Mons. Barale, “Giusto tra le nazioni” per l’aiuto agli ebrei

Storia – In occasione del Giorno della Memoria domenica 28 gennaio a Rivoli l’associazione «La Meridiana» ha ricordato mons. Vincenzo Barale, segretario dell’Arcivescovo card. Fossati, l’unico rivolese «Giusto fra le Nazioni», eroe in tempi bui, a cui è dedicata una lapide in via Capra 7

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Il 27 gennaio la «Giornata della memoria» ricorda milioni di ebrei bruciati dal nazifascismo. Il 27 gennaio 1945, 79 anni fa, le truppe russe liberarono il campo di sterminio di Auschwitz. Domenica 28 gennaio 2024 a Rivoli l’associazione «La Meridiana» ricorderà mons. Vincenzo Barale, l’unico rivolese «Giusto fra le Nazioni», eroe in tempi bui, al quale è dedicata una lapide in via Capra 7.

A Torino nell’aiuto agli ebrei rifulgono l’arcivescovo di Torino cardinale Maurilio Fossati (1876-1965), il segretario mons. Vincenzo Barale (1903-1979), la religiosa sarda suor Giuseppina (Rosina) De Muro (1903-1965), figlia della carità e «angelo delle Nuove», il salesiano don Vittorio Cavasin (1901-1992) direttore del collegio salesiano di Cavaglià e tanti altri. Tra essi il domenicano albese Giuseppe Girotti (1905-1945): arrestato e deportato a Dachau, è ucciso il 1° aprile 1945. «Aiutò gli ebrei. Deve morire» è la sentenza. Il 26 aprile 2014 il martire è proclamato beato nel Duomo di Alba.

Scrive don Giuseppe Tuninetti, storico della Chiesa subalpina: «Nei confronti del fascismo Fossati tenne la schiena diritta: non fu mai servile e all’occorrenza protestò contro le prepotenze e violenze fasciste. Il regime volle punirlo arrestando il segretario. La parola d’ordine, lanciata da Pio XII, era quella di aiutare e salvare gli ebrei. Fossati la fece propria, avvalendosi di tutti gli strumenti possibili a cominciare dal segretario Barale».

Nella Seconda guerra mondiale alcune famiglie ebree torinesi affidarono i figli all’arcivescovo, nella speranza di sottrarli ai rastrellamenti dei nazifascisti. Se ne occupò mons. Vincenzo Barale: accompagnò i bambini al collegio salesiano di Cavaglià e li affidò al direttore don Vittorio Cavasin che fornì ai bambini i rudimenti base della fede cristiana per rendere evidente la loro assimilazione con gli altri bambini, rendendo così più efficace e sicuro il tentativo di proteggerli.

Mons. Vincenzo Barale rischia la vita. Il 3 agosto 1944 la polizia fascista lo arresta, lo chiude in via Asti e poi nel braccio tedesco delle Nuove, infine nel domicilio coatto all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Milano). Lo salva dal «lager» il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, sollecitato da Fossati. Nel 1955 a Milano l’Unione delle comunità israelitiche italiane gli conferisce la medaglia d’oro con questa motivazione: «Segretario dell’arcivescovo di Torino accolse e protesse tutti gli ebrei che durante le persecuzioni si rivolsero a lui per aiuti e consigli. Attraverso inenarrabili pericoli trasse a salvamento, nascondendo o facilitando l’espatrio, singoli e famiglie. Nemmeno in carcere interruppe la sua attività instancabile, illuminata dalla fede».

Nemmeno in carcere interruppe la sua attività instancabile, illuminata dalla fede.

Nel febbraio 1946 suor Giuseppina De Muro, superiora delle Figlie della carità di  San Salvario, invia una lunga relazione a Fossati sull’attività svolta da lei e dalle altre suore alle «Carceri Nuove: «Dopo l’8 settembre 1943 l’opera nostra assunse un carattere di eccezione. La nostra  resistenza all’oppressore, per proteggere i fratelli oppressi, inizia con l’occupazione tedesca del primo braccio delle Nuove: vi gettavano le loro prede particolari, di cui erano gelosissimi. Ciò che avveniva là dentro era per noi tutte un cupo e assillante mistero».

Il comando germanico chiede alla suora di assumere la cura delle donne antifasciste arrestate. La disciplina è durissima: le recluse sono stipate in celle anguste e fatiscenti, non godono dell’ora d’aria, non possono seguire le funzioni religiose né ricevere pacchi e denaro da casa. Senza curarsi delle minacce delle SS, la suora si mette d’accordo con la Confraternita di San Vincenzo che raccoglie indumenti e generi alimentari che le suore fanno entrare in carcere, anche con la complicità di qualche soldato tedesco. Molto più brutali sono i militi della Brigata fascista che spesso affiancano le SS. La partigiana Anna Rosa Gallesio Girola, membro della Gioventù cattolica femminile, dopo l’8 settembre 1943 organizza un gruppo di donne che distribuisce la stampa clandestina e nasconde i ricercati dai nazifascisti. Una condizione terribile vivono le 140 donne ebree, rinchiuse in attesa di essere deportate: le SS avevano rastrellato le bambine e avevano strappato le anziane dai letti delle case di riposo. Con la distribuzione di frutta e medicinali, boccette di zabaione, crema e carne liquida, portano le comunicazioni dei partigiani. Il compito più gravoso è assistere i detenuti destinati alla deportazione: «Quanti nostri figli innocenti vedemmo partire? In gruppi talvolta numerosissimi erano prelevati e avviati al loro brutto destino in tutta segretezza e senza preavviso, di notte o all’alba. Per portare in tempo un conforto a questi infelici occorre vegliare, vigili e silenziose, tutta la notte, molte notti. Le stesse guardie tedesche ormai chiudono un occhio sull’assidua opera nostra; quando però si tratta dei deportati cercano di ingannarci sottraendoli alla nostra vigilanza. Ma per noi non esiste più né sonno, né paura: i poveri figlioli non devono partire senza le nostre cure».

Il 19 novembre 2015, nella Sala consiliare di Rivoli, venne consegnata alla memoria la medaglia di «Giusto fra le nazioni» ai familiari di Vincenzo Barale e di Vittorio Cavasin, grazie alle testimonianze di tre ebrei, salvati dallo sterminio quando erano ragazzi. Su disposizione di Fossati, il segretario Barale li accompagna al collegio salesiano di Cavaglià, diretto da don Vittorio Cavasin. Sono due fratelli italiani, il cui padre ha perso il lavoro per le leggi razziali del 1938, e un bambino tedesco il cui padre era stato ucciso in Germania e la cui madre, rifugiatasi in Italia, era stata poi deportata. Tutti e tre rendono testimonianza della correttezza dei loro salvatori che né li convertirono né li battezzarono. Questo asseriscono molti ebrei salvati quasi ottant’anni fa: «Non ci chiesero di abiurare l’ebraismo, di farci battezzare e di diventare cristiani-cattolici»

Pier Giuseppe Accornero

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