Napoleone a duecento anni dalla morte

5 maggio 1821 – L’imperatore francese muore sull’isola atlantica di Sant’Elena dove era confinato da sei anni, prigioniero degli inglesi dopo la sconfitta di Waterloo e la conclusione del Congresso di Vienna. Il cinque maggio di Manzoni, la cronaca diventa poesia

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Il cinque maggio 1821 l’imperatore francese moriva sull’isola atlantica di Sant’Elena dove era confinato da sei anni, prigioniero degli inglesi dopo la sconfitta di Waterloo e la conclusione del Congresso di Vienna.

Il 1769 fu un anno importante per il mondo occidentale. In quel mese di maggio, l’eroe della breve indipendenza della Corsica, Pasquale Paoli, venne sconfitto nella battaglia di Pontenuovo e l’isola divenne un possedimento della Francia. Il 15 agosto dello stesso anno, ad Ajaccio, nacque  Napoleone Bonaparte. Chissà come sarebbe cambiata la storia, se quel bambino fosse nato cittadino corso, anziché suddito francese, se gli indipendentisti non avessero perso quello scontro decisivo?

Le truppe rivoluzionarie transalpine, nel 1796, sarebbero riuscite ad entrare in Italia, e di lì arrivare fino al centro dell’Europa, se non fossero state guidate da quel bambino, ormai diventato un giovane generale geniale, che capì che era inutile cercare di vincere la resistenza piemontese sulle Alpi, quando si poteva passare per il ventre molle della Repubblica di Genova e di lì risalire “comodamente” dalle valli del Tanaro e della Bormida?

I repubblicani, che in Francia avevano decapitato la monarchia, dopo aver predicato la libertà, l’eguaglianza e la fraternità, avrebbero mai pensato di consegnare la nazione ad un uomo solo al comando, prima console a vita e poi imperatore che, dopo mille anni, pensava di essere l’erede di Carlo Magno, ma che era nato francese quasi per caso?

Nel 1815, con la definitiva sconfitta di Waterloo e col Congresso di Vienna, si chiuse la parabola politica di un uomo che aveva sconvolto l’Europa, tenendola in pugno per circa vent’anni, per poi morire giusti due secoli fa, il 5 maggio 1821, sull’isola atlantica di Sant’Elena, prigioniero degli inglesi e distante da tutti i suoi affetti.

Non è possibile comprendere l’Europa moderna senza considerare gli anni del dominio napoleonico e le centinaia di migliaia di (inutili) morti in battaglia, che segnarono le sue campagne belliche dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno e soprattutto nelle gelide steppe russe, dove iniziò la sua fine. Era un uomo intelligente ed ambizioso, ma spietato e crudele, che però sapeva combattere in prima linea e suscitava entusiasmo intorno a lui, a differenza dei capi aristocratici che facevano morire i soldati, comandandoli stando ben a distanza dal fuoco nemico. La tattica di guerra settecentesca venne da lui ribaltata, soprattutto con l’uso scientifico dell’artiglieria, dando, ahinoi, un terribile esempio di efficienza militare per i conflitti successivi.  Sapeva premiare il merito, per cui sergenti, tenenti, mariti di lavandaie, nipoti di birrai …, purché capaci e fedeli, diventarono generali, ministri e marescialli.

Mise in moto un ascensore sociale mai visto in precedenza e così modernizzò la Francia e molti dei territori conquistati. Importanti istituzioni giuridiche, finanziarie ed amministrative, insieme a molte opere (e distruzioni) pubbliche, ancora oggi attuali, risalgono a quel periodo. Nei paesi occupati, parecchi dignitari locali collaborarono col suo governo, sia perché furono obbligati, sia perché, comunque, avevano qualcosa da imparare. In Piemonte lo fecero anche Michele Benso di Cavour, padre di Camillo, e suo cugino, il patriota Santorre di Santa Rosa, che fu il protagonista dei moti liberali piemontesi del 1821, che si verificarono lo stesso anno della morte di Napoleone.

Due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero, come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor, così commenta Manzoni nella sua poesia Cinque maggio e continua e sparve, e i dì nell’ozio chiuse in sì breve sponda, segno d’immensa invidia… da parte dei regnanti nemici, che erano tiranni come lui, ma che non potevano tollerare la sua supremazia. La condanna delle ambizioni e degli eccessi del Bonaparte deve essere perciò una condanna estesa a tutti gli autocrati della sua epoca  che, in molti casi, furono meno capaci di lui e commisero all’incirca gli stessi crimini, senza però neanche modernizzare i loro paesi. Nel panorama politico dell’epoca, forse solo negli Stati Uniti d’America (e parzialmente in Inghilterra) esisteva una classe dirigente illuminata e non così avida di potere e di ricchezze.

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