Max, il suo violino magico per un Natale di pace

Fiaba – Suor Lara Broggi, suora di vita contemplativa del monastero cottolenghino San Giuseppe di Torino, ha scritto un racconto sulla guerra dedicato ai bambini

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La cappella del monastero di clausura San Giuseppe del Cottolengo di Torino

C’era una volta un uomo di nome Max. Abitava in un piccolo villaggio sul cucuzzolo di una montagna. Era talmente piccolo, il villaggio, che i suoi abitanti si potevano contare senza fatica: erano ridotti a una ventina. Molte famiglie, infatti, avevano lasciato il paesello per far fortuna nella grande città oltre le montagne: parecchie case erano vuote o diroccate. In compenso il paesaggio intorno era di una bellezza indicibile: boschi, prati, fiori, animali selvatici. Le albe e i tramonti, poi, erano uno spettacolo: una tavolozza di colori!
E Max, chi era? A dire il vero, un tipo come lui non è facile da descrivere: alto, sulla quarantina, robusto ma non troppo, capelli e barba folti, a cespuglio, due occhi neri luminosi e un sorriso bonario pieno di dolcezza. Max non aveva una casa, viveva libero e randagio, non possedeva nulla tranne un vecchio violino. Tutti gli abitanti del villaggio lo amavano per la sua bontà. Max li aiutava tutti, erano anziani e spesso avevano bisogno di una mano: spaccare la legna, piantare un chiodo, riparare una porta, una finestra, pulire la stalla. C’era sempre da fare per Max. In compenso, tutti i suoi amici, i vecchietti del villaggio, non gli lasciavano mancare il cibo: una cipolla dell’orto, due patate, un piatto di minestra, qualche uovo.

Non gli lasciavano mancare neanche i vestiti, magari vecchi e rammendati, ma per Max non c’era alcun problema. Una volta, per esempio, aveva bisogno di un paio di scarpe e ne avevano racimolato proprio un paio, salvo che erano diverse l’una dall’altra, per Max andava bene ugualmente. Aveva fatto una bella risata e si era preso le scarpe, ringraziando.

Come dicevamo prima, Max non possedeva nulla tranne un vecchio violino che custodiva con estrema cura. Quel violino era un regalo di suo nonno, che a sua volta lo aveva ricevuto da suo nonno e così per varie generazioni. Ci si può immaginare solo lontanamente quanto Max ci tenesse, ma non era solo questione di affetto verso chi glielo aveva regalato, c’era anche un altro particolare per nulla trascurabile: il violino era magico! Bastava che Max lo suonasse e ogni questione, litigio o tensione si stemperassero subito e ritornava la serenità. Quando uno degli abitanti del villaggio aveva litigato con un altro, oppure c’era tensione o qualunque altra fatica nei rapporti, andavano a chiamare Max, lui suonava il suo violino e tutto ritornava nella pace, si scioglievano i rancori, i risentimenti, i puntigli. Quando la pace regnava, dalle corde del violino si formava come una specie di arcobaleno che congiungeva la terra al cielo e sull’arcobaleno scivolavano gli angeli, invisibili a chi non aveva il cuore puro. Max li vedeva ogni volta!

Suor Lara Broggi – Sono 6 i monasteri di clausura cottolenghini, 5 in Italia uno in Kenya a Tuuru

Nel villaggio non c’erano bambini purtroppo, e raramente i nipotini venivano a trovare i nonni, perché la strada per andare lassù era un sentiero sassoso, non ci si poteva arrivare con le automobili ma solo arrampicandosi con grande fatica. Una sera d’estate, Max aveva trovato un posto incantevole per dormire, si era sdraiato sull’erba e col naso all’insù poteva quasi contare le stelle, la serata era limpida, senza una nuvola. A un certo punto, però, si era sentito come un boato e una luce rosso fuoco, come una cometa, aveva solcato il cielo nero. Cosa era successo? Dopo poco un altro boato e ancora luce rossa. Max non riusciva a capire, il rumore veniva da dietro le montagne dove si trovava la grande città.

Quella notte Max non riusciva a dormire, si erano susseguiti molti altri boati e il cielo da nero era diventato rosso fuoco. All’alba tutto sembrava più calmo, ma al villaggio la gente era spaventata, tutti erano agitati e non riuscivano a stare fermi, parlavano a cascata e nessuno riusciva ad ascoltare gli altri, tutti avevano premura di comunicare lo sconcerto e la paura che provavano. Aspettavano con ansia Max, che si attardava fra gli alberi del bosco alla ricerca di un favo di miele. Al vederlo da lontano gli erano andati incontro come un solo uomo, volevano sapere da lui come comportarsi, gli si erano fatti attorno, lo avevano circondato e con gli occhi fissi su di lui, pendevano dalle sue labbra. Max, sereno e calmo come sempre, li rassicurava dicendo: «Non preoccupatevi, stiamo a vedere questa notte come si mettono le cose». La notte seguente era andata come la notte prima: si erano sentiti boati e comete rosse avevano attraversato il cielo. Max, adesso era veramente preoccupato. Non sapeva che fare: andare in città a vedere, aspettare ancora? Gli anziani del villaggio avevano paura: e se quelle comete fossero arrivate fino lì? I loro figli e i loro nipotini abitavano nella grande città, erano in pericolo? Max capiva che le sue parole rassicuranti non avrebbero più calmato gli animi. La terza notte era andata come le prime due, anzi, peggio ancora: all’alba da dietro le montagne saliva un fumo nero che copriva il cielo, si sentiva odore di bruciato.

Il piccolo villaggio era tutto in subbuglio, tutti avevano paura e si facevano una valanga di domande. A quel punto Max non aveva più dubbi: doveva partire per la grande città. Il viaggio a piedi era lungo, ma lui non era per niente preoccupato, bastava arrivare alla strada asfaltata e avrebbe certo trovato qualcuno a cui chiedere un passaggio. Gli anziani del villaggio gli avevano preparato un grosso zaino pieno di provviste per il viaggio: «Grazie amici!», così Max era partito, un piede avanti all’altro con le sue scarpe spaiate.
Erano tanti anni che non percorreva più quel sentiero, ora era coperto di erbacce, di sterpi, di rami spezzati, ma Max, con lo zaino sulle spalle e il violino a tracolla, scendeva sicuro verso la strada asfaltata. Con suo grande stupore la strada era quasi deserta e le macchine che passavano in gran fretta erano dirette dalla parte opposta, si allontanavano dalla grande città. Stava davvero succedendo qualcosa di grave.

Max ormai si era rassegnato, nessuna auto passava in direzione della grande città, anzi, quelle che si allontanavano, aumentavano di ora in ora tutte cariche di persone e di cose, sembrava che la gente stesse facendo dei traslochi. Max camminava un po’ avvilito: chissà quanto tempo ci avrebbe messo ad arrivare. A un certo punto un camioncino sgangherato si accosta, un uomo gli grida: «Dai, sali!». «Grazie!», risponde Max tutto contento, ormai non si aspettava più di trovare un passaggio. «Come ti chiami?», chiede l’autista. «Max», risponde il nostro. «E tu?», chiede Max. «Io sono Shalom o Salam, a seconda delle traduzioni!». «Ah!», risponde Max un po’ stupito. «Allora come ti devo chiamare?», gli chiede. «Come preferisci», risponde l’altro. Prosegue Max: «Vedo tante macchine che si allontanano dalla grande città e tu invece ci torni. Cosa sta succedendo?». Shalom-Salam si fa serio e triste: «Tre notti fa sono iniziati i bombardamenti, sono arrivati i soldati su grandi carri armati, la città è stata attaccata con violenza e molte persone sono morte, altre sono rimaste ferite, altre senza casa. Molti bambini sono rimasti senza genitori e molti genitori hanno perso i loro figli, una cosa spaventosa. I soldati girano per la città armati di grossi mitra seminando il terrore. Io sto ritornando dopo aver raccolto un po’ di viveri: pane, acqua, medicine…c’è bisogno di tutto!».

Max era rimasto senza parole, ecco cos’erano le comete rosse: erano bombe e razzi sparati sulla grande città e sparati dalla grande città. Lui stava andando lì, ma a quel punto cosa poteva fare, sembrava tutto inutile anche il suo violino magico. La grande città era immersa nella desolazione: macerie, case sventrate, crateri provocati dalle bombe, morti, pianti… sguardi vuoti, occhi sbarrati… i bambini non giocavano più. Max si sentiva ferito nel profondo, pensava che, al di là delle apparenze, l’uomo fosse saggio, tutto sommato buono e invece doveva constatare che i fatti lo smentivano. Mentre questi pensieri affollavano la sua mente, due calde lacrime scivolavano sulle sue guance. Shalom-Salam lo invita: «Se vuoi, puoi venire ad aiutarmi a distribuire quello che ho portato». «Va bene», risponde Max seguendo il suo nuovo amico.

La gente era disperata: si aggrappava a un pezzo di pane, a una bottiglietta di acqua. Max cercava di sorridere e infondere speranza ma il cuore era stretto da una morsa di dolore. I suoi vecchietti su in montagna, se avessero solo potuto immaginare… A certo punto Shalom-Salam ha un’intuizione: chiede a Max di suonare il violino. Max non vorrebbe, non se la sente. «Perché no, la musica è il linguaggio del cuore, non c’è bisogno di traduzioni, tutti la possono capire, è pura gratuità, non la si può imprigionare, fermare, dilaga, è come un profumo». Max allora, apre la custodia, tira fuori il suo violino magico e inizia a suonare. Ne esce una melodia struggente, le note, come frecce acute, colpivano al cuore chi le ascoltava. I soldati si guardavano l’un l’altro esterrefatti, guardavano le loro armi con gli occhi sbarrati: ma cosa stavano facendo? Uccidevano uomini e donne come loro, rubavano il futuro ai bambini.

Un primo soldato, come svegliatosi da un’ipnosi, aveva buttato per terra la sua arma, gridando: «Andiamo via!». E così, uno dopo l’altro: soldati, carri armati e ogni specie di armi uscivano dalla grande città con grande fragore lasciandosi dietro le spalle uno scenario di distruzione. La gente, ancora stupita, non riusciva a credere ai propri occhi, la guerra era finita! Anche Max era rimasto lì impalato con in mano il suo violino, a bocca spalancata, non gli sembrava vero, poteva ricominciare la vita! Intanto, dal violino di Max si era sprigionato uno stupendo arcobaleno che come volute d’incenso, riempiva il cielo: milioni di angeli vi scivolavano sopra. Tutti li potevano vedere.

suor Lara BROGGI

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