L’incredulità porta alla Croce

Commento alle Letture della XIV Domenica del Tempo ordinario – domenica 7 luglio -Vangelo  Marco 6,1-6

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Il capitolo in cui si trova il racconto di questa domenica apre la terza sessione del Vangelo di Marco dove siamo messi di fronte al rifiuto di Gesù da parte dei suoi concittadini di Nazareth. Nella seconda sessione, dopo la guarigione del paralitico, l’evangelista ci racconta che i capi dei sacerdoti e gli scribi iniziano ad organizzare l’eliminazione fisica di Gesù. Un piano che si prepara in qualche modo attraverso il clima di ostilità e di astio nei confronti del maestro che esprime una sapienza e una forza che viene «da fuori di sè».

Nella sinagoga di Nazareth Gesù come suo solito (vedi il Vangelo di Luca) pieno di Spirito Santo, seguendo il profeta Isaia proclama a tutti il senso della sua missione e come ci riporta il Vangelo di Marco i suoi uditori, i suoi concittadini sono pieni di stupore e si interrogano su chi mai sia questo profeta e nell’interrogarsi però definiscono il loro stupore dentro i confini di un ragionamento ferreo che non permette sorprese. Le cinque domande sono tipiche del procedere rabbinico che però sono fini a sè stesse non aiutano ad aprirsi alla novità del Vangelo.

Possiamo sintetizzarle così: noi ti conosciamo, sappiamo tutto di te in qualche modo sei inquadrato dentro ciò che ci hanno detto di Dio e del suo intervento nella storia, un intervento sì potente ma impossibile che possa attuarsi con i gesti ordinari,  nella vita di tutti i giorni, nelle parole ordinarie del Messia di turno: Dio quando interviene lo fa con prodigi e segni potenti non con l’ordinaria presenza di un rabbì della porta accanto. In questo stupore si nasconde – e neanche troppo – il motivo di scandalo: ciò che per l’uomo è inconcepibile, impossibile deve essere così anche per Dio. Ciò che è sapienza di Dio è scandalo per i giudei. Tutta la mia riflessione si concentra sulla reazione di Gesù che non può operare miracoli.

Marco attenua la reazione di Gesù e dice che  impone solo le mani e guarisce solo pochi malati, l’incredulità dei suoi lo limita. Possiamo dire che da qui inizia il tormento di Gesù che si rivelerà in tutta la sua durezza nel momento della passione e della croce. L’incredulità dei suoi però nel percorso di Vangelo di Marco è il prodromo della sua passione.

Gesù prende su di sè il mistero del suo rifiuto, il mistero di tutti coloro che sono rifiutati senza un perché se mai di fronte al rifiuto ci può essere un perché. Ma c’è di più: se il rifiuto limita l’agire di Gesù nella sua patria tuttavia lo stesso rifiuto, questo rifiuto così grande dovuto alla chiusura del cuore e alla dura cervice, sarà il motivo principe che condurrà Gesù al Calvario e lì dove proprio sembrerà che l’incredulità e il rifiuto raggiungano il loro culmine Gesù decide di vincere l’incredulità battendola sul suo stesso terreno.

L’incredulità pretende segni, dimostrazioni, elementi incontrovertibili e la croce di fronte alla quale si manifesta la fede del centurione non offre dimostrazioni, elementi incontrovertibili, segni portentosi: la croce spoglia sulla quale è appeso Gesù crocifigge i nostri argomenti ragionevoli che ci spingono all’incredulità e ci offre invece un solido motivo per credere e per sperare: Dio nel suo Figlio Gesù non si studia ma si sperimenta, si sperimenta lì dove crollano i ragionamenti e ci si abbandona al dono di sé per Lui.

L’incredulità costringe Gesù a non poter operare se non pochissimi prodigi. Così Gesù si rimette in cammino insegnando e in questo modo anche ciascuno di noi è invitato a rimettersi in cammino e riconsiderare seriamente il suo personale rapporto con Lui e lasciare da parte l’incredulità che consiste poi nel ritenere di sapere già tutto di Lui e non lasciarsi sorprendere dalla sua amorevole iniziativa. Ci aiuta a concludere questo breve commento la parola di san Paolo: «cosicché non conosciamo più nessuno secondo la carne. E se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16).

padre Andrea Marchini 

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