Che sia tramontata la stagione del boom economico, quando Torino, identificata con «mamma Fiat», attirava centinaia di migliaia di italiani in cerca di futuro, è purtroppo evidente da decenni non solo a chi vive sotto la Mole. Ma che il lavoro stabile –una granitica certezza delle generazioni nate nel boom economico – non rappresenti più una garanzia di solidità economica è stato meno interiorizzato. Tanto che i torinesi di 50-60 anni, dopo aver educato i loro figli all’equazione «se studi e ti impegni troverai un impiego sicuro per la vita», fanno fatica ad accettare che il posto fisso non sia più sinonimo di sicurezza economica.
Accanto al lavoro precario e a tempo determinato, di cui sono vittime soprattutto i giovani, il lavoro sottopagato sta allargando le fila di chi, pur avendo un’occupazione stabile, è a rischio di fragilità economica e sociale. Il dato emerge con chiarezza dalla seconda fase dell’indagine «Vite a debito» (la prima fase fu pubblicata nel 2023), realizzata tra aprile e dicembre 2025 dalla Fondazione don Mario Operti (Diocesi di Torino) con il sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte e con la collaborazione di Università del Piemonte Orientale, Confindustria e Fondazione degli Industriali di Cuneo, Aidp Piemonte e Valle d’Aosta, Unione Industriali Torino, La Scialuppa Crt onlus – Fondazione Anti-usura e la Fondazione San Matteo «Insieme per l’usura». La presenza di Scialuppa e San Matteo rinforza l’attenzione sull’effetto deleterio del lavoro stabile, ma «povero»: sempre più famiglie stanno rassegnandosi a indebitarsi per vivere.

«È il caso di molti lavoratori dipendenti che abbiamo intervistato», spiega Antonio Sansone, segretario generale della Fondazione Operti: «sono soggetti con un lavoro a tempo indeterminato, un buon reddito, ma spesso con un indebitamento pari a tutto ciò che guadagneranno nei successivi 12 mesi. Parliamo di lavoratori che, causa l’aumento di affitti, mutui, costi delle utenze e delle spese quotidiane schizzate alle stelle con il Covid e le guerre, non riescono ad arrivare a fine mese. Appena sopravvengono imprevisti come malattie, spese sanitarie, separazioni o genitori anziani che necessitano di assistenza, il ricorso al prestito diventa strutturale, perché il costo della vita supera il salario».
La Fondazione Operti, nata in seno alla Diocesi di Torino nel 2004 per accompagnare le persone in difficoltà ad acquisire strumenti per raggiungere l’autonomia, ha avviato l’indagine sui casi in difficoltà perché, dopo la pandemia, ha registrato un crescendo di richieste di aiuto da parte di lavoratori e lavoratrici dipendenti a rischio di indebitamento. L’attuale nuova, seconda fase dell’indagine riporta dati raccolti attraverso un questionario e arricchiti dal confronto tra lavoro pubblico e privato: ha coinvolto 72 imprese e pubbliche amministrazioni del Piemonte, 40 mila dipendenti a tempo indeterminato di cui il 50% esposti a rischio di sovraindebitamento. Il 12% degli intervistati è esposto a indebitamento, in varie forme, per un totale di oltre 3.500 persone e per una cifra che supera i 46 milioni di euro.
Qual è l’identikit del lavoratore che chiede un prestito? «Solo una parte dei richiedenti sta sopportando la cessione del quinto dello stipendio o pignoramenti», risponde Sansone. «Oltre la metà degli intervistati chiede prestiti personali, aziendali o Inpdap, cosa che indica che si ricorre al credito per i bisogni primari e non per consumi superflui».
La fascia più esposta ha tra i 41 e 55 anni (46,4%), cui seguono gli over 56 (40%). Ci si indebita per cifre tra i 150 e 300 euro al mese da rimborsare con lo stipendio, fino a punte di 450 euro. Tra i più indebitati, in proporzione, ci sono i dipendenti pubblici, forse perché contrattualmente più stabili. Assenti i più giovani: è anche questo un fenomeno preoccupante, perché le nuove generazioni accedono raramente a un lavoro stabile e, senza un contratto a tempo indeterminato, non possono accedere al credito. Non si indebitano solo perché vivono nel precariato.
L’indagine mostra che il lavoro stabile (dato e non concesso che lo si trovi) continua ad essere ritenuto un elemento primario di dignità, anche se, da sé solo, non è sufficiente per garantire una vita decorosa. «Quello che come Fondazione stiamo cercando di fare, a fronte dei risultati dell’indagine, è innanzi tutto informare i datori di lavoro, sindacati, formatori, responsabili delle risorse umane: occorre sapere che spesso il debito è il risultato di mancata inclusione ed educazione finanziaria. Riteniamo necessario aumentare la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione su questi temi, che sono parte della vita delle persone, delle famiglie ‘normali’… Non stiamo parlando di quelle che vivono ai margini perché appartenenti a fasce dichiaratamente deboli».
«Dobbiamo fare il possibile perché il lavoro non diventi così povero, perché non aumentino le sacche di povertà estrema», conclude Sansone. «L’informazione capillare è fondamentale perché aiuta a non vergognarsi della propria fragilità e a chiedere aiuto. anche per evitare di cadere nei tentacoli dell’usura e della ludopatia».



