Di fronte al terribile annuncio di funerali di Stato in Serbia per Ratko Mladic, autore del massacro di Srebrenica e della pulizia etnica durante la guerra di Bosnia negli anni Novanta, non ho potuto fare a meno di ripensare al libro doloroso quanto indispensabile di Clara Usón, che racconta il dramma della figlia del generale serbo-bosniaco, morta suicida dopo aver scoperto i crimini del padre Mladic.
La stessa Usón, intervistata da «La Repubblica», ha spiegato bene perché la decisione del Governo di Belgrado, di trattare un criminale di guerra come un eroe, non deve sorprendere più di tanto. Tantomeno deve sorprendere da questa parte dell’Europa, dove troppi si sono rassegnati all’idea che a stabilire i confini del diritto sia la legge del più forte.
Ma c’è qualcosa di più. Come dice la scrittrice a proposito di Srebrenica: «Quello che accadde allora fu un’avvisaglia: come succede spesso nella storia, quando i Balcani tremano l’Europa deve preoccuparsi. La pulizia etnica portata avanti da Milosevic e Mladic, la retorica dei musulmani che ci occuperanno, esattamente come tutto quello che dice l’estrema destra oggi, lo dicevano già loro negli anni Novanta. Sono stati dei precursori».
Proprio così, precursori di quel che oggi accade nel resto d’Europa dove le parole dell’odio figlie di un nazionalismo malato guadagnano un consenso crescente in opinioni pubbliche impaurite da troppe menzogne. In questo, purtroppo, una grande responsabilità la porta anche il sistema dell’informazione, spesso troppo debole nel mettere in guardia da pericoli già conosciuti dal nostro continente.
Esattamente un secolo fa, le identità nazionali dei singoli Stati europei andavano definendosi per contrapposizione a quelle dei vicini, un processo che ebbe come conclusione ovvia e prevedibile lo scoppio della guerra. Ora, il terreno che si sta coltivando è esattamente lo stesso, perché i nazionalismi, sentimenti che nulla hanno a che vedere con il genuino orgoglio patrio, sono portati per loro stessa natura a entrare in conflitto e le avvisaglie si vedono nelle tensioni che nascono anche tra governi di medesimo orientamento politico sul delicato terreno della gestione dei flussi migratori.
Se non vogliamo che quel cancro che già una volta ha divorato l’Europa torni a mangiarsela stato dopo stato, dobbiamo guardare come un monito a quel che accaduto negli anni Novanta nei Balcani. Fu l’emergere dei nazionalismi violenti a mandare in frantumi la ex Jugoslavia accendendo un conflitto sanguinosissimo del quale l’assedio di Sarajevo, capitanato sempre da Mladic, resta uno dei capitoli più simbolici. Non si trattava di raggiungere un obiettivo militare, ma di distruggere quella città emblema di convivenza, non a caso ribattezzata la Gerusalemme d’Europa.
Pochi giornalisti riuscirono a raccontare con lucidità quel che stava accadendo, molti rimasero abbagliati dal luogo comune della «guerra di religione». E invece era l’inizio della guerra che i peggiori conducevano a ogni idea di convivenza pacifica tra i popoli. Sapremo raccontarlo questa volta o consegneremo ancora le nostre vite ai fabbricanti di odio e morte?
Stefano Tallia, presidente Ordine dei Giornalisti del Piemonte
