La Giornata nasce a opera di Benedetto XV. La Congregazione concistoriale (poi dei vescovi) il 6 dicembre 1914 autorizza la Giornata e l’Italia è la prima a celebrarla, pochi mesi prima che l’Italia (24 maggio) entri nella Grande Guerra. Pio XII nel 1950 proclama «celeste patrona di tutti gli emigranti» l’italiana Francesca Cabrini e il 1° agosto 1952 istituisce il Consiglio superiore per l’emigrazione. Paolo VI il 19 marzo 1970 crea la Pontificia Commissione per la cura spirituale dei migranti e itineranti», che Giovanni Paolo II trasforma in Pontificio Consiglio. Francesco il 31 agosto 2016 istituisce il Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale con una sezione per i profughi e migranti. In Italia l’episcopato, dopo la «Lettera collettiva al clero» su «Il problema delle migrazioni» (1962), istituisce l’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana (Ucei) che nel 1987 diventa Fondazione Migrantes.

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