Mons. Alessandro Giraudo è Vescovo ausiliare di Torino

Intervista – Colloquio con il Vicario Generale dopo la festosa ordinazione episcopale in Cattedrale domenica 15 gennaio: il futuro della Chiesa torinese, l’orizzonte della «fraternità». GALLERY

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Mons. Alessandro Giraudo, nuovo Vescovo Ausiliare di Torino, resterà a vivere nella comunità sacerdotale di San Lorenzo. In questa intervista a «La Voce e Il Tempo» pone l’accento sul bisogno di fraternità per sé, per il clero, per l’intera Chiesa torinese.

Domenica scorsa, con la solenne ordinazione in Cattedrale, Torino è tornata ad avere due Vescovi: l’Arcivescovo e il suo Ausiliare. È una questione organizzativa o c’è dell’altro?

Dire che sia solo una questione organizzativa è poco. Come ha mostrato l’episcopato di mons. Nosiglia, una Diocesi come Torino può reggersi anche con un solo Vescovo e con un Vicario generale che svolga le funzioni sue proprie, senza essere Vescovo.

Io credo che l’intuizione di Papa Francesco per la Chiesa di Torino sia un’altra: invitarci a un servizio episcopale che metta al centro la dimensione della fraternità. Questo è anche il nostro desiderio, una prospettiva facilitata dall’amicizia che mi lega all’Arcivescovo Roberto da tanti anni. Ma non è solo questione di Vescovi o di preti, oggi l’intera Chiesa ha un bisogno profondo di fraternità nel riferimento comune a Gesù. Due Vescovi avranno maggiore possibilità di visitare le comunità, avranno più facilità a fermarsi con le persone. Se una parrocchia non incontra quasi mai il suo Vescovo, rischia di non gustare il respiro più autentico e bello della comunità cristiana, che va al di là dei confini della parrocchia.

Su quali fronti le sembra che possa essere di aiuto particolare l’inserimento di un’Ausiliare?

Spero che il Vescovo Ausiliare, che nel mio caso è anche Vicario generale della Diocesi, possa aiutare a intensificare i legami con le diverse esperienze ecclesiali. Vale per le parrocchie, ma anche per il mondo delle associazioni, che qualche volta rischiano di sentirsi una realtà a parte rispetto alla Chiesa locale. Spero poi che la presenza di un Ausiliare a Torino consenta di moltiplicare le occasioni di fraternità, oltre che di collaborazione, con il presbiterio e con i diaconi.

Lei come immagina la Chiesa torinese fra 20-30 anni?

Se penso al mondo che avevamo vent’anni fa, quando rientrai a Torino dopo gli studi condotti a Roma, non riconosco quasi più nulla di quei tempi. La rapidità del cambiamento in cui è immersa la società del nostro tempo non è paragonabile al passato. Come si presenterà la Chiesa tra vent’anni? Non so rispondere. Non so neppure come saremo fra cinque anni. C’è però una sfida scritta nel cambiamento stesso: non lo dobbiamo subire, dobbiamo starci dentro. Cioè metterci in atteggiamento disponibile a dare risposte nuove, perché nuove saranno le sfide.

Certo, non dobbiamo più perdere tempo. Nel passato un po’ di tempo è stato perso nella Chiese occidentali, la riflessione sul cambiamento è stata rinviata, pensando «fra dieci anni si vedrà, tra vent’anni…». Ora ci siamo. Le sfide sono sotto gli occhi di tutti: la mancanza di preti, la povertà del laicato, la fatica della testimonianza della vita consacrata. E allora partiamo da questo presente e cerchiamo di viverlo con genuinità evangelica. Il futuro non è tutto nelle nostre mani, ma se viviamo secondo il Vangelo questo futuro verrà e lo conosceremo, scopriremo le forme nuove, impareremo come il presente può rimettersi in movimento.

Quali domande sente salire dalla società civile nei confronti della Chiesa, oggi? Quali attese da questa Torino post-industriale con le sue periferie desolate, ma anche dalla grande campagna e dalle valli?

Non c’è una domanda unica. La varietà del territorio e delle esperienze abbracciate dalla Diocesi è molto ampia: c’è il capoluogo con la sua cintura, le campagne del cuneese con le loro città, il chierese con caratteristiche diverse, il canavese e le valli di montagna, per indicarne solo alcuni. C’è il percorso chiesto alla Chiesa torinese di camminare insieme alla Diocesi di Susa.

Tanti sono i territori, tante le domande legate ai problemi sociali e alla vita delle persone, che oggi fanno spesso fatica ad andare avanti. La Chiesa è in ascolto, anche quando non ha risposte pronte. Il suo contributo specifico, tante volte ricordato dall’Arcivescovo, è quello di far emergere una domanda che abita il cuore delle persone prima di tutte le altre: la domanda sul senso dell’esistenza. Siamo chiamati a rispondere prima di tutto a questa domanda.

Se inseguiremo i bisogni particolari, le domande particolari, non ce la faremo mai, perché non possiamo risolvere tutti i problemi. Se recuperiamo la domanda di senso, allora troveremo anche modalità possibili per rispondere alle altre domande, che sia l’aiuto ai poveri, il soccorso a chi ha perso la casa, il sostegno a chi è senza lavoro… Ma dobbiamo partire dalla questione fondamentale: che senso ha la mia vita? Le emergenze del tempo che stiamo vivendo (pandemia, guerre) hanno molto sottolineato questo interrogativo nel cuore delle persone, che guardano al futuro con paura.

Come motto episcopale lei ha scelto «Ille fidelis manet» (Egli rimane fedele), cosa desidera comunicare?

Questo motto dice che la fedeltà di Dio abbraccia la mia infedeltà, abbraccia le mie fatiche e ha custodito la mia esperienza di prete fino ad oggi. Dice che posso fidarmi veramente di Dio, e non fidarmi solo di me stesso. Dice che io, con le persone che incontro, sono chiamato ad essere testimone della fedeltà di Dio, per cui posso sempre dire: coraggio amico, anche se fai fatica, puoi fare un passo in avanti, non sarai mai solo, Dio ti è fedele.

Anche se non so quello che accadrà del futuro, anche nel turbine delle cose che riempiono le mie giornate, anche se la nostra Chiesa sembra in difficoltà su tanti aspetti, il Signore non mi abbandona. Il Signore non ci abbandona mai.

Ho sperimentato la fedeltà di Dio in una situazione particolare: il mio lavoro presso il Tribunale Ecclesiastico, che accerta la nullità dei matrimoni. Qui si presentano coppie che per i motivi più diversi non sono riuscite a tenere fede al loro impegno: la fedeltà di Dio dice anche a loro che il fallimento non è l’ultima parola e si può sempre fare un passo in avanti, perché Dio è fatto così.

Cosa porta della sua esperienza sacerdotale, trent’anni di ministero, nel nuovo servizio episcopale?

Io spero di portare tutto. Tanti amici mi hanno augurato di non cambiare: in questo «non cambiare» c’è la richiesta di «non peggiorare», di non fare emergere i lati peggiori che il nuovo ruolo di responsabilità potrebbe portare.

Porto con me le persone che ho incontrato in questi anni di sacerdozio. Ne ho ringraziate alcune al termine della Messa di ordinazione, ce ne sarebbero state tante altre. Credo che il mio modo di essere prete sia stato plasmato proprio dagli incontri con le persone, oltre che dai servizi che ho svolto e dalla ricchezza delle esperienze pastorali dirette, che un po’ temo di perdere con il nuovo ruolo.

Porto soprattutto l’idea che non siamo preti per dominare sulla vita degli altri, ma per accompagnarli e servirli. L’idea di un prete che non corre a mettersi in prima fila e neanche vuole aprire le strade, ma si mette in fondo e raccoglie quelli che sono rimasti indietro. Altri andranno davanti, poi ci ritroveremo dove abbiamo deciso di arrivare.

Sì, stare in fondo. Sono molto cambiato rispetto ai primi anni del mio sacerdozio: quando ero giovane prete pensavo di dover aprire sempre la fila, indicare la strada, guidare e ritmare il passo… Oggi percepisco il rischio che, stando davanti, pochi mi seguano, mentre i più si perdono. E allora ti metti in fondo: raccoglierai chi è rimasto indietro e alla fine arriverai, insieme a lui.

La festosa ordinazione in Cattedrale 

di Federica Bello

“Tu solo Signore rimani fedele”. Così mons. Alessandro Giraudo, commosso ha riassunto il suo grazie al termine dell’ordinazione episcopale domenica 15 gennaio in cattedrale. Tanti i grazie espressi, volti, persone e parole che ne hanno segnato il cammino e quindi l’auspicio di riuscire anche nel nuovo ministero e nella collaborazione con mons. Repole a “vivere il Vangelo che sempre ci ha appassionato”. Parole accolte da un lungo e sentito applauso e segnate dalla commozione e da uno “stile fraterno” come quelle pronunciate da mons. Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, che ha presieduto la celebrazione: “Caro don Alessandro, da oggi sarai Pastore in una maniera nuova, servo dell’Agnello dovrai servire mostrando che in Lui c’è la pienezza della vita”. “Sarai servo dell’Agnello per dire che nei nostri fallimenti personali non c’è la fine, che il mondo anche con le sue chiusure non è destinato alla fine”. “Oggi”, ha proseguito, “ti è dato il potere di arginare ciò che va contro la fraternità e far crescere a dismisura ciò che ci rende fratelli in Cristo”.

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO

Con mons. Repole, i vescovi ordinanti sono stati mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo metropolita emerito di Torino, e mons. Guido Fiandino, Vescovo ausiliare emerito di Torino. Presenti anche 26 Vescovi consacranti provenienti dalla Regione Conciliare Piemontese e della Valle d’Aosta e da altre Regioni d’Italia (Veneto, Toscana e Friuli), insieme al Card. Francesco Coccopalmerio (presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi). Accanto a loro 150 presbiteri e 35 diaconi. Hanno partecipato alla celebrazione anche una trentina di autorità civili, militari e religiose, oltre a 250 ospiti tra cui i collaboratori di Curia, Facoltà Teologica, Istituto superiore di Scienze religiose e Tribunale ecclesiastico interdiocesano piemontese, insieme ai fedeli provenienti da diverse comunità parrocchiali e gruppi, associazioni e movimenti della Diocesi, e a una rappresentanza di consacrate e consacrati.

A mons. Giraudo è stato assegnato il titolo di Castra Severiana precedentemente toccato ad un altro giovane Vescovo di origine piemontese, il cardinale Giorgio Marengo, Missionario della Consolata, prefetto apostolico di Ulaan Bataar. Il motto scelto da mons Giraudo è «ILLE FIDELIS MANET» (2 Tm 2,13), parole tratte dalla seconda Lettera di Paolo a Timoteo, laddove l’Apostolo afferma che anche quando noi manchiamo nella fede, Cristo invece rimane sempre fedele e questa affermazione è un’esortazione tesa a considerare la forza della grazia che è nel Signore e che supera le nostre manchevolezze.

Tanti i fedeli che hanno gremito il duomo e che hanno seguito la celebrazione trasmessa oltre che da Grp anche in streaming sui canali diocesani. Tante dimostrazioni di affetto e di gioia per un sacerdote “schivo” ha ancora sottolineato mons. Repole, “ma pieno di attenzioni e capacità di cura, di far germogliare il bene che c’è con la parola, la presenza, la vicinanza”.

IL SALUTO DI MONS. GIRAUDO AL TERMINE DELLA CELEBRAZIONE 

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