Nacque Facebook e ci cambiò la vita

Anniversario – Vent’anni fa il primo grande social network. E oggi nel mondo utilizzano le piattaforme social 5 miliardi di persone. Ne parliamo col professor Roberto Mancini, allievo di Karl Otto Apel, ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata

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Il 4 febbraio 2004 Mark Zuckerberg dava vita a Facebook. Da vent’anni a questa parte la comunicazione, nel mondo, è totalmente cambiata. Una rivoluzione che sta esondando in tutti gli ambiti e a tutti i livelli della vita sociale. Ne parliamo col professor Roberto Mancini, allievo di Karl Otto Apel, ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata, già docente di Culture della sostenibilità presso l’Università della Svizzera italiana e responsabile della Scuola di altra economia.

Professor Mancini, se io clicco su un biglietto aereo per Parigi, senza acquistarlo, e poi vi torno dopo un’oretta, il biglietto nel frattempo è aumentato di prezzo. Cioè il sistema AI da cui dipende la definizione del prezzo dei voli si muove come un mercante d’altri tempi, che alza la posta se capisce che quel bene ti è indispensabile. Ma questo nuovo mercante non ha una coscienza. I social network giocano su questi meccanismi?

Purtroppo sì. Questi percorsi di interazione, che avvengono per via telematica, ci introducono in una prigione di sequenze automatiche nelle quali siamo forzati a reagire in base ai modelli della macchina e in base alla sua programmazione. Questa condizione, per quanto non sprovvista di varianti, risulta coercitiva per noi, per la nostra mente e la nostra sensibilità. Noi e la nostra creatività siamo imbrigliati dentro modelli di reazione.

Ma i social network, in generale, ci offrono continuamente nuove occasioni da cogliere…

Sicuramente, ma non sempre adeguate alle nostre vere esigenze: non ha senso avere una serie di prestazioni delle quali non mi importa nulla. E poi, per ogni possibilità che si apre al nostro orizzonte, mi viene reclamato di soggiacere a una catena di condizionamenti che consumano il mio tempo, la mia forza e la mia concentrazione. Mentre mi conformo allo ‘strumento’ rischio di abbandonare una serie di abilità che non applico, o non scopro mai, perché sono assorbito dalla mia relazione con la macchina.

Come possiamo reagire?

Con l’intelligenza critica, che mi permetterà di porre la giusta distanza tra me e l’incantatore che mi vuole soggiogare.

Nel 1962 Kennedy diceva che le tecnologie non hanno una coscienza, perciò è l’uomo col proprio utilizzo a renderle buone o cattive. L’informatico Ray Kurzweil, invece, scommette sul contrario, queste macchine un giorno avranno una coscienza. I social network, appoggiandosi ai sistemi di intelligenza artificiale, saranno sempre più pregnanti?

Il presidente americano non aveva torto. Le tecnologie non hanno coscienza e non riusciranno ad averla. E se anche avessero un surrogato di controllo morale, sarebbe comunque il prodotto di una programmazione pre-definita, forse con svariate facoltà di scelta e variabili, ma comunque predefinita.

Che cosa non può fare la macchina?

Non può osservare l’evento, la novità che capita nell’esistenza, né può manifestare una sensibilità emotiva. Manca di coscienza, ma anche di quell’insieme di capacità intime che rendono l’umano prezioso e insostituibile. Le previsioni di Kurzweil eccedono di un’esaltazione malsana e profondamente ideologica.

Ma oggi abbiamo corsi, cattedre sull’Etica dell’informazione…

Per un verso questi insegnamenti sono necessari, perché è evidente l’ambiguità tra la tecnologia come grande opportunità per l’uomo e la tecnocrazia come apparato che acquista potere soggiogando l’umanità stessa. La tecnocrazia può diventare una forma di potere capace di entrare nel nostro ‘ambiente’ mentale costringendoci a certi automatismi tendenzialmente negativi.

Perché Facebook, Instagram, Google, le piattaforme di e-commerce ci costringono ad automatismi tendenzialmente negativi?

Perché ci sottraggono il tempo che sembrano farci risparmiare, annullano la distanza tra la fonte dello stimolo e la nostra risposta, scavalcano la libertà e la coscienza. E poi, anche con le cattedre di Etica dell’informazione c’è il rischio di incorporare tutto in un approccio meramente tecnico, che è comunque adattato ai criteri di potenza e di rapidità meccanici. Nel mondo accademico c’è una tenace propensione a dividere l’etica in settori: l’etica degli affari, la bioetica, le deontologie professionali e via dicendo.

Perché non va bene?

Perché, in questa maniera, si va smarrendo il presupposto dell’etica stessa, la dignità dell’umanità e della natura, il bene, il discernimento critico rispetto a ciò che bene non è. Occorrerebbe insegnare l’etica del bene comune, a scuola, nelle università.

I social, professore, sanno cosa vogliamo. Ci anticipano, ci offrono quello che potrebbe interessarci…

Non si tratta solo di accedere al mondo dei miei bisogni e dei miei desideri, ma anche della capacità, anzi del potere di far nascere in me, artificiosamente, la tensione all’avere una certa cosa. Stiamo diventando incapaci di dare risposte libere e originali. Le nostre reazioni stanno diventando meccaniche. Nessuno esige da noi di credere, ma di funzionare.

Di funzionare secondo i calcoli… Ci si vuole ‘prevedibili. Non è così?

Sì. Un individuo calcolabile, predefinito sin nei suoi impulsi più personali e interiori. La Scuola di Francoforte se n’era già accorta ed aveva duramente criticato il veleno totalitario presente nella cultura occidentale. Ma persino loro ammettevano che l’umano rimane irriducibile, per quanto si cerchi di dominarlo. Il ‘post-umano’ che cos’è se non un soggetto concepito e prodotto a immagine e somiglianza del potere?

Perché siamo così ‘catturabili’ dalle suggestioni del delirio di potenza? Si può fare altrimenti?

Possiamo svolgere una ricerca interiore, imparare ad accogliere la nostra umanità, che mi sembra la prima a restare straniera. Togliamo gli occhi dagli schermi, proviamo a fidarci del silenzio, dell’ascolto, della meditazione. E, per chi crede in Dio, della preghiera.

E cosa accade se lo facciamo?

Potremmo anzitutto diventare consapevoli che la vera ragione di vita non è il cervello, né tanto meno il computer, ma la nostra stessa umanità. I sogni di potenza oggi sono tanto rischiosi quanto goffi. E, più di ogni altra cosa, ci fanno perdere tempo prezioso per salvare noi stessi e il pianeta seguendo l’etica della cura. Dobbiamo ricondurre la tecnologia al servizio dell’umanità e demolire la tecnocrazia, prodotto velenoso delle proiezioni di potenza degli uomini e della remissività delle masse.

Davvero molto dipende da noi? In un certo senso siamo noi la tecnologia?

Sì, se essa rispecchia le nostre alienazioni e le nostre illusioni più pericolose, sempre legate alla logica del potere. Essa è lo specchio del potenziale di libertà o delle deformazioni che noi stessi mettiamo in campo nella vita della società. Tutte le fedi e le sapienze del mondo, del resto, consigliano di affrontare in sé stessi la lotta tra il bene e il male.

Cosa pensa di iniziative come la «carta etica» promossa qualche anno fa dalla Pontificia accademia per la vita o altre formule per bonificare certi ‘sistemi malati’ e renderli, al contrario, una via della pace, come direbbe Papa Francesco?

Possono essere utili per dare delle coordinate etiche e antropologiche fondamentali capaci di alimentare una riflessione critica collettiva. Ma queste iniziative restano documenti se la Chiesa, e con essa le comunità religiose proprie delle diverse fedi del mondo, non daranno nuovo e sistematico impulso all’educazione etica ,nel senso immaginato da Emmanuel Levinas: l’etica non come teoria, ma come rinascita, risveglio della coscienza nell’esperienza della responsabilità che abbiamo verso il prossimo. È insieme un’etica del volto, ma anche, sempre, un’etica del bene comune, da cui nessuno è escluso.

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