Luciano Tosco, “la legge sugli Anziani non convince”

Intervista – Parla l’ex dirigente dei Servizi Sociali ed Educativi del Comune di Torino che ha seguito il percorso e i contenuti della legge delega 33/2023 sulla Riforma delle Politiche per gli Anziani

214
foto Avvenire

Luciano Tosco, oggi «nonno e anziano attivo seppur un po’ acciaccato», è stato dirigente presso i Servizi Sociali ed Educativi del Comune di Torino collaborando nella promozione e gestione del «sistema Torino» delle cure domiciliari ed educative per anziani, minori, disabili in situazioni di fragilità e non autosufficienza. Per questo ha seguito il percorso e i contenuti della legge delega 33/2023 sulla Riforma delle Politiche per gli Anziani (cfr «L’appello degli anziani alla politica»).

Come valuta la legge?

Approvata dal Parlamento con ampie convergenze, dopo un lungo e approfondito lavoro istruttorio a livello sociale e politico, offre, pur con significativi limiti su alcuni aspetti non marginali, una speranza e prospettiva di rinnovo del sistema di welfare per le persone ultra 65enni in condizioni di fragilità e parziale o totale non autosufficienza e i loro familiari. Giova ricordare che gli anziani con significative limitazioni nell’autonomia, cui la legge in particolare si rivolge, sono più di 3 milioni e mezzo di cui un milione e mezzo circa (i percettori di indennità di accompagnamento) gravemente non autosufficienti. Per questi la Legge delega prevede, in particolare, due tipi di misure: la prestazione universale per anziani con indennità di accompagnamento e le cure domiciliari individualizzate in relazione ad una valutazione dei bisogni, per quelli con autonomia residua.

La sua reazione all’articolo della «Voce» è stata però di preoccupazione, perché?

A quasi un anno dalla Legge delega, il Governo approva una bozza di decreto attuativo con il parere favorevole delle Commissioni parlamentari e le unanimi, articolate critiche di Regioni, Anci, forze sociali, organizzazioni sindacali, per aver completamente disatteso e, per alcuni aspetti, stravolto le indicazioni e i vincoli delle deleghe. Non sono sorpreso, ma evidenzio in particolare due misure, previste e stravolte o disattese, che ritengo di immediato interesse per i fruitori diretti. Primo: la Legge delega prevede la trasformazione dell’indennità di accompagnamento in «Prestazione universale», su scelta dell’interessato, di cura e tutela con l’attuale importo come base minima e possibilità di erogazioni superiori in relazione alla condizione di non autonomia e ai bisogni di cura. Il Decreto delegato dispone, invece, il mantenimento, nel regime e condizioni attuali, dell’indennità di accompagnamento e l’attivazione della «Prestazione universale» per 24 mesi per i soli anziani ultraottantenni poveri (Isee inferiore a 6 mila euro) e già titolari di assegno di accompagnamento, con un’erogazione per la cura domiciliare o la retta in Rsa pari a 850 euro mensili. Peraltro, di fronte alle molte critiche per una platea così ristretta di possibili fruitori, nell’ultimo Consiglio dei Ministri, si è cercato di mettere una toppa, estendendo la misura anche agli ultrasettantenni. Le forti perplessità, circa la copertura di spesa, della Ragioneria dello Stato e del ministro dell’Economia, pongono seri interrogativi sulla sua esecuzione. Si stima che la misura universale riguarderà al massimo poco più di 24 mila persone, su un milione e mezzo con assegno di accompagnamento.

E la seconda misura?

Per tutte le persone anziane con significative limitazioni, ma senza diritto all’indennità di accompagnamento, si prevede un assegno o un buono servizio di cura domiciliare erogato dai Comuni o loro Consorzi, sulla base del fondo nazionale per le non autosufficienze (neanche un miliardo annuo che può coprire al massimo circa 150 mila persone). Tale fondo può, però, essere integrato, su disponibilità e scelta di Regioni e Comuni con proprie risorse. Nulla di nuovo dice il Decreto su misure e provvedimenti attuativi che concretizzino un sistema organico per le cure domiciliari.

Quali gli effetti negativi?

La presenza su tutto il territorio nazionale di interminabili liste di attesa; la sensibile differenza in qualità e quantità delle prestazioni tra Regioni e all’interno delle stesse e il totale carico economico e/o di cura per la maggior parte delle famiglie.

È dunque una riforma fallita?

Sono indubbie le criticità, ma accolgo l’invito di mons.  Paglia che esorta alla pazienza, tenacia, onestà intellettuale, al metodo della sperimentazione e programmazione pluriennale, ma soprattutto al ripristino di quel clima di concordia e concertazione unitaria che ha visto, con il varo della Legge delega, il dialogo, per la realizzazione di un bene comune, tra le varie, diverse forze politiche e della società.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome