Nel Venezuela con due presidenti migliaia in fuga dalla fame

America Latina – Maduro non cede il potere e Guaidò mobilita le piazze per creare un Governo di transizione. La battaglia per il potere si fa per le strade, ma anche nelle aule di giustizia e nei caveaux delle banche. L’appello dei Vescovi

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Nel Paese con due presidenti, nessuno dei quali pienamente legittimo, la battaglia per il potere si fa nelle piazze, ma anche nelle aule di giustizia e nei caveaux delle banche: la magistratura, che sta con Nicolas Maduro, il Presidente due volte eletto, ma che non rispetta i diritti umani e che ha contro Donald Trump, intima a Juan Guaidò, il Presidente auto-proclamato, di non lasciare il Paese e ne congela i beni; la finanza, i terrieri, i petrolieri – non necessariamente venezuelani – stanno, invece, con Guaidò, che ha molti sostenitori nel Paese e molti amici fuori. La Chiesa locale incoraggia il cambiamento; Papa Francesco, meno schierato pro Guaidò, sta «con tutto il popolo venezuelano» ed è preoccupato di uno «spargimento di sangue».

Tra interferenze esterne e prove di forza interne, e mentre i ministri degli Esteri dei Paesi dell’Ue si riuniscono per discuterne in Romania, il Venezuela consuma i giorni dell’ultimatum europeo: otto, fino alla fine della settimana, per indire nuove elezioni. Maduro ha già respinto al mittente l’invito, denunciando «l’arroganza» dell’Europa.

Gli schieramenti interni – Lo stillicidio delle defezioni indebolisce, giorno dopo giorno, il potere di Maduro. Ma non è – ancora? – l’esodo che forse Guaidò sperava. Scarlet Salazar, console del Venezuela a Miami, disconosce Maduro e riconosce Guaidò come legittimo Presidente, chiedendo ai suoi colleghi negli Stati Uniti e in altri Paesi di fare altrettanto. Analogo passo aveva fatto lo scorso fine settimana l’addetto militare del Venezuela a Washington, colonnello José Luis Silva. Via tweet, Guaidò dà il benvenuto «a tutti coloro che vogliono essere coerenti con la Costituzione e con la volontà del popolo venezuelano»; estende la promessa d’amnistia ai prigionieri politici; chiede ai militari di non reprimere le proteste, «non sparate su chi manifesta pacificamente».

I vertici militari, però, mantengono il sostegno a Maduro, dopo che il Presidente aveva personalmente partecipato all’avvio di manovre delle Forze armate nazionali bolivariane nello Stato di Carabobo, nel centro del Paese: è sicuro della lealtà dei soldati «di fronte al tentativo di colpo di Stato». Ci sono pure voci, smentite, di interventi militari esterni: il Cremlino nega che un contingente di 400 mercenari russi sia stato inviato in Venezuela per proteggere il regime; e la Casa Bianca nicchia sull’ipotesi di dislocazione di 5.000 uomini in Colombia, Paese confinante (ma assicura che reagirà, se Guaidò sarà minacciato).

Dopo una settimana di tensioni, il bilancio delle violenze che hanno segnato tutto il Paese, dopo l’autoproclamazione di Guaidò, è salito a una quarantina di vittime. Secondo un’organizzazione che tutela il rispetto dei diritti umani, 850 cittadini venezuelani, fra cui 77 minorenni under 14, sono stati «arrestati arbitrariamente e messi sotto custodia delle forze di sicurezza». Ma la situazione complessiva resta relativamente calma: il livello di violenza non tocca l’intensità da guerra civile temuta.

Il fronte economico – Ed emergono segnali che, dietro la mossa di Guaidò, incoraggiata, se non suggerita, dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo a riconoscerlo, ci siano interessi economici ed energetici, più che l’attenzione e la sensibilità alle difficili condizioni del popolo venezuelano. Washington, intanto, accetta come rappresentante legittimo del Venezuela negli Stati Uniti un noto oppositore del chavismo, Carlos Alfredo Vecchio, indicato da Guaidò.

In una conferenza stampa, al rientro a Caracas da New York, dopo avere partecipato alla riunione ad hoc del Consiglio di sicurezza, il ministro degli Esteri Jorge Arreaza dice che «le sanzioni degli Usa sono costate al Venezuela dal 2017 almeno 23 miliardi di dollari»: «Denaro che doveva essere utilizzato per comprare medicine, generi alimentari, materie prime, per realizzare infrastrutture e per rispettare gli impegni finanziari internazionali».

Guaidò blocca il rientro a Caracas di 31 tonnellate di oro depositate dal governo Maduro nelle casse della Banca d’Inghilterra: l’autoproclamato Presidente scrive alle autorità britanniche, denunciando «una transazione illegittima» e sostenendo che «i fondi, se fossero stati trasferiti, sarebbero stati usati dal regime per reprimere il popolo». Per Guaidò, gli atti del presidente della Banca Centrale venezuelana Calixto Ortega non sono legali, perché Ortega non è stato nominato dal Parlamento, come prevede la Costituzione.

E Washington sequestra i beni venezuelani negli Stati Uniti, ‘paralizza’ la filiale nordamericana della compagna petrolifera statale, cede a Guaidò il controllo dei beni venezuelani in territorio Usa.

Sul fronte diplomatico, si muove poco: la lista dei Paesi che, seguendo l’invito degli Stati Uniti, riconoscono Guaidò s’allunga con l’Australia e Israele – non c’è da sorprendersene –, mentre l’Arabia saudita opera contro Caracas sul mercato del petrolio. Le ore dell’ultimatum europeo stanno sccorrendo: otto giorni per proclamare nuove elezioni, pena il riconoscimento di Guaidò. Maduro respinge la richiesta, giudica l’Ue «arrogante»: «Nessuno può darci ordini a casa nostra»; ma svaluta una volta di più la moneta, equiparando il corso ufficiale a quello del mercato nero.

Gli schieramenti internazionali – Gli Stati Uniti, i primi a schierarsi, e anzi gli istigatori dell’autoproclamazione di Guaidò, guidano la fila dei sostenitori del ‘cambio di regime’: in ordine sparso, li seguono la maggior parte dei Paesi dell’Organizzazione degli Stati americani –non il Messico e l’Uruguay, che offrono mediazione, e Cuba, il Nicaragua, la Bolivia, quel che resta della sinistra sud-americana bolivarista, castrista o ‘chavista’ –, il Canada, l’Australia, Israele e altri.

Benché espresso con modalità diverse, il messaggio europeo dei vari Sanchez, Macron, Merkel e May suona invece così: «Il popolo venezuelano deve poter decidere liberamente del suo futuro. Senza un annuncio di elezioni entro domenica, potremo riconoscere Guaidó come presidente ad interim e sviluppare con lui un processo politico».

Come prevedibile, la riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al palazzo di Vetro di New York, è una palestra di retorica, ma non conduce a nulla. Russia e Cina, i grandi protettori del regime chavista, parlano di «tentativo di golpe in Venezuela» e di «questione interna». Gli Usa, col segretario di Stato Mike Pompeo, bollano il regime come «mafioso e illegittimo», gli intimano di non «metterli alla prova» e invitano tutti «a unirsi alle forze della libertà in Venezuela».

Le prove di dialogo tra Maduro e Guaidò abortiscono. E il dramma del Venezuela – un Paese ricco di petrolio, grande tre volte l’Italia e con 27 milioni di abitanti – e le sofferenze della popolazione, vittima d’una crisi economica drammatica, inflazione a sei zeri e valore ufficiale della moneta equiparato al mercato nero, non paiono prossime a finire.

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