Nelle case popolari di corso Grosseto la Pasqua dell’Arcivescovo

Parrocchia Cafasso – Carica di significati la presenza del Vescovo fra le famiglie colpite dalla crisi economica, molto intenso il lavoro della comunità parrocchiale per l’animazione del quartiere popolare

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foto Renzo Regaldo

«Ieri abbiamo contemplato il Volto della Sindone, un volto straziato che ci guarda e ci dice ‘io sono con voi nella sofferenza’. Oggi sono qui con voi a celebrare la Pasqua in un quartiere che come tutte le periferie soffre più di altri gli effetti drammatici della pandemia. Ma sono qui per dirvi che non siete soli, che Gesù ci guarda, cammina con noi come con i discepoli di Emmaus. Sono qui oggi perché desidero portarvi la vicinanza della Chiesa torinese perché, come ho detto altre volte, vorrei che la vostra parrocchia che da sempre è vicina a chi è nella sofferenza sia uno dei tanti modelli per la nostra diocesi, una comunità di cristiani che mette in pratica le parole del Papa ‘Siamo tutti fratelli’».

foto Renzo Regaldo

Quest’anno la Cattedrale si è spostata nel cortile centrale delle Case popolari di corso Grosseto,  periferia nord: l’Arcivescovo  domenica 4 aprile alle 17, ha scelto di presiedere  la Messa di Pasqua in Borgo Vittoria, in una delle zone della città che più patisce la pandemia innestata nella crisi economica che ha messo in ginocchio centinaia di famiglie. Mille le persone che abitano i 600 alloggi di edilizia popolare: anziani soli, nuclei reduci di sfratti, famiglie di immigrati con i  problemi di emarginazione che affliggono tutte le periferie urbane, dalla tossicodipendenza all’abbandono scolastico, dalla disoccupazione all’illegalità. Eppure qui, la parrocchia, intitolata a San Giuseppe Cafasso, unico punto di riferimento e di aggregazione accoglie senza chiedere «chi sei?».

Da nove anni parroco è don Angelo Zucchi, che ha lanciato lo slogan: parrocchia Cafasso, «Il Centro della periferia».  «Perché anche nelle zone delle città in cui si fa più fatica, una comunità cristiana può fare la differenza», spiega. E qui tra Mensa per chi non ha dove mangiare, alloggi di emergenza per senza fissa dimora, Caritas parrocchiale con decine di volontari «àncora» per chi è nella disperazione, la comunità ecumenica africana (unica nella diocesi) e una Scuola paritaria dalla materna alle media con 500 allievi, riferimento educativo per Torino nord, la differenza – anche grazie a tanti benefattori –  la si fa eccome. Per questo l’Arcivescovo, che a settembre aveva  inaugurato l’anno scolastico in mascherina alla Scuola Cafasso, torna volentieri «al Centro della periferia»: «Ringraziamo davvero mons. Nosiglia che ha deciso di celebrare la Resurrezione del Signore con noi» ha detto don Zucchi al termine della Messa a cui hanno partecipato, a nome del presidente della Regione Cirio, l’assessore Maurizio Marrone, il consigliere regionale e provinciale Silvio Magliano ed Emilio Bolla, presidente Atc.

La Messa, trasmessa in diretta su Radio Maria, è stata preceduta dalla preghiera del Rosario: «I residenti sono stati  invitati a seguire la celebrazione per non creare assembramenti dai balconi o dai davanzali dei loro appartamenti» prosegue il parroco. I giovani impegnati in parrocchia hanno animato  la liturgia e don Angelo ha coinvolto un gruppo di ragazzi «del muretto» che, al termine della celebrazione, ha donato a tutti gli inquilini i rametti d’ulivo benedetti da mons. Nosiglia, una piccola colomba pasquale offerta da un pasticcere della zona e le uova di Pasqua per i più piccoli.

«Sono i giovani che varcano con difficoltà la soglia della parrocchia o dell’oratorio, con famiglie problematiche, alcuni bevono o fanno uso di sostanze: ma hanno risposto al mio invito con entusiasmo e con la pettorina del Cafasso, hanno portato nelle case l’augurio dell’Arcivescovo e la vicinanza della Chiesa torinese: un invito per tutti  a non perdere la speranza e a cominciare a ricostruire una periferia solidale». La storia che racconta don Zucchi in questa pagina «ha tanto da insegnare a noi, oggi, e ci invita a guardare ciò che ha ispirato i nostri padri» conclude «Per tanti versi, la pandemia si può paragonare a una guerra mondiale.

La frase di Papa Francesco: ‘Non lasciatevi rubare la speranza», descrive bene il nostro desiderio di ricostruire – non solamente «rammendare» – un tessuto sociale più aperto e solidale. E non dopo, ma già adesso, durante la pandemia».

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