Lotta a mafie e corruzione, “la Chiesa italiana ci sta!”

Roma – Il segretario della Cei Galantino è intervenuto all’assemblea di Libera evidenziando il capillare impegno di credenti, preti e vescovi nel contrasto alla criminalità organizzata

1813
Il Segretario della Cei Galantino all'assemblea di Libera a Roma (foto Sir)

Nella lotta contro la mafia «ci siamo anche noi. La Chiesa italiana ci sta. Potrebbe sembrare banale ribadirlo davanti a voi che conoscete la molteplicità di progetti che la Cei porta avanti con “Libera”. La Chiesa ci sta. Ci stanno i singoli credenti, tanti preti e vescovi, tante realtà ecclesiali».

L’insolita affermazione, ribadita due volte, è di mons. Nunzio Galantino all’assemblea di Libera a Roma «Contromafiecorruzione» che si è tenuta dal 2 al 4 febbraio. Il segretario dell’episcopato italiano contesta la sintesi dei lavori del «Tavolo 13» degli Stati generali lotta alle mafie di Milano del 23-24 novembre 2017. Quel gruppo, coordinato da Alberto Melloni, aveva come tema «Mafia e religione» e fece – accusa Galantino – «affermazioni (banalità) non documentate, scritte con buona dose di arroganza e sostenute da preconcetti e mancanza di conoscenze dirette». Quelle conclusioni annoveravano «l’estraneità delle Chiese, o almeno della Chiesa cattolica, dalla lotta alle mafie che è condotta solo dalle istituzioni dello Stato. È necessario ricordare alle Chiese che non possono dichiararsi estranee alla sofferenza del loro popolo».

A queste conclusioni Galantino non ci sta e attacca: «A fronte di colpevoli ritardi del passato, oggi posso esibire storie, nomi e fatti concreti che hanno tanti di voi come protagonisti. Storie, nomi e fatti che, non da oggi, vedono uomini e donne di Chiesa impegnati in strada mettendoci faccia e impegno necessari perché non si sentono estranei alla sofferenza del loro popolo». Aggiunge con una nota di dolente sarcasmo: «Forse agli estensori del Tavolo 13 non dicono niente i nomi di don Italo Calabrò, don Peppe Diana, don Pino Puglisi e tanti altri. Sono ideologismi sterili. Bisogna vedere dove c’è l’impegno e riconoscerlo, dove vi sono mancanze e denunziarle. Ma lo strabismo ideologico non serve a nessuno». È il caso di ricordare che i tre preti citati sono vittime delle mafie al Sud.

Galantino prosegue: «La Chiesa ci sta. Lo ribadisco con semplicità e umiltà ma anche con decisione». Insiste sul carattere evangelico della presenza nella lotta alla mafia perché «vedo e sento parole che tendono a derubricare l’impegno di uomini e donne di Chiesa e la loro presenza per combattere la mafia a impegno e presenza marginali rispetto al Vangelo. Secondo alcuni impegno e presenza sono espressione solo di sensibilità particolari o personali. Rivendico il carattere e la motivazione fortemente evangelici a fianco di chi non ce la fa. E ditemi voi se intere famiglie, donne e uomini  che si vedono confiscare la libertà e la dignità di vivere una vita normale dalla prepotenza della mafia non sono tra coloro che proprio non ce la fanno».

Don Ciotti all’assemblea di Libera a Roma (foto Sir)

Analoghi concetti espresse il torinese don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, in risposta alle minacce di Totò Riina dal carcere di massima sicurezza. «La mia motivazione – disse in sostanza – sta unicamente nel Vangelo.

Ne era convinto Paolo VI: «I poveri ci appartengono per diritto evangelico». Lo ha ribadito Papa Francesco: «La nostra Madre Chiesa guarda in particolare a quella parte di umanità che soffre e piange perché sa che queste persone le appartengono per diritto evangelico. Per diritto e per dovere evangelico perché è nostro compito prenderci cura della vera ricchezza che sono i poveri». Lo hanno affermato i vescovi italiani nella sessione invernale del Consiglio permanente del 22-24 gennaio 2018: «Prende volto una Chiesa che, quando si fa interprete del dramma dei giovani disoccupati e di quanti sono esclusi dal mondo del lavoro; quando dà voce alle famiglie, provate da una precarietà che spesso si trasforma in povertà; quando interviene a difesa della vita; quando sostiene la centralità della scuola; quando si pone a servizio del malato o del migrante, la Chiesa lo fa animata da un’unica ragione: il mandato evangelico diventa annuncio, testimonianza e impegno di giustizia e solidarietà, compassione, comprensione e disponibilità».

Anche Libera collabora con il «Progetto Policoro» – tra i fondatori c’è il prete torinese don Mario Operti – sostenuto dalla Cei: venne pensato nel 2011 nel 20° della nota pastorale Cei «Educare alla legalità» (1991). «Policoro» è giunto alla settima annualità (2012-2018): 156 esperienze di riutilizzo sociale in 47 diocesi; decine di Caritas, associazioni, cooperative, gruppi scout, parrocchie su 735 realtà sociali gestiscono beni confiscati alla mafia.

Nell’intervento conclusivo don Ciotti afferma: «La corruzione è la più grave minaccia della democrazia; la malattia dell’avere corrode la radice dell’essere e della vita; è una infezione che prepara il terreno alle mafie. Il metodo corruttivo e la violenza in guanti bianchi sono il metodo prevalente. Non tutti i corrotti sono mafiosi ma i criteri per valutare la mafia vanno rivisti, aggiornati e approfonditi. C’è una grande campagna culturale da fare, perché è ancora diffusa l’idea che la corruzione e le mafie siano mondi diversi e separati e che il reato di corruzione sia molto meno grave di quello mafioso, una bagatella giustificabile con l’eccesso di burocrazia e pressione fiscale. La corruzione va combattuta alla radice con la formazione delle coscienze. Educare vuol dire trasmettere un’idea di bene e di giustizia».

Anche Francesco, incontrando la Consulta nazionale antiusura, affronta «la piaga molto diffusa e sommersa» nella quale la mafia sguazza: «L’usura indebolisce le fondamenta di un Paese che non può programmare una seria ripresa economica con tanti poveri, tante famiglie indebitate, tante vittime di  reati e tanti corrotte». In ventisei anni la Consulta ha salvato dall’usura oltre 25 mila famiglie. Bergoglio rimarca: «L’usura umilia e uccide, come un serpente strangola le vittime che bisogna sottrarre ai debito fatto per sussistenza o per salvare l’azienda educando. Alla base della crisi economica c’è sempre la concezione di vita che pone al primo posto il profitto e non la persona. In nome del denaro non si possono uccidere i fratelli».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

3 × 3 =