di Francesco Munafò
La diagnosi di Nico Piro arriva di fronte a un teatro parrocchiale di San Barnaba gremito per l’occasione: «L’Occidente ha perso la sua credibilità sull’altare della guerra». L’inviato speciale del Tg3 è intervenuto il 31 gennaio durante il convegno «Né per mare né per terra: conoscere la guerra, seminare la pace, costruire la speranza» organizzato dall’Azione Cattolica di Torino, che «da molti anni dedica il primo mese dell’anno ad approfondire il tema della pace», spiega il presidente diocesano Roberto Falciola, «in un momento in cui ci sono 56 conflitti in corso nel mondo».
Dopo i saluti iniziali (sono intervenuti, tra gli altri, la vicesindaca Michela Favaro, e il vescovo ausiliare, monsignor Alessandro Giraudo), insieme con Nico Piro hanno preso la parola il fotoreporter Paolo Siccardi, il telecineoperatore Rai Guido Cravero e l’inviata di Famiglia Cristiana Giulia Cerqueti. Tutti impegnati nel rendere la stampa portatrice di pace. Come? Spogliando la guerra di ogni retorica e raccontandola in tutta la sua spietata quotidianità.
È l’obiettivo che Cravero si è posto da quando ha preso in mano la videocamera per la prima volta: «Anche le immagini che documentano gli effetti dei conflitti su donne e bambini sono importanti – ha detto Cravero – perché permettono di distruggere il mito delle ‘bombe intelligenti’ e della ‘guerra chirurgica’. Quando si fa una guerra si combattono soprattutto le persone». Come l’anziano albanese che vende l’incenso in mezzo a un paesaggio kosovaro dilaniato o il bambino iracheno deturpato da una bomba: entrambi «catturati» dalla telecamera di Cravero, entrambi manifesti spontanei e crudi dell’antimilitarismo.
Volti e storie finite spesso nell’obiettivo fotografico di Siccardi, che coi suoi scatti ha raccontato le sofferenze dei civili durante le guerre degli ultimi quattro decenni: «Nella Sarajevo assediata – ha raccontato – bisognava continuare a vivere, nonostante i prezzi del pane fuori controllo e le trecento granate al giorno che cadevano sulla città».
E poi c’è la religione, usata dai regimi autoritari come ideologia delle armi: «Spesso, i conflitti hanno invece ragioni economiche e territoriali» ha spiegato Giulia Cerqueti. Eppure c’è anche una chiesa che dà fastidio ai belligeranti e che diventa «un sassolino nella scarpa», come ha detto Cerqueti raccontando l’attività dei cattolici ucraini sotto assedio. O le parole e i gesti di papa Francesco.
Ma l’orrore della guerra si incarna anche nelle sue strumentazioni di morte. Vito Alfieri Fontana produceva mine antiuomo nell’azienda di famiglia, basata in Puglia; una domanda del figlio piccolo («Papà, ma tu sei un assassino?»), il pungolo del vescovo Tonino Bello e di alcuni pacifisti, lo hanno portato a diventare sminatore nei Balcani di fine anni ’90 alle prese col dopoguerra. Oggi l’uomo racconta la sua testimonianza di pace in giro per l’Italia. È la stessa missione dei trecento abitanti del villaggio israeliano di Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di pace in ebraico e in arabo), dove convivono pacificamente ebrei, cristiani e musulmani, e che è stato raccontato venerdì con una testimonianza video. Quelle genti sono l’esempio di come, con le parole di Falciola, «non possiamo rassegnarci a un mondo senza futuro».
Francesco MUNAFÒ


















