Non si arresta il calvario dei migranti diretti in Francia

Valle di Susa – Vicende drammatiche dietro all’esodo di migliaia di uomini e donne, corsa all’accoglienza dopo lo sgombero di un gruppo che sostava ad Oulx. L’Arcivescovo Nosiglia mobilita la diocesi segusina per il soccorso degli sgomberati

170

Il 23 marzo è stata sgomberata la Casa cantoniera alle porte di Oulx, in Valle di Susa, sulla statale 24, occupata da anarchici francesi e italiani nel dicembre 2018, dove trovava rifugio anche una cinquantina di persone:  famiglie e singoli  migranti di passaggio verso il confine francese. Afgani, pakistani e provenienti dall’africa sub shariana che ogni giorno transitano nella Valle dopo anni di cammino alle spalle per raggiungere familiari, amici, o per aprire la strada ad altri connazionali che non hanno altra speranza di vita se non la fuga.

I migranti «sgomberati» sono stati subito accolti dal Rifugio Fraternità Massi, sempre a Olux (che per tre giorni per far fronte alla situazione è rimasto aperto 24 ore su 24),  gestito dalla associazione Talità-kum che fa capo al parroco  di Bussoleno don Claudio Chiampo, dove collabora per la parte assistenziale sanitaria la onlus torinese Rainbow for Africa e dove convergono gli aiuti della Fondazione Magnetto, di tanti volontari della Valle, quelli di «Susa Oltre Confine», di chi è legato alla Diaconia Valdese, della Croce Rossa, dell’Asgi, Scout, ma anche di singoli e famiglie che più che volontari preferiscono definirsi, vista la situazione,  «difensori dei diritti umani» e delle suore Francescane Missionarie di Susa (che dal 2017 e anche il giorno dello sgombero hanno messo a disposizione i loro locali) che sono in rete con la Pastorale Migranti di Torino e con l’associazione Famiglie Accoglienti di Torino.

Una rete di accoglienza, varia e diffusa, che ha risposto subito all’emergenza rispetto allo sgombero, ma che a partire dalla situazione creata intende richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla gestione di un flusso continuo: «dal 2017 si parla di 8 mila persone ogni anno e in questo 2021 stiamo già verificando un aumento», sottolinea Paolo Narcisi, presidente di Rainbow for Africa, «persone che non possono essere abbandonate in queste condizioni». Gestione delle migrazioni da un lato e accoglienza dignitosa dall’altro, quell’accoglienza dei volontari che il giorno stesso dello sgombero mons. Nosiglia ha voluto ringraziare e incoraggiare.

«Il loro impegno», ha sottolineato, «è diventato un ‘esempio’ per altri che hanno deciso di compiere gesti di accoglienza e di solidarietà» verso chi attraversa la Valle.

«Un flusso»  – ha aggiunto –  «che non riusciamo certo a interrompere, ma che – in ogni modo – ci interpella. Per questo chiedo alle comunità cristiane della zona ma anche dell’intera diocesi di rendersi ancora solidali. Servono spazi per accogliere, in particolare le famiglie con bambini. Così come servono contributi finanziari.  E serve, ancora, il lavoro volontario di chi sta vicino a queste persone, ascolta i problemi e i bisogni, e con questo suscita speranza».

Accoglienza «che non si piò rifiutare», spiega suor Annamaria che con la consorella Edoardina ha accolto 10 persone migranti e che erano nella casa cantoniera. «Hanno passato tre giorni con noi prima di ripartire e uno lo hanno trascorso a lavarsi e a lavare le loro cose: nella casa occupata non c’era acqua calda… le condizioni erano difficili. Lo stesso sgombero poi li aveva impauriti e una mamma con i suoi due bambini è arrivata dopo perchè si era nascosta terrorizzata… Qui sono stati rifocillati e i piccoli hanno potuto giocare, si sono tranquillizzati e poi hanno ripreso il loro cammino verso il confine. Soprattutto di fronte a famiglie e piccoli non si può negare una accoglienza. E posso dire che da noi abbiamo ospitato anche un bambino che aveva appena 12 giorni di vita, un bambino nato lungo la strada…».

E al di là del fatto che senza la casa cantoniera viene meno comunque un luogo di riparo (il rifugio Massi è stato potenziato e sono stati collocati in cortile moduli che consentono ora una capienza di circa 60 unità), resta la condizione di chi compie la traversata ad essere inaccettabile.   «E questo che deve far riflettere», prosegue Narcisi, «non è accettabile che non si provveda, se non sul profilo assistenziale a queste persone che arrivano qui con anni di cammino alle spalle, spesso in condizioni sanitarie precarie, come la bambina afgana respinta che ha ‘fatto notizia’ l’altro giorno al confine e poi portata al Regina Margherita, o come un ragazzo con una malformazione cardiaca che qualche settimana fa abbiamo cercato almeno di ‘stabilizzare’ e che stava facendo la traversata sulle spalle del padre.

Sono persone che arrivano anche con il peso di debiti contratti per il viaggio (30 mila euro dovrà restituire la famiglia del ragazzo malato ) e quindi, quand’anche andasse a buon fine la loro migrazione, saranno costretti  a pagare per anni… Se invece si attivassero corridoi umanitari, se si consentisse a queste famiglie di viaggiare in sicurezza, poi il volontariato potrebbe accompagnarli e assisterli, ma sarebbe diverso e non rischierebbero come ora la vita. È una situazione che non può essere lasciata alla buona volontà, o gravare su in singolo Comune come quello di Oulx,  serve che le istituzioni si assumano la responsabilità di tante vite».

E proprio di vita parla Silvia Massara, volontaria di Bardonecchia della associazione di francese Tous migrants. «Sono persone che non si possono fermare, alcuni sono stati anche qui in Italia qualche anno, ma senza soldi, senza nulla, non hanno alternative se non arrivare in Francia, Germania, Spagna là dove sono attesi da altri connazionali o dove hanno maggiori possibilità di futuro. Niente o quasi li può far desistere, hanno visto e subito già ogni sorta di violenza e dramma».  «Noi volontari», prosegue, «cerchiamo comunque di far capire ai migranti cosa rischiano, li mettiamo in guardia, spieghiamo loro come chiamare il soccorso alpino, come vestirsi…. Cose che noi diamo per scontate, ma che non lo sono, con la speranza che non si perdano altre vite».

«Vite», prosegue, «che non devono essere il prezzo di politiche indifferenti,  o  che fanno notizia solo quando  ci sono eventi tragici o che coinvolgono i bambini».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

cinque − cinque =