Nigeria, don Bature: “I cristiani nel mirino dei terroristi islamici”

Africa – L’allarme lanciato dal sacerdote nigeriano della diocesi di Maiduguri. La strage non si ferma: 6000 cristiani uccisi dal 2015, oltre 600 nei primi mesi del 2020

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don Joseph Fidelis Bature

Dopo una settimana nelle mani dei terroristi, il 31 gennaio sono stati liberati i sette bambini rapiti da un orfanotrofio alla periferia della capitale nigeriana, Abuja. Bambini tra i 10 e 13 anni, probabilmente destinati ad essere addestrati dalle milizie criminali. Ed è una continua escalation: solo nel mese scorso circa cento persone sono state sequestrate in attacchi negli stati nigeriani di Kaduna, Niger, Katsina e Tarabw. Si stima che nel Paese africano, dal 2015, siano oltre 6.000 i cristiani uccisi, più di 600 solo nei primi mesi del 2020. Non si fermano davanti a nulla i terroristi islamici che sempre più in questi mesi stanno utilizzando l’arma dei rapimenti per ricavare denaro, alimentare la paura che destabilizza il Paese, ma «soprattutto», spiega don Joseph Fidelis Bature, sacerdote della diocesi di Maiduguri, economo della Cattedrale di St. Patrick e responsabile del Centro diocesano di Riabilitazione psico-sociale post-trauma, che abbiamo raggiunto al telefono, «per perseguitare i cristiani».

Non usa mezzi termini padre Bature per descrivere la situazione, per evidenziare come indipendentemente dal fatto che gli autori delle violenze siano riconducibili a Boko Haram o che siano Fulani o appartengano ancora ad altri gruppi armati di matrice islamica, in tutte le azioni ci sia comunque una connotazione anti-cristiana. «Il 15 gennaio scorso è stato rapito don John Gbakaan, sacerdote della diocesi di Minna», ricorda don Bature, «assalito con suo fratello mentre erano per strada, il suo corpo è stato ritrovato il giorno dopo e del fratello non si sa ancora nulla… A dicembre anche monsignor Moses Chikwe, Vescovo ausiliare di Owerri, è stato rapito da uomini armati e trattenuto per alcuni giorni». Sacerdoti sempre più nel mirino dei rapitori, al punto che la Conferenza episcopale nigeriana ha dichiarato che in caso di nuovi sequestri di religiosi le diocesi non pagheranno riscatti «per non alimentare il fenomeno». E ancora ha dichiarato mons. Kaigama, Vescovo di Abuja: «C’è urgente bisogno che il governo nigeriano affronti la situazione addestrando gli agenti di sicurezza ad agire in modo più efficace. Ci si aspetterebbe che, con tutto il denaro gestito dai politici, il governo investisse di più nell’acquisto di strumenti validi a perseguire i criminali. Gli agenti guadagnano molto poco e devono affrontare malviventi che hanno armi più sofisticate e spesso sono loro le prime vittime».

«Da metà dicembre», prosegue don Bature, «la situazione è infatti peggiorata, anche se da sempre come cristiani siamo a rischio. Fa parte purtroppo della nostra storia, sono tanti gli interessi in gioco perché il Paese è ricco e fa gola a chi vuole sfruttarlo, ma in più c’è il filo sottile che serpeggia dell’odio verso i cristiani e così si è sempre nel mirino. Come sacerdoti, nonostante le minacce, non possiamo abbandonare le nostre comunità: siamo pastori e il pastore ha il compito di restare con il gregge e di difenderlo. Sono più di dieci anni che viviamo sotto questa persecuzione e abbiamo deciso di restare e di vivere con coraggio, rispondendo con le armi del bene al male e alla violenza, proprio perché crediamo che il bene può vincere il male».

Anche la gente non si arrende. «A Natale», prosegue, «qui, nel campo profughi di Kuchigoro sono stati celebrati 120 battesimi, questo mese nella mia comunità ce ne saranno altri 100. È il nostro miracolo: da quando è iniziata la persecuzione i cattolici sono aumentati. Più siamo perseguitati più la nostra fede si rinvigorisce. La gente ha paura, ma conserva la fede, viene alle celebrazioni, partecipa, si affida a Dio nella preghiera». «Ed è la preghiera», aggiunge, «l’unica cosa che ci aiuta a resistere, perché le autorità non gestiscono la situazione. Quando interviene qualche politico moderato che rispetta i cristiani viene subito minacciato e anche se il presidente Buhari ha sostituito nelle scorse settimane i capi dell’esercito, non penso purtroppo che le cose cambieranno molto…». C’è paura, ma non odio: così accade che gli aiuti caritativi nei vari campi profughi presenti nel Paese offerti dai cristiani vadano a chi ne ha bisogno indipendentemente dalla fede professata, «eppure nemmeno questo impedisce che le nostre comunità siano oggetto di persecuzione. Sanno che noi, come il Vangelo ci insegna aiutiamo tutti, amiamo i nostri nemici, ma questo non basta, vogliono mandarci via». «E tra le attività caritative, grazie alla fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre», prosegue, «stiamo realizzando un centro di assistenza psicologica per chi ha vissuto il trauma della violenza».

Il Vescovo di Maiduguri infatti consapevole del dolore individuale e sociale causato dalla diffusa violenza, ha predisposto una specifica formazione dei sacerdoti per il sostegno dei fedeli traumatizzati, e in particolare delle circa 8.000 vedove e degli oltre 17.000 orfani. E Aiuto alla Chiesa che soffre sta finanziando la costruzione del Centro che consentirà a queste donne vittime di soprusi e violenze, e alle vedove, di essere adeguatamente assistite da un team di esperti con l’obiettivo di metterle nella condizione di costruire autonomamente il futuro proprio e quello degli orfani grazie anche alle competenze lavorative che acquisiranno nella struttura. Il Centro, con sede nella città di Maiduguri, consentirà di seguire 150 donne l’anno.

Parla di futuro don Bature, parla di speranza: «Perché sappiamo che anche tanti pregano per noi. In questo momento ciò che ci incoraggia è sapere che molti ci sono vicini». Il Papa lo scorso 2 dicembre aveva ricordato al termine dell’Udienza del mercoledì 100 contadini uccisi nel Nord-est del Paese e all’Angelus del 1° gennaio aveva invocato la liberazione del Vescovo rapito: «Vi invito inoltre ad unirvi alla preghiera dell’Arcidiocesi di Owerri in Nigeria per il Vescovo Monsignor Moses Chikwe e per il suo autista, rapiti nei giorni scorsi. Chiediamo al Signore che essi e tutti coloro che sono vittime di simili atti in Nigeria tornino incolumi in libertà e che quel caro Paese ritrovi sicurezza, concordia e pace». «Ci dà anche speranza», conclude don Bature, «il fatto che ci sono dei mass media che stanno raccontando quello che accade, che parlano dei rapimenti, delle sofferenze della nostra gente. Il rischio è di sentirsi abbandonati, dimenticati, che delle nostre vite non importi a nessuno. Noi non abbiamo voce per far cambiare la situazione, ma se ci fosse più attenzione internazionale a quello che accade, forse poi per noi cristiani potrebbe essere garantita maggiore sicurezza».

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