Lo spreco dei medici pagati milleduecento euro al giorno

Piemonte – Sul territorio regionale un ospedale su due copre i turni dei camici bianchi con professionisti esterni, assunti a giornata e strapagati – A Torino capita al Martini e al Maria Vittoria

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Mille e duecento euro al giorno per ogni medico in servizio. Costa carissimo alla Sanità pubblica piemontese il ricorso ai professionisti «a gettone» assunti dagli ospedali regionali attraverso agenzie di somministrazione lavoro – impropriamente chiamate «cooperative» – che incassano una parte del cospicuo pagamento. Le cifre del fenomeno danno la misura della sua notevole, ingombrante portata, una spina nel fianco per le casse sanitarie regionali, riconosciuta da tutti gli esperti del settore come spesa irragionevole e anti-economica, ma in molti casi senza alternativa per la carenza di personale strutturato, assunto direttamente dai poli sanitari pubblici.

Un turno in Pronto Soccorso – dove il ricorso ai medici «a gettone» è diffuso nel 50% degli ospedali del Piemonte – costa alle casse pubbliche 100 euro all’ora: tre quarti vanno al medico, un quarto alla società di intermediazione. A fine turno il conto è presto fatto: un assegno da 1.200 euro che attira medici (che spesso non hanno conseguito la specializzazione, ma sono comunque impiegabili in Pronto Soccorso) anche da altre regioni, soprattutto del centro e del sud Italia, spesso per pochi giorni a settimana, in modo da concentrare due o tre turni nel più breve tempo possibile prima di tornare a casa. Così la salute dei cittadini è in mano a medici meno preparati e titolati dei loro colleghi strutturati e di lunga esperienza, che lavorano per metà del compenso: nella città di Torino si ricorre ai «gettonisti» negli ospedali Martini e Maria Vittoria, poco fuori dal capoluogo i medici a chiamata sono di prassi negli ospedali dell’Asl Torino 4 (Chivasso) e a Chieri.

Doppia spesa. Secondo i dati del sindacato dei medici Anaao Assomed che denuncia da tempo il fenomeno, «il costo dei medici a gettone è almeno doppio per la Sanità pubblica rispetto ad un medico ospedaliero assunto stabilmente». È vero che al professionista incardinato nell’organico vengono riconosciuti contributi e indennità (120 euro a turno per il Pronto Soccorso, più lo stipendio) che non sono dovuti ai professionisti «a chiamata», ma il conto è comunque nettamente a favore delle assunzioni in pianta organica. Oltre alle risorse economiche, occorre valutare la qualità del servizio. Chiara Rivetti, segretario regionale di Anaao Assomed spiega: «Subappaltare il servizio ad un fornitore esterno di medici non garantisce continuità: i cottimisti ‘a gettone’ cambiano spesso e le loro competenze non vengono valutate dall’azienda in occasione di un concorso pubblico, come per i dipendenti». L’estrema velocità di rotazione provoca di fatto l’effetto «corpi estranei»: «I ‘gettonisti’ non riescono a inserirsi nell’équipe medica, non possono contribuire a creare un gruppo di lavoro da far crescere, mentre chiaramente l’ospedale non investe nella loro formazione».

Dai Pronto ai reparti. L’esempio più recente di Sanità in appalto è eclatante, anche perché fotografa la tendenza: ricorrere ai «gettonisti» non solo nei Pronto Soccorso, ma nei reparti. L’Azienda sanitaria Cuneo1 ha da poco aperto una gara per l’affidamento esterno delle guardie specialistiche presso i propri Presidi Ospedalieri, per un periodo di dodici mesi. «L’importo complessivo stimato per l’appalto – dicono i tecnici dei sindacati che hanno letto nel dettaglio i bandi – è di 26 milioni di euro». La gara prevede l’esternalizzazione di migliaia di turni di lavoro nel prossimo anno negli ospedali di Savigliano (neurologia, rianimazione, ginecologia e Pronto Soccorso), Ceva (rianimazione, Pronto Soccorso), Saluzzo (rianimazione e Pronto Soccorso), Mondovì (rianimazione, ginecologia e Pronto Soccorso). «Il fatto che un’Asl esternalizzi così tanti servizi alle cooperative fotografa la gravissima crisi in cui versano gli ospedali piemontesi – è la denuncia dell’Anaao –. I medici sono troppo pochi, i concorsi per assumere vanno deserti, il lavoro aumenta sempre di più e la frustrazione pure».

Arginare lo tsunami. Secondo i responsabili della programmazione regionale l’incremento dei medici a chiamata è frutto di un incrocio di condizioni: pensionamento di un consistente numero di medici che hanno iniziato a lavorare all’inizio degli anni Ottanta (oggi molto attivi nella sanità privata), senza che vi sia l’organico sufficiente a rimpiazzarli. «Mancano i professionisti, per la deleteria decisione di limitare i posti di specializzazione» ammettono i sindacati, che propongono tre soluzioni per arginare lo «tsunami» dei professionisti esterni: «Far entrare in Pronto Soccorso gli specializzanti del quarto e quinto anno; incentivare i dipendenti a turni aggiuntivi nei Dipartimenti di emergenza al costo dei ‘gettonisti’ e accorpare alcuni servizi della rete ospedaliera per ridurre le strutture».

Un percorso in salita, mentre in tutta Italia il fenomeno dei «gettonisti» procede con il vento in poppa: riguarda 15 mila professionisti medici per un totale di 18 milioni di singole prestazioni erogate nell’ultimo anno. Il dato emerge dall’indagine della Simeu (Società italiana della medicina di emergenza-urgenza). In Piemonte ed in Toscana fa ricorso ai medici a chiamata il 50% degli ospedali, il 70% in Veneto, il 60% in Liguria. In Friuli-Venezia Giulia, nelle Marche e in Molise, non c’è un solo ospedale che non ricorra ai medici gettonisti, provenienti dalla Calabria e persino da fuori Europa. L’esternalizzazione dei medici ha seguito quella delle altre categorie di operatori sanitari (operatori socio-sanitari, infermieri, servizi amministrativi), spesso peggiorando la qualità delle cure. «Gli ospedali – secondo i rappresentanti Simeu – rimangono contenitori pieni solo più di apicali, alti vertici, direttori assunti direttamente dall’ente pubblico, che per il resto si limita a pagare le parcelle dei lavoratori estemporanei».

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