Mercoledì 6 agosto 2025 sono stati celebrati i funerali di Alessandra Balocco, mancata per una malattia ad inizio mese, a soli 61 anni di età. Era l’amministratrice delegata della Balocco S.p.A, nota azienda dolciaria di Fossano, antica cittadina in provincia di Cuneo. Il suo decesso è avvenuto a poco meno di tre anni di distanza dalla scomparsa del fratello Alberto, che l’aveva preceduta nella guida della società, che perse la vita a soli 56 anni in un incidente in montagna, colpito da un fulmine mentre compiva un’escursione in bicicletta nei pressi del Colle dell’Assietta, a cavallo delle valli di Susa e del Chisone. L’incidente mortale coinvolse anche il suo compagno di gita, il torinese Davide Vigo.
Alessandra ed Alberto rappresentavano la terza generazione della famiglia fossanese che iniziò a produrre dolci già nel 1927. Il loro padre Aldo, scomparso ad oltre 90 anni anche lui nel 2022, aveva trasformato l’artigianale ditta paterna in un’importante e moderna industria, contribuendo, insieme alla Maina, a fare della loro città una delle capitali italiane dei prodotti da forno, in particolare dei panettoni. L’impresa sarà ora guidata dai loro due figli appena trentenni.

Questo tragico episodio rappresenta l’ultima tappa, in ordine temporale, di un corposo elenco di industriali piemontesi morti prematuramente, quando per età ed esperienza avrebbero potuto dare ancora molto ai loro cari e all’economia nazionale. La scomparsa improvvisa di un imprenditore può essere molto nociva per la sua azienda, se non si sono già previste ipotesi alternative o non ci sono soci o eredi in grado di proseguire. Talvolta l’imprevisto passaggio generazionale ha molto pesato sulle continuità aziendali, mettendo in crisi l’economia di molti settori produttivi e causando forti perdite di posti di lavoro. In altri casi, invece, le società hanno trovato le necessarie energie per continuare le loro attività. Dato il forte impatto che questi avvenimenti hanno avuto sul Piemonte, proponiamo la ricostruzione di alcuni di essi.
Anche la forse più importante famiglia imprenditoriale del Piemonte, gli Agnelli, è stata colpita da lutti prematuri, ricordiamo il suicidio di Edoardo, il figlio maschio di Gianni, l’”Avvocato”, avvenuto gettandosi da un viadotto dell’autostrada Torino – Savona, a pochi chilometri da Fossano, nel 2000, a 46 anni di età (l’ipotesi formulata da alcuni che non si trattasse di un suicidio non ha mai trovato reali riscontri), ma Edoardo non aveva ruoli nelle imprese del Gruppo. La sua fine era stata preceduta da quella del cugino Giovanni Alberto, figlio di Umberto, nel 1997, a soli 36 anni, per un tumore incurabile. Il giovane era “l’erede designato” per la conduzione societaria. Anche il loro nonno Edoardo, figlio di uno dei fondatori della Fiat, Giovanni, morì presto, nel 1935 quando aveva 43 anni, a causa di un incidente che coinvolse l’idrovolante su cui viaggiava, che era appena ammarato nel Golfo di Genova. Anche il figlio meno noto di Edoardo, Giorgio, scomparve a soli 36 anni nel 1965, ma anche lui non aveva incarichi nel gruppo. Pure il nonno di Edoardo, il padre di Giovanni, che si chiamava anche lui Edoardo, imprenditore torinese già ben prima della nascita dell’impresa automobilistica, morì presto, a 40 anni, nel 1871. Lo stesso Umberto Agnelli, settantenne, scomparve nel 2004 quando stava da poco pilotando la complessa situazione economica in cui si trovavano le loro società. La presenza ancora operativa del fondatore della Fiat e la scelta di adeguati dirigenti, tra i quali il controverso Vittorio Valletta, consentirono alla Fiat di supplire alla perdita di Edoardo Agnelli negli Anni Trenta dello scorso secolo. Un insieme di capaci figure professionali, tra le quali emerse soprattutto Sergio Marchionne, consentì il superamento della crisi dovuta alle morti di Gianni ed Umberto pochi decenni or sono, anche se il Gruppo ha via via diminuito la sua parte industriale a vantaggio di quella finanziaria, con perdita di posti di lavoro e di centralità piemontese. La cessione di Iveco (per le produzioni civili agli indiani di Tata) né è solo la più recente conferma.
A 48 anni nel 2011 morì per un infarto, mentre si allenava in bicicletta in Sudafrica, Pietro Ferrero, figlio primogenito di Michele (1925-2015), il fondatore dell’omonima impresa dolciaria che da Alba si è diffusa in tutto il mondo. A succedergli fu il fratello minore Giovanni, che era già operante in azienda. Con i genitori di Pietro e con collaboratori di alta qualità, la Ferrero ha continuato la sua espansione mondiale, mantenendo però il suo cuore operativo e un importante stabilimento nella capitale delle Langhe, dove il benessere dei titolari è stato accompagnato da diffuse iniziative sociali a favore dei i dipendenti e del territorio circostante.
Sempre in tempi recenti, nel 2008, quando aveva 51 anni, Andrea Pininfarina, anche lui esponente della terza generazione a capo di un’azienda, inizialmente familiare, poi nota mondialmente e quotata in Borsa, ebbe un incidente mortale, nei pressi di Torino, mentre si recava al lavoro alla guida della sua motocicletta, investito da un auto che non rispettò uno stop. Gli successe il più giovane fratello Paolo (1958-2024). L’azienda esiste ancora, ma è molto ridimensionata rispetto ai suoi anni d’oro, soprattutto per la chiusura dei siti piemontesi dove di producevano auto. Dal 2015 la maggioranza delle azioni sono state ceduta al gruppo indiano Mahindra.
Nel 1987, a soli 42 anni, una malattia allora spesso incurabile pose fine alla vita di Maurizio Vitale Cesa. L’azienda familiare che produceva abbigliamento intimo (il Maglificio Calzificio Torinese, Mct), grazie a lui ottenne una fama mondiale con i Jesus Jeans e i capi Robe di Kappa. Dopo varie vicissitudini quelle attività fanno ora parte del Gruppo Basic Net, della famiglia Boglione. Marco Boglione aveva lavorato con Vitale Cesa e ne recuperò i marchi ad un’asta fallimentare nel 1994. Pure la storica Superga (calzature), che aveva lo stabilimento in via Verolengo, appartiene al Gruppo, ora guidato anche dai figli di Boglione. Le produzioni non sono più a Torino, ma la testa sì, che è già molto rispetto ad altre situazioni.
Il 27 febbraio 1960 morì, su un treno diretto in Svizzera, Adriano Olivetti, nato nel 1901 ad Ivrea. Molto è stato scritto su di lui, anche se non abbastanza sulla sua morte. Era un industriale innovativo e capace e pure un politico visionario, forse una personalità troppo moderna per la l’Italia provinciale dell’epoca. L’Olivetti S.p.a. esiste ancora oggi e fa parte del Gruppo Tim, ma è un pallido ricordo dell’impresa globale di Adriano, che era un gigante tecnologico (e sociale, per la sua attenzione al personale e al territorio), però con i piedi economici e politici di argilla (probabilmente pure avversata da una potente concorrenza sleale). Nonostante le sue potenzialità e un gruppo di dirigenti capaci, ma orfani di una guida insostituibile, alla lunga, spolpata anche da proprietà successive alla famiglia Olivetti, finì un’esperienza industriale e intellettuale forse mai più ripetibile in Italia.
Pur con alterne vicende, gli esempi finora riportati riguardano società ancora oggi esistenti. In altri casi alcune importanti imprese non hanno superato il passaggio generazionale o la morte prematura dei loro titolari. La perdita di un familiare ancora giovane è sempre un dramma, ma quando la persona svolge pure un importante ruolo economico, la sua scomparsa interroga anche la comunità civile, per le conseguenze economiche e sociali che questa fine potrebbe determinare sul territorio sul quale l’impresa impatta. Il passaggio generazionale nella direzione (o nella proprietà) di un’azienda più o meno familiare non è mai scontato, ma l’auspicio è che, comunque, si trovino sempre soluzioni che garantiscano continuità e sviluppo. Non sempre è stato così.
Due esponenti della famiglia Rivetti, Silvio e suo nipote Marco, figlio di suo fratello Franco, morirono prematuramente. Silvio nel 1961, dopo aver compiuto da appena due giorni 40 anni, per un incidente automobilistico sull’autostrada Milano – Torino, avvenuto nei pressi di un cantiere di ampliamento; Marco per malattia nel 1996, a 53 anni. I tre fratelli Silvio, Franco e Pier Giorgio Rivetti si staccarono dai lanifici biellesi, appartenenti alla loro vasta e storica famiglia imprenditoriale, per rilevare una delle loro aziende, il Gruppo Finanziario Tessile (Gft), trasformandola, da ditta nazionale, nel colosso mondiale dell’abito confezionato (venduto soprattutto nei negozi Marus), con i marchi Facis, Cori, Sidi, Stone Island, ecc.,… inaugurando così la grande stagione delle produzioni industriali di capi firmati da noti stilisti, quali Armani, Valentino, Chiara Boni,… vestiti non più realizzati in numeri limitati, ma in quantità a disposizione di portafogli più diffusi. Se una prosperosa famiglia raccontò che i suoi esponenti “vestivano alla marinara”, almeno una generazione di famiglie molto meno abbienti, negli anni del boom economico, vestiva “alla Marus (Magazzini Abbigliamenti Ragazzo Uomo Signora)”. Pure Franco e Pier Giorgio morirono troppo presto, anche se non giovani. L’insieme dei lutti e di circostanze sfavorevoli (economiche, ma non solo e probabilmente pilotate) posero fine, facendone spezzatino, ad una realtà imprenditoriale che arrivò ad occupare in Italia oltre cinquemila persone, la maggior parte delle quali in Piemonte.
Ora la Ceat (Cavi Elettrici e Affini Torino) è un marchio indiano e nulla resta delle sue fabbriche torinesi. La produzione di pneumatici e di cavi non arrivò alla terza generazione di conduzione familiare. Alberto Bruni Tedeschi, figlio del fondatore Virginio, vendette la società, preferendo l’attività musicale a quella imprenditoriale. Il figlio maschio, omonimo del fondatore, morì prematuramente e non lavorò mai in azienda, ugualmente non furono interessate le sue note figlie Valeria e Carla, che scelsero altre strade.
Altre strade furono pure scelte da due giovani rampolli della Torino imprenditoriale. Uno era il giovane figlio del proprietario e direttore de La Stampa, che dovette cedere il giornale per imposizione della dittatura fascista; l’altro un giovanissimo esponente di un’importante famiglia operante nel settore assicurativo. Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis saranno proclamati santi il prossimo 7 settembre, ma la loro è stata tutta un’altra storia.
Stefano PASSAGGIO



