Se c’è uno che fa peggio di Donald Trump è la coppia comunista-maoista Daniel Ortega-Rosario Murillo, dittatori assoluti da quarant’anni del Nicaragua, specializzati nella persecuzione della Chiesa, ultimo baluardo di libertà, che già nel 1979 dichiarava in messaggi e lettere pastorali «la Chiesa non è contro nessun cambiamento che rispetti l’uomo e i suoi diritti».
L’ULTIMA – I sacerdoti devono recarsi ogni settimana alla polizia per avere il permesso di celebrare Messa; le processioni e le manifestazioni religiose sono proibite; le celebrazioni dentro i luoghi di culto sorvegliate; ogni parola dal pulpito è piantonata dagli spioni. Neppure gli evangelici, i giornalisti, gli attivisti, oppositori politici sfuggono alle persecuzioni. Nel 1981 ci furono i primi attacchi delle «turbas» alla Chiesa. Nel 2024 ci sono state 222 violazioni della libertà religiosa, dice «Christian Solidarity Worldwide». Oltre 800 mila nicaraguensi, 12 per cento della popolazione, sono fuggiti sotto i colpi dell’esercito parallelo di 76.800 poliziotti incappucciati. Come il pazzo «sceriffo di Washington» esce dagli organismi internazionali – ma non dal Consiglio di sicurezza Onu, centrale del potere mondiale – così Ortega si ritira dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite parlando di «falsità e calunnia». La «primera dama», la moglie Rosario Murillo, definisce la decisione «sovrana e irrevocabile». Motivo? Le Nazioni Unite accusano il famigerato duo di «trasformare il Paese in uno Stato autoritario senza istituzioni indipendenti».
MOLTO SANGUE – Il Paese centro-americano da oltre mezzo secolo vive una situazione drammatica: repressione del regime; violenze della polizia; agguati delle squadracce paramilitari. Molto sangue è stato versato. Proteste e scontri dilagano contro i pieni poteri che Ortega concede all’Istituto di sicurezza nazionale. Sessantaquattro anni fa il «Frente sandinista de liberación nacional» (Fronte sandinista di liberazione nazionale) – in omaggio ad Augusto Sandino, capo della guerriglia antimperialista – lotta con un forte sostegno popolare e nel 1979 abbatte il dittatore fascista Anastasio Somoza, sostenuto dagli spioni dell’americana Cia. Daniel José Ortega Saavedra – oggi 79enne – è presidente dal 1985 al 1990, quando è sconfitto dalla democratica Violeta Chamorro. Torna al potere assoluto nel 2006 ed è confermato nel 2011 e 2018. Ha imparato da Fidel Castro a fingersi moderato per prendere il potere e poi imporre la sua volontà. Come il «lìder maximo» de L’Avana e come tutti i dittatori – il russo Putin, il turco Erdogan, il cinese Xi Jinping, il coreano del Nord Kim Jong-un e ora lo statunitense Trump – ha cambiato la Costituzione per dominare all’infinito.
LA «VITTIMA» WOJTYLA – Sono passati 42 anni dal 6 marzo 1983 quando a Managua atterrò Giovanni Paolo II. Visibilmente alterato, è costretto ad ascoltare la «tiritela» dell’altezzoso Ortega che elogia la rivoluzione sandinista-castrista e che aveva proibito di parlare del viaggio papale. Celebra la Messa nello stadio di Managua, stracolmo di fedeli. Militanti sandinisti, con microfoni collegati clandestinamente al sistema di amplificazione, disturbano l’omelia del Pontefice con proclami anti-imperialisti: un sandinista punta la pistola contro un tecnico di «Radio Vaticana». Le «turbas» profanano la Messa, un’indegna gazzarra tanto che il Papa è costretto a gridare «silenzio!» ai giovinastri rumoreggianti: la più plateale contestazione mai inscenata nei confronti di un Papa. Il regime è terreno fertile per la Teologia della liberazione e del governo fanno parte alcuni sacerdoti, apertamente rimproverati da Giovanni Paolo II. Nei 50 discorsi del viaggio in Centro-America il Papa condivide «il dolore dei popoli»; auspica «il trionfo dell’amore, della misericordia, della pace»; invita «al rispetto della dignità e dei diritti dell’uomo». Ai «campesinos» riafferma: «La Chiesa è solidale con la giusta e nobile causa della vostra dignità»; prega sulla tomba di mons. Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, arcivescovo martire, assassinato dagli squadroni della morte in San Salvador.
ECONOMIA DISASTRATA – Un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Con il presidente democratico Barak Obama la Camera dei rappresentanti Usa approva il «Nica act» che esclude l’appoggio americano a Managua. Durante la campagna elettorale 2016 l’episcopato definisce «dannoso qualsiasi tentativo di attuare un regime a partito unico in cui scompaiano la pluralità ideologica e i partiti politici». La Chiesa è oggi l’unica voce libera. Il dèspota si dichiara «profondamente cattolico» e afferma che la Chiesa di Roma è «una dittatura perfetta, corrotta e cattiva», mette le tasse su elemosine e donazioni alla Chiesa; non risponde alle lettere di protesta dei vescovi; incarcera preti e vescovi e li manda in esilio. Il regime mette fuori legge 6 mila organizzazioni no-profit; espelle i diplomatici vaticani, tra cui il nunzio l’arcivescovo Waldemar Stanislaw Sommertag, sebbene le relazioni diplomatiche non siano completamente rotte.
CONTRO LE SUORE – Espulse 18 suore Missionarie della Carità che si dedicavano ai più poveri; 30 clarisse sono prelevate di notte dai monasteri. «È stato permesso loro di portare via solo pochi effetti personali, quanto avevano tra le mani» denuncia un’attivista. La polizia politica occupa i Seminari e caccia i seminaristi. Il sito «Dedpacho 505» denuncia il regime che sequestra sacerdoti e vescovi, li imprigiona, li processa, li condanna e li caccia. Nel luglio 2024 l’Onu accusa di «crimini contro l’umanità» il presidente Ortega e la vice-presidente Murillo: incitano «discriminazione, ostilità e violenza» contro le istituzioni religiose e i loro membri. Elencano migliaia di minacce, molestie, aggressioni fisiche, detenzioni arbitrarie e violazioni del diritto a un processo equo. Come fanno tutti i dittatori, rubano i beni della Chiesa. Non c’è limite al peggio. Fa condannare a 26 anni di carcere un vescovo perché si è rifiutato di imbarcarsi su un aereo con altri 222, diretto in esilio degli Stati Uniti: l’eroico vescovo è «un traditore della Patria». Nulla di nuovo sotto il sole per i dittatori nazifascisti e comunisti: 62 anni fa arrivava a Roma, grazie all’intercessione di Giovanni XXIII, mons. Josyf Ivanovic Slipyj, metropolita di Leopoli degli Ucraini e capo della Chiesa greco-cattolica, ferocemente perseguitato dai comunisti sovietici.
Pier Giuseppe Accornero
