Morto Domenico Agasso senior, fu direttore de “il nostro tempo”

Carmagnola – Scompare una delle grandi firme del giornalismo italiano e della stampa cattolica, fu anche direttore di “Epoca” e caporedattore a “Famiglia Cristiana”

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Domenico Agasso Senior

È morto a Carmagnola nella notte del 31 dicembre Domenico Agasso senior, 99 anni, uno dei grandi giornalisti del Novecento.

Negli anni Ottanta fu direttore del settimanale cattolico torinese “il nostro tempo”, oggi confluito nella nuova testata “La Voce e Il Tempo”. Fu inoltre caporedattore di “Famiglia Cristiana” e direttore di “Epoca”, maestro per generazioni di giornalisti, firma autorevole della stampa cattolica.

Pubblicò per Mondadori nel 1978 una “Storia d’Italia” in otto volumi. Fu inoltre autore di libri su Papa Roncalli (“Mi chiamerò Giovanni”), sul fondatore dei paolini (“Giacomo Alberione, editore per Dio”) e su Papa Montini (“Paolo VI. Le chiavi pesanti”) che Agasso aveva accompagnato nei suoi viaggi apostolici, destinati a segnare la storia del pontificato, a partire dal primo in Terra Santa, nel gennaio 1964.

Maestro di generazioni di giornalisti

di Pier Giuseppe Accornero

Domenico Agasso senior, maestro di generazioni di giornalisti, si è spento nella notte tra il 31 dicembre 2020 e il 1° gennaio 2021. Avrebbe compiuto un secolo il 13 febbraio. Nasce nel 1921 e vive sempre nella frazione San Bernardo di Carmagnola. Si forma dal 1951 a «Il Popolo Nuovo», di ispirazione cristiana-democristiana, che ha direttori (Gioacchino Quarello, Rodolfo Arata, Giovanni Re, Carlo Trabucco) di prim’ordine e redattori di qualità, grandi nel giornalismo, nella politica, nel sindacato, nella vita: mons. Carlo Chiavazza, tra i fondatori de «il nostro tempo» e direttore de «L’Italia»; lo scrittore Giorgio Calcagno; Carlo Casalegno, docente per un anno al classico «Natale Palli» di Casale, uomo della Resistenza, vicedirettore de «La Stampa» e inflessibile difensore della democrazia e per questo assassinato dalle Brigate Rosse nel 1977; Carlo Donat-Cattin, futuro ministro e uomo di punta della Democrazia cristiana; Anna Rosa Gallesio Girola, insigne donna della Resistenza e del giornalismo. Diventa giornalista professionista il 1° ottobre 1952.

Quando nel 1958 Amintore Fanfani, segretario Dc, chiude «Il Popolo Nuovo», preferendo «Gazzetta del Popolo», Agasso passa a «Epoca» edita da Mondadori; poi a «Famiglia cristiana» come caporedattore. Nel 1970 ritorna alla Mondatori come direttore di «Epoca» ed «Espansione». Alla morte di mons. Chiavazza il 28 dicembre 1981, la direzione del settimanale passa per breve tempo a Beppe del Colle e poi dal 1983 al 1990 a Domenico Agasso.

Cura le rubriche della posta per «Famiglia cristiana» e «Il Giornalino». Scrive centinaia e centinaia di «medaglioni» sui santi e le sante pubblicati da «Famiglia cristiana». Quello di «Epoca» era un giornalismo rigoroso, fatto di grandi e bellissime fotografie con scritti capaci di portare il lettore dentro l’evento. Agasso comincia a scrivere le biografie di santi e di papi. Esordisce con «Mi chiamerò Giovanni». Racconta: «Che cosa mi colpì di Papa Giovanni? I suoi piccoli insuccessi diplomatici in Bulgaria, le difficoltà che incontrò in Turchia, la sua tranquillità, come quando dissero che Pio XII lo aveva nominato nunzio a Parigi perché voleva fare uno sgarbo a De Gaulle, inviandogli il meno importante dei suoi diplomatici». Poi «Paolo VI. Le chiavi pesanti» con le splendide fotografie di Bepi Merisio, frutto in presa diretta del vaticanista sul campo. Agasso infatti accompagna Paolo VI nei primi viaggi apostolici, destinati a segnare la storia del pontificato: Terra Santa (4-6 gennaio 1964); Bombay in India (2-5 dicembre 1964) dove Papa Montini conclude il 38° Congresso Eucaristico internazionale e incontra per la prima volta Madre Teresa alla quale regala l’auto che ha usato; New York (4-5 ottobre 1965) con quel grido-supplica ai potenti della Terra «Jamais la guerre! Jamais la guerre!»; Fátima (13 maggio 1967) nel 50° delle apparizioni della Madonna ai tre pastorelli. Del viaggio in Portogallo la cronaca di Agasso è sferzante con «il brutale dittatore del Portogallo, cattolico eminente munito di una polizia politica di ferro, colonialista irremovibile» e con i «cattolicissimi governanti che esaminavano il testo dell’enciclica sullo sviluppo dei popoli con la matita rossa e blu di arcigni professori che stabilivano quali parole del Sommo Pontefice fosse lecito lasciar leggere nelle chiese e quali no».

A Mario Giordano su «il nostro tempo» del 26 dicembre 1993, alla domanda «Da che cosa rimase colpito?», Agasso detta: «Dalla sua capacità di gioire, dall’ironia, dalla disponibilità al sorriso. Da lontano appariva malinconico ma a quattr’occhi era sempre molto cordiale, pronto ai motti di spirito». Paolo VI dedica un documento alla gioia cristiana, l’esortazione apostolica «Gaudete in Domino». Agasso ricorda che Paolo VI apre il testamento spirituale definendo la Terra «stupenda, magnifica, drammatica». Spiega il giornalista-scrittore: «In queste parole c’è tutta la sua persona, innamorata di un mondo che pure non gli dava mai retta. Aveva una grandissima sensibilità e una notevole forza interiore». Ancora un ricordo: Paolo VI in India visita un ospedale che curava le malattie più terribili: «Io non ci entrai. I fotografi uscivano vomitando. Lui, che pure aveva un sistema nervoso fragilissimo, si impose di terminare la visita. Non voleva risparmiarsi nulla».

Scrive numerose biografie: «Pio X l’ultimo Papa santo»; «Comboni una vita per la missione»; «Don Bosco»; «Maria Mazzarello il comandamento della gioia»»; «Don Alberione editore per Dio»; «Tecla Merlo antenna della buona notizia»; «Giuseppe Allamano. Fare il bene bene»; con il figlio Renzo firma «Michele Pellegrino uomo di cultura, cardinale audace, voce dei senza voce». Nel 1978 pubblica da Mondadori una «Storia d’Italia» in otto volumi

Agasso, capostipite di giornalisti, il figlio Renzo, il nipote Domenico junior è testimone della Chiesa pre-conciliare, conciliare e post-conciliare; e protagonista privilegiato. Agasso è stato sempre disponibile con le nuove generazioni di giornalisti – chi scrive ne è buon testimone – e il suo archivio e la sua memoria storica – si legge in una biografia in morte – «hanno rappresentato un antidoto al giornalismo un po’ effimero del giorno per giorno, che rischia talvolta di presentare come “novità” o come “prime volte” circostanze in realtà già avvenute prima».

Così, rispondendo a una domanda da inserire in un libro dedicato ai viaggi di Papa Francesco, ricorda che i dialoghi con i giornalisti in alta quota – nonostante Paolo VI formalmente «non concedeva interviste» – iniziano con Papa Montini: «Era stabilito che il Papa non facesse conferenze stampa né concedesse interviste, ma capitava che non si sottraesse a qualche domanda. Paolo VI veniva a salutarci, uno per uno, a volte sia all’andata che al ritorno. Qualcuno di noi faceva delle domande. Una volta io gli diedi un’offerta per i bambini pakistani che mi era stata affidata da una parrocchia. Sul volo di ritorno volle venire a dirmi di persona che l’aveva consegnata».

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