Migranti, cosa dobbiamo fare?

Sfida non rinviabile – Dall’inizio dell’anno oltre 100 mila arrivi. Chi scappa non si ferma: persone, volti che chiedono di essere riconosciuti nella loro dignità di esseri umani. Basta parlare di emergenza. Il decreto Cutro, approvato dal Governo lo scorso maggio, ha indebolito il sistema e gli strumenti di accoglienza: oggi nelle Prefetture ci sono bandi che vanno deserti

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Un’altra estate calda sul fronte dell’immigrazione. Scene già viste, situazioni che si ripetono, cronaca che si ripropone, dibattito che si infiamma, emergenze sulle emergenze, tragedie nelle tragedie, forme di sfruttamento che si ripropongono.

Come ogni anno nel periodo estivo il numero di sbarchi aumenta. Dall’inizio dell’anno abbiamo superato i 100 mila arrivi. Eppure alcuni avevano consegnato a questo nuovo Governo la fiducia perché si bloccassero gli sbarchi. Ma i numeri sono chiari. Nel 2022 da gennaio a metà agosto c’erano stati 48 mila sbarchi. Quest’anno siamo a oltre 100 mila.

Eppure i tentativi del Governo di accordi con altri paesi e di esternalizzazione delle frontiere sono stati messi in atto, in Tunisia, in Etiopia e non solo. Risultato? Chi scappa, chi deve scappare, non si ferma. Lo abbiamo visto. Consegna la propria vita al mare, si incammina in un deserto, paga trafficanti, vende il corpo, si indebita, si aggrappa ad un Tir, si strappa la carne, cercando di attraversare fili spinati, ma non si ferma.

Cammina e va. E quando arriva in Italia avrà un’altra frontiera, poi altre. Barriere fisiche e non solo. Abbiamo assistito alle polemiche con le Ong, porti aperti e porti chiusi, accuse.

Le partenze dal Nord Africa hanno dimostrato che non dipendono né dalle Ong, né dai porti aperti o chiusi. Le persone arrivano. Allora diventano «flussi», «numeri», «allarme», «emergenza», «collasso», «tracollo».

Strutture riconvertite, vuote da anni, nei posti più assurdi, in piccoli centri dove immaginare poi percorsi di inserimento diventa quasi impossibile. Si valutano caserme, Rsa, strutture per recupero di alcolisti, hotel, case religiose perché si ha fame di spazi da attrezzare per trovare posti. Ma nel frattempo il cosiddetto decreto Cutro, approvato in via definitiva a maggio dal Governo, ha indebolito il sistema e gli strumenti di accoglienza e oggi in molte prefetture italiane ci sono bandi che vanno deserti. E qualora ci siano partecipanti, la qualità dell’accoglienza si è ridotta a servizi di mera ospitalità.

Questo spiega come mai anche molti enti del Terzo settore non partecipino più ai bandi. Tra l’altro se non si investe sulla formazione linguistica e sulla formazione professionale ma le persone restano ‘parcheggiate’ nei centri in attesa di una decisione rispetto alla possibilità di rimanere o no in Italia, che futuro potranno avere queste persone?

Tra l’altro l’effetto più evidente è l’aumento di persone nelle piazze con le cuffiette a fare niente, cosa che rischia di alimentare un immaginario di persone che non hanno voglia di investire sul loro futuro.

Allora i sindaci protestano contro il Governo. Fonti del ministero fanno intendere che a lamentarsi sarebbero i sindaci del centro-sinistra che agirebbero per fini politici. Ma in realtà a lamentarsi sono in tanti, compresi sindaci e governatori della Lega.

Il ministro Piantedosi parla della necessità di un nuovo decreto sicurezza e come chiave di lettura propone «un’anomalia della Tunisia», legata ad una forte crisi socio-economica in quel Paese. Obiettivo fermare le partenze! E poi l’Europa che ci deve aiutare, che non ci aiuta e si fanno nuovi vertici. Ma è davvero questa la necessità?

Nel frattempo gli Enti locali impegnati nell’accoglienza attraverso i Sai con progetti specifici sono investiti da chi viene dimesso dai Cas, ma non ha un lavoro e una casa e non sa dove andare, da chi dovrebbe uscire dal Sai e ha un buon lavoro, un contratto ma nessuno gli affitta una casa, dall’arrivo crescente di minori stranieri non accompagnati (Msna), da persone con problemi di fragilità che tante volte non trovano risposte dalla sanità.

Questo è quello che succede nei territori. E così anche da noi, negli sportelli di ascolto delle Caritas territoriali, nelle associazioni, uffici, enti del Terzo settore. Persone, corpi, volti che chiedono aiuto, che si muovono disperati, che non sanno dove andare, che cercano accoglienza, forse chiedono di essere riconosciuti nella loro dignità di esseri umani.

Allora compaiono nuove forme di sfruttamento abitativo, in alcuni quartieri si concentrano nuovi agglomerati di persone senza niente che talvolta diventano prede di sfruttamento e a rischio di indebolimento di salute.

Gli oltre 10 mila minori stranieri non accompagnati (Msna) in alcune città mettono a rischio la capacità di accoglienza. Stiamo vivendo un tempo di stanchezza su questi temi. Ormai da 30 anni si parla di emergenze. Non è più tollerabile, né sostenibile. Perché non siamo stati capaci di «governare» questo tema? Perché non abbiamo voluto organizzare un sistema che non sia sempre improvvisato e ‘stressato’ nei mesi estivi, quando sappiamo che sono i mesi di maggiori arrivi? Perché non siamo riusciti da un punto di vista culturale a gestire questa separazione tra accoglienza o rifiuto dello straniero?

Papa Francesco ci ha consegnato un’enciclica anche molto concreta, Fratelli tutti, sulla fraternità e l’amicizia sociale. Ma tra fraternità e rifiuto molti, anche tra i cristiani, hanno già scelto. Sessant’anni fa Martin Luther King pronunciava il suo discorso «I have a dream». Quale società sogniamo per il domani? Quale futuro? Le nostre comunità come saranno? Ci interessa ancora sognare e vivere per costruire società fraterne, accoglienti, tolleranti, giuste, a misura d’uomo? Ci interessa un futuro di pace e benessere per tutti o a privilegio di qualcuno? Oppure crediamo che la strada sia ognuno per sé, società chiuse, discriminanti, incuranti di cosa succede oltre il confine, la porta di casa, oltre il mare?

Come credenti non possiamo non porci queste domande, interrogandoci partendo dal Vangelo. Non possiamo accettare una semplificazione della realtà e della risposta della politica a fenomeni così complessi che vanno affrontati seriamente mettendo in campo gli strumenti per evitare di essere sempre in emergenza e sprecare risorse o continuando ad usare slogan indipendentemente dalla direzione in cui vadano.

Non possiamo non opporci alle tante forme di chiusura, all’indifferenza dilagante, ai tanti luoghi comuni, alle resistenze delle nostre comunità, agli scarichi di responsabilità, alla mancanza di scelte che affrontino realmente il problema. E neppure non possiamo accettare che temi così importanti siano solo sulle spalle di attivisti, gruppi spontanei, volontariato, Terzo settore, mondi religiosi.

Forse anche da parte nostra troppo silenzio? O troppe frasi scontate? Certo è un tempo di incertezza sul da farsi, di smarrimento, di sfiducia, di rassegnazione. Ma proprio per questo è importante rimettersi in ascolto e alla scuola del Vangelo per non lasciarci abbagliare e distrarre da troppe voci. Sosteniamo e incoraggiamo i piccoli gesti di fraternità di ogni giorno, la gentilezza, il tempo dedicato a fare qualcosa per un altro, per costruire relazioni gratuite, l’impegno per contrastare violazioni dei diritti, il coraggio della denuncia e la ricerca insieme del Progetto di Dio in questo tempo in questa situazione stanca, volutamente confusa.

Condivo in chiusura le parole del cardinal Zuppi, a Catania, domenica scorsa. «Il Presidente Mattarella con grande capacità e grande visione ha indicato un futuro del nostro Paese che è quello di essere una porta aperta. Una porta aperta non significa che entra chiunque, significa una porta e non un muro. I muri creano tanta clandestinità e tanta sofferenza. Le porte aperte con la disciplina, le regole di qualunque accesso, raccolgono la speranza di tanti e diventano luogo di futuro. Dobbiamo uscire dall’emergenza, oppure dobbiamo affrontare le emergenze, come quando arrivano 2.500 persone in un giorno. Ma se c’è una struttura che non è l’emergenza, è molto più facile affrontare le prevedibili ondate straordinarie!».

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