
Da quel tragico 13 ottobre 2013, dove a poche bracciate dalla famosa spiaggia dei Conigli di Lampedusa morirono 368 persone, i naufragi dei barconi della speranza non si sono mai arrestati e il Mediterraneo continua ad essere «il più grande cimitero d’Europa», come l’ha definito Papa Francesco. Eppure quei morti – tra cui minori non accompagnati, donne incinte e bambini – non fanno più notizia. Un po’ perché, se chi annega non supera un certo numero, non «passa» nei telegiornali e nella maggior parte dei quotidiani. E poi anche se «passa» lettori e telespettatori non ci fanno più caso, così come ci siamo abituati alla distruzione di Gaza o alla guerra in Ucraina.

Per questo fa notizia che la sera del 31 ottobre scorso – quando le mascherate patetiche e mortifere di Halloween impazzavano ovunque – a Nichelino il Centro sociale Nicola Grosa fosse gremito di cittadini di ogni età non per la festa delle zucche. Con il sindaco Giampiero Tolardo e l’assessore alla Pace e all’Istruzione Alessandro Azzolina, in tanti hanno partecipato alla visione del docufilm «A nord di Lampedusa», una storia di morti veri e di resurrezione che parte proprio dalla drammatica notte del 13 ottobre 2013. Presenti i due registi, il nichelinese Davide Demichelis, noto giornalista autore tra l’altro per Rai 3 di «Radici» storie di immigrazione, Alessandro Rocca, torinese, documentarista e membro della Ong «ResQ People saving people» che soccorre i naufraghi nel Mediterraneo e il protagonista, Vito Fiorino barese emigrato a Milano che da più di 20 anni vive a Lampedusa «per destino».
Un destino che la notte del naufragio – come racconta il docufilm che tra i numerosi riconoscimenti è stato presentato nel marzo scorso al Parlamento europeo in occasione della Giornata dei Giusti 2025 – lo ha portato in mare con la sua barca. E con alcuni amici salva 47 giovani eritrei che stavano annegando.
Una tragedia che cambia la vita di Vito, falegname e poi gelataio nell’isola siciliana, che non dimenticherà più le grida disperate dei naufraghi che non è riuscito a sottrarre alla morte. Ma non ha dimenticato neppure i volti dei superstiti che da subito ha abbracciato come si fa con un figlio guarito dopo una lunga malattia.
Il documentario – realizzato con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo – racconta del viaggio che Vito, accompagnato da Davide Demichelis, intraprende 10 anni dopo il naufragio a nord di Lampedusa, in Olanda, Svezia e Norvegia, alla ricerca dei «figli» africani sopravvissuti con cui ha mantenuto i contatti.
Storie che spesso rimangono anonime o vengono all’onore delle cronache solo quando qualcuno degli uomini dei barconi si macchia di un reato. Nessuno invece parla di chi – grazie al salvagente lanciato mentre annegava – è riuscito ad uscire dalla povertà nella legalità, accettando i lavori più umili tra pregiudizi e discriminazioni ma ce l’ha fatta e riesce anche a sostenere i congiunti rimasti in Africa a vivere di stenti.
Olanda, Svezia e Norvegia: qui Vito, che è considerato come un padre e per i più giovani un nonno, riabbraccia Alex addetto alle pulizie e parrucchiere; Solomon, autista di autobus che a Stoccolma ha incontrato una sua connazionale, si sono sposati e hanno un figlio. E poi Abram che vive integrato in un villaggio in un fiordo ma sogna di tornare in Eritrea paese «dove non c’è libertà».
La storia che racconta Vito, anche lui un immigrato, come ha sottolineato rispondendo alle tante domande dei nichelinesi, è quella di un uomo coraggioso che suo malgrado ha dato ai «figli eritrei» una seconda possibilità. Una storia, come ha detto il sindaco Tolardo, che ci insegna – in un tempo dove regnano aggressività e indifferenza – che possiamo ancora essere umani.
«Un messaggio potente, in una città come Nichelino da sempre approdo di immigrati, che crede nella necessità di regolarizzare e integrare le persone che fuggono da povertà, guerre e persecuzioni. L’Italia, Paese a crescita zero, ha bisogno di immigrazione: chi non se ne rende conto è miope e rifiuta la realtà».


