Migranti, l’inutile supplizio dei Cpr

Intervista – Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino, spiega il fallimento dei “Centri di permanenza” per i migranti in attesa di rimpatrio

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«Mare nostrum, da culla della civiltà a tomba della civiltà». «Non possiamo mandare indietro i migranti come fossero una pallina da ping pong, la soluzione non è respingere». Sono alcune delle parole-denuncia che il Papa ha lanciato da Marsiglia, chiudendo le Rencontres Méditerranéennes (Incontri del Mediterraneo) e che risuonano forti in Italia e a Torino dove in questi giorni, al Festival dell’Accoglienza sul tema «Liberi di emigrare», promosso dalla Pastorale Migranti della diocesi, si discute anche sul Decreto approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri sui Cpr.

La norma prevede che ogni Regione si doti di un Centro di permanenza per i rimpatri (attualmente 9 in Italia), strutture dedicate ad accogliere le persone giunte nella nostra Penisola senza permesso di soggiorno o destinate a un provvedimento di espulsione e a ospitarle in attesa del rimpatrio. Inoltre dispone l’allungamento del periodo di permanenza nei Centri da 12 a 18 mesi. Anche l’Arcivescovo Repole presentando il Festival ha invitato ad interrogarci sull’emergenza che sta vivendo il nostro Continente: «Oggi ci troviamo ad accogliere in Italia e in Occidente molte persone che non sono affatto libere di emigrare ma migrano per necessità: dobbiamo riflettere su cosa significa accogliere».

Su questi temi e in particolare sui Cpr abbiamo parlato con Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino.

Qual è la situazione del Cpr di corso Brunelleschi che lei ha visitato più volte denunciandone lo stato di degrado?

Il Cpr di Torino è chiuso dallo scorso 5 marzo, dopo una serie di rivolte iniziate dalla fine di gennaio che hanno causato ingenti danni al Centro, tanto che fino ad oggi non hanno consentito di avviare una ristrutturazione. Una questione complessa, che si inserisce nelle riflessioni politiche di questi giorni che va in altre direzioni: costruire Centri più grandi, non all’interno nelle città ma nelle periferie, lontani dagli sguardi, e prolungare il trattenimento dei migranti.

Perché secondo lei i Cpr non sono efficaci?

I numeri parlano chiaro: nel 2022, delle 879 persone transitate al Cpr di Torino – di cui 199 provenivano dal carcere e 680 entrati liberi – solo 279, vale a dire una su quattro, sono state rimpatriate. Pertanto la percentuale a Torino è molto più bassa in riferimento al 50% dei rimpatri negli altri Cpr in Italia. I restanti migranti sono stati rilasciati sul territorio per diversi motivi, dalla scadenza dei termini di trattenimento a ragioni sanitarie o per la mancata convalida da parte del giudice. Persone che vengono liberate con un decreto di espulsione con cui in teoria dovrebbero lasciare il nostro Paese entro 7 giorni. Ma se una persona trattenuta per 90 giorni in mano dello Stato che non è riuscito a indentificarlo e rimpatriarlo ma solo trattenerlo, come può organizzare il suo volo verso il Paese di origine, in autonomia? Come è possibile anche solo immaginare che possegga risorse economiche per procedere in maniera volontaria al rimpatrio? I trattenuti che vengono reclusi all’interno dei Cpr spesso provengono da contesti di marginalità, senza più alcun legame nel loro Paese d’origine.

E cosa che succede di queste persone?

Che rimangono sul territorio. Quest’anno fino al 5 marzo, cioè fino a quando è rimasta aperta la struttura, si sono registrati 235 transiti (solo 28 provenienti dal carcere): di questi 46 sono stati rimpatriati e gli altri sono stati messi in libertà. Il dato interessante è che dal 5 marzo – quando è stato chiuso il Cpr – al 30 agosto, in 5 mesi i rimpatri a Torino sono stati 36… Un dato non molto diverso da quando transitavano dal Cpr. Un altro dato che dovrebbe farci riflettere ancora di più è il numero complessivo in Italia dei rimpatri che dal 1° gennaio al 30 agosto è pari 2.239 persone a fronte di 133.393 persone sbarcate nella Penisola. Il Cpr è uno strumento inefficace in termini di costi economici ed umani: in questo momento a Torino non si registra neppure la presenza dei cosiddetti luoghi idonei previsti dalla normativa nazionale.

Come si vive nei Cpr?

Il Cpr è un luogo che sottrae tempo alla vita, un limbo dove ogni giorno è uguale, un luogo di dolore, un luogo che costringe le persone ad usare il proprio corpo come terreno di azione per dimostrare la sofferenza. Frequenti sono gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Un dato indicatore del malessere della struttura di corso Brunelleschi è che nel 2012 gli interventi del 118 che parte dall’Ospedale Martini furono 5, mentre nel 2022 sono stati 201 e nel 2021 con più di 100 tentativi di suicidio. Sono luoghi gestiti da organizzazioni private, dai costi elevati, dove anche l’ultimo segmento di vita del migrante, cioè il rimpatrio, è un intervento stimato dalla Corte dei Conti che costa 2.400 euro a persona. Ci si chiede: perché non usare questi fondi per l’accoglienza e per progetti di integrazione? A prescindere che un certo numero di persone devono rientrare nel loro Paese d’origine, per il resto i Centri non adempiono alla funzione per cui sono stati istituiti sia in termini di costi economici che di dignità. E se vogliamo leggere questa situazione dal punto di vista della sicurezza, come ci hanno segnalato più volte le forze di Polizia, possiamo affermare che chi è rimesso in libertà senza un progetto di reinserimento è a rischio di ingresso in ambienti delinquenziali.

Lei in questi anni ha incontrato molti migranti nel Cpr…

Molti trattenuti facevano parte del circuito dei senza fissa dimora prelevati anche in altre città, non solo a Torino: abbiamo seguito migranti che venivano da Roma, Padova, Trento, persone allontanate dai loro punti di riferimento nella città di origine, come il dormitorio, la mensa o i centri diurni. Una doppia sofferenza: dopo una detenzione, talvolta a loro incomprensibile, un’uscita che li rendeva completamente spaesati, in una città, Torino, a loro assolutamente sconosciuta.

Cosa ci dicono i dati e le storie di chi emigra nel nostro Paese?

Sono la dimostrazione di come le istituzioni e in particolare l’Ufficio immigrazione della Questura di Torino, qualora i cittadini stranieri siano nella condizione giuridica di irregolari e non possano restare nel nostro territorio, siano in grado di organizzare, attraverso voli commerciali o altre modalità, rimpatri senza passare dalla permanenza nel Cpr. In questo modo si riducono i non solo i costi, ma anche situazioni di estrema sofferenza per i migranti. I Cpr sono parcheggi, non è prevista nessuna attività, le giornate scorrono nel vuoto più assoluto: non si ha la possibilità di telefonare liberamente perché i telefoni vengono sequestrati all’ingresso e gli operatori di supporto e sostegno sono pochissimi. Le giornate sono vuote e senza attività risocializzanti, alcuni migranti che provenivano dal carcere mi hanno riferito che almeno la detenzione offriva corsi e percorsi in grado di affrontare il tempo con scopi e obiettivi di istruzione, formazione o lavoro…

Quindi il prolungamento della permanenza non fa che aumentare i disagi…

La Direttiva europea sui Cpr prevede che il tempo massimo del trattenimento sia 6 mesi e così affermano pure le linee guida del Consiglio d’Europa. I 18 mesi sono giustificati per casi singoli particolarmente gravi, per gli altri il massimo è 6 mesi. Inoltre occorre sottolineare che gli accordi bilaterali fra l’Italia e i Paesi di provenienza dei migranti sono pochi: Marocco, Tunisia, Nigeria, Egitto, Albania e Georgia. Il resto è da costruire ad ogni rimpatrio e non sempre si raggiunge l’obiettivo. Giustamente il Presidente Mattarella in questi giorni, parlando dell’emergenza degli sbarchi, ha evidenziato che l’accoglienza non può essere disgiunta dall’azione europea e che occorre «cambiare le regole di Dublino, ormai preistoria». Sono convinta che, come diceva Piero Calamandrei, riferendosi alle carceri, «bisogna aver visto». Sarebbe opportuno estendere questa affermazione anche ai Cpr: bisogna entrarci, conoscere le storie delle persone recluse, non valutare i loro comportamenti ma le ragioni che portano a certi comportamenti. Rinchiudere, vuol dire nascondere, non far vedere, eppure la politica della «paura» pare continui a portare sempre maggiori consensi.

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