Madre Teresa di Calcutta e il legame con Torino

25 anni dalla morte – Il 5 settembre a Calcutta è stato inaugurato un nuovo centro per i bambini di strada delle Missionarie della carità di Madre Teresa, il modo migliore per ricordare, 25 anni dopo la morte, la suora macedone-indiana: la «santa degli ultimi»  canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016. Le visite a Torino

57
Santa Madre Teresa di Calcutta

Il 5 settembre si inaugura a Calcutta il un nuovo centro per i bambini di strada delle Missionarie della carità di Madre Teresa, il modo migliore per ricordare, 25 anni dopo la morte, questa suora macedone-indiana: la «santa degli ultimi» fu canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016 che di lei indica cinque parole-chiave: preghiera, carità, misericordia, famiglia, giovani.

Agnés Gonxha Bojaxhiu nasce a Skopie, oggi capitale della Macedonia, il 27 agosto 1910 da famiglia benestante arrivata dal Kosovo albanese. A 18 anni nel 1928 entra tra le «Suore di Loreto». La spediscono a Darjeeling, ai piedi dell’Himalaia: il 25 maggio 1931 pronuncia i voti e assume il nome di Teresa in onore di Santa Teresina di Lisieux. Insegna storia e geografia alla «Saint Mary of Loreto High School» di Calcutta ma non è soddisfatta perché è una vita troppo agiata. È sconvolta e inorridita dalla miseria più nera: la gente nasce, vive e muore sui marciapiedi; i bambini muoiono appena nati e vengono gettati in una pattumiera o in un canale di scolo; al mattino i resti sono raccolti nei sacchi della spazzatura.
Il 10 settembre 1946 è il «giorno decisivo per mia la vocazione»: in treno sen­te la chiamata di Dio a consacrarsi al servizio dei poveri e a condividerne le sofferenze. Il 16 agosto 1947 a 37 anni indossa il «sari», la veste delle donne indiane, un cotonato grezzo bianco ornato da un bordino azzurro, i colori della Madonna. La Santa Sede il 7 ottobre 1950 autorizza le Missionarie della carità. Nell’inverno 1952 trova per strada una donna agonizzante, troppo debole per scacciare i topi che le rosicchiano i piedi e l’ospedale la rifiuta. Allora Teresa chiede all’amministrazione comunale un locale per ospitare gli agonizzanti abbandonati, una casa che serva da asilo ai pellegrini del tempio indù della «dea Kalì la nera» e che offra un tetto ai moribondi. Nel 1954 inaugura la «Casa per il moribondo abbandonato, Nirmal Hridav». Il suo nome si irradia nel mondo: accoglie i neonati abbandonati coperti di stracci o avvolti in pezzi di carta. Nella guerra civile in Bangladesh molte donne sono stuprate: a quelle che rimangono incinte si consiglia di abortire. Interviene: «Dateli a me».

«Il Premio Nobel per la pace è consegnato a Madre Teresa perché vede Cristo in ogni essere umano che per lei è sacro. La caratteristica del suo lavoro è il rispetto per la persona, il valore e la dignità di ciascuno. Lei e le sue suore accolgono le persone più sole, infelici e abbandonate – poveri, moribondi, lebbrosi – con calore, pietà, compassione basate sul suo amore per Cristo che ella vede in ogni uomo. Donandosi a persone di ogni razza, religione e nazionalità, ha superato tutte le barriere. Ha lavorato per la pace e per l’inviolabilità della dignità di ogni uomo». John Sanness, presidente del Comitato, nell’Università di Oslo pronuncia un nobile discorso. È il 10 dicembre 1979 e quella che si definisce «la matita nelle mani di Dio» si alza. La ascoltano i Reali di Norvegia, il Governo, il Parlamento, uno sceltissimo pubblico in costosi abiti da cerimonia. Il suo eloquio, semplice ed essenziale, incanta: «La pace è minacciata dall’aborto, che è una guerra diretta, un’uccisione compiuta dalla stessa madre. Anche il bambino non ancora nato è nelle mani di Dio. L’aborto è il peggior male e il peggior distruttore della pace». I potenti la ammirano. Il presidente americano Bill Clinton la definisce «un gigante del nostro tempo». Lei non risparmia loro, sempre con il sorriso, le tremende bordate della sua battaglia contro la povertà e l’ingiustizia, contro l’aborto e l’eutanasia. Si dedica ai lebbrosi, ai malati di Aids, ai bimbi sieropositivi. Muore a Calcutta il 5 settembre 1997. Ai suoi funerali un milione di poveri. Il 4 settembre 2016 Francesco la santifica.

Il 28 novembre 1964 si perde per strada mentre si reca all’inaugurazione del 38° Congresso Eucaristico internazionale di Bombay. Ha scorto due corpi inanimati sotto un albero: un uomo morto e una donna moribonda. Porta la donna nella «Casa per i moribondi» e si prende cura di lei: la donna si riprende. Sarà Paolo VI a concludere il Congresso Eucaristico di Bambay. Racconta il suo segretario mons. Pasquale Macchi: «Lo accoglie una folla immensa, più di 4 milioni di persone, una muraglia di teste e di corpi». Il Papa le regala la macchina che ha usano, una solida americana «Lincoln». La stima di Paolo VI cresce via via che la carità di questa suora si dilata nel mondo Le assegna il «Premio della pace Papa Giovanni XXIII»: «Sulle strade dell’India svolge una meravigliosa missione di amore a favore dei lebbrosi, dei vecchi e dei fanciulli abbandonati».

Nel 1963 a Torino nasce «Quaresima di fraternità contro la fame nel mondo». Il principale animatore è l’ingegnere Giorgio Ceragioli, docente alla facoltà di Architettura. Edo Gorzegno, uno dei promotori, scrisse su «La Voce del Popolo» del 17 febbraio 2013: «Furono anni caratterizzati anche da una spaventosa (purtroppo non unica) carestia in India che Ceragioli volle constatare di persona per esaminare come intervenire, anche incontrando a Calcutta la piccola Madre Teresa, che in Italia ancora nessuno conosceva. Invitata dalla “Quaresima di Fraternità”, l’anno dopo arrivò per la prima volta a Torino, vestita con il sari bianco e blu e per ripararsi dal freddo una mantella grigia fatta ai ferri, come quella delle nostre nonne, e per bagaglio una borsa di plastica di quelle per metterci frutta e verdura».

Le altre due visite a Torino avvengono su invito del Sermig. Domenica 17 giugno 1976 visitò i malati della Piccola Casa della Divina Provvidenza, pregò al santuario della Consolata durante la novena per la festa, parlò a migliaia di giovani nella chiesa parrocchiale San Gioachino. «La Voce del Popolo» del 27 giugno 1976 uscì con il titolo «”Sono vissuto come un animale sulla strada. Ora morirò come un angelo, amato e curato”. Sono le parole di un uomo ospitato nella “Casa dei moribondi” a Calcutta». Riuscii a intervistarla, grazie a una suora interprete, a tarda sera all’aeroporto di Caselle. «Che cosa l’ha spinta?». «È stata una chiamata particolare inserita nella più ampia chiamata alla vita religiosa: è la chiamata a servire i poveri, e cioè portare i poveri a Gesù e Gesù ai poveri». «Molti spingono perché le venga assegnato il Premio Nobel per la pace. Che ne pensa?». Un sorriso radioso: «Potremo costruire altre case per i poveri». Tornò a Torino il 7 ottobre 1978, penultimo giorno dell’ostensione della Sindone. Mons. Livio Maritano, vescovo ausiliare e vicario generale, la indica come «testimone di speranza». In Duomo si ferma a lungo in preghiera silenziosa. Uscendo mi dichiara: «Quando guardiamo un crocifisso, vediamo la testa inclinata a guardarci, le braccia aperte per abbracciarci, il cuore aperto per accoglierci. Ho riconosciuto nella Sindone il volto del Signore».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome