Nel bosco i presepi del cuore

Il «sentiero dei presepi» – Si trova sulle colline tra Langa e Roero. Un fenomeno. Famiglie con i bimbi, donne e uomini in cerca di pace. Arrivano da ogni dove. S’inoltrano nel bosco. Percorso impegnativo che sembra diventare un sospiro di pace, forse di fede

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È il «sentiero dei presepi». Si trova sulle colline tra Langa e Roero.  Un fenomeno. Famiglie con i bimbi, donne e uomini in cerca di pace. Arrivano da ogni dove. S’inoltrano nel bosco. Percorso impegnativo che sembra diventare un sospiro di pace, forse di fede. Capanne nei tronchi scavati degli alberi, tra le radici, sospese nelle pozzanghere, ritagliate nel muschio. Piano piano emerge un mondo «altro». Niente luci, niente giochi elettronici. Tutto è semplice, sobrio, povero. Tutti i personaggi sono fatti con pezzi di scarto: cortecce buttate, ritagli di stoffa, fili di impianti elettrici dismessi, cartoni, borse, cravatte, maglie, parrucche. E sono uno spettacolo della vita. Ed è uno spettacolo da cogliere a gocce in un pomeriggio di questo strano Natale.

Li portano persone che credono, altre che forse no, altre in ricerca. Espressione di un sentimento profondo del Natale, quello che ti entra dentro e non t’abbandona mai. È un «cammino», immerso nella natura, profondamente interiore, un gesto d’infinita misericordia. Giornate belle con sole o neve non importa, le tracce dei passaggi, un rito laico e di religiosità spontanea e popolare. E tutto avviene dove, nei secoli, passavano i viandanti, dove i poveri ai tempi della malora di Beppe Fenoglio, la miseria, venivano a cercare qualche frutto da mangiare.

Spesso sono confusi tra rugiada e fango. Quadri naif di una grande storia. È l’arte spontanea che cammina insieme all’estro e la fantasia. Sono tra ciò che resta della Silva Popularis che da Torino scendeva verso la Pollenzo Romana, nel cuneese. Angeli che sfiorano il fango, pastori, contadini, artigiani in mezzo ai rami e al fogliame di un inverno duro e gelato.  Nel silenzio del mattino o alle prime luci del tramonto camminano per un’ora tra il muschio per lasciare le immagini di Betlemme: statue fatte a mano, con materiale recuperato nei cassetti, pezzi poveri, ma autentici, briciole di sobrietà. Segni di fede e di pace lungo i percorsi dove nei secoli sono passati banditi e santi, briganti ed eremiti. Tracce che mescolano in modo raro arte e fede, storia e spontaneità, vicende personali e simboli mondiali.

E allora s’incontrano, a Ferrere d’Asti come a Pocapaglia o Bra piccole borgate ricostruite con pietra, case modellate con il tufo delle «rocche» o assemblate con semplici rametti incastonati di foglie secche. A modo loro sono manifestazione di una sensibilità che si pensava cancellata dal rancore provocato dalla crisi interminabile, dai drammi sempre più frequenti di famiglie spezzate, di unione o matrimoni falliti. Sembrano l’antologia di quella semplicità che emerge quando la vita si fa dura, il lavoro scarseggia, la globalizzazione porta meriti ma anche problemi.

Papa Francesco: «Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo».

Percorrere la via dei presepi è, dice il parroco don Mauro Canta, l’occasione per conoscere e scoprire un territorio che anche nei mesi invernali quando sembra che tutto sia fermo a causa del freddo e della neve, racconta della laboriosità e dell’operatività di tante persone che vivono su queste colline mantenendo care le tradizioni, tra le quali la realizzazione del presepe. Realizzato con materiali semplici, in alcuni casi anche con un tema e una riflessione pensata ogni anno appositamente, il presepe esprime anche la volontà di tenere vivi i legami tra le persone che abitano sulla stessa collina e creare reti di fraternità. «Tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia» come una volta per la pace dei cuori.

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