Norberto Bobbio e l’opposizione all’aborto

20 anni dalla morte – L’opposizione ideale e filosofica all’aborto del grande filosofo torinese Norberto Bobbio di cui il 9 gennaio si ricorda il ventesimo anniversario della morte

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Norberto Bobbio

«Le conseguenze dell’indifferentismo morale sono apparse chiare nella discussione sull’aborto da parte degli abortisti, ma potrei citare molti esempi, come la liberazione sessuale. Si è considerato il divieto dell’aborto esclusivamente dal punto di vista giuridico, del diritto positivo, come se la depenalizzazione – il fatto che lo Stato non intende intervenire per perseguire penalmente chi compie o aiuta a compiere l’aborto – lo avesse fatto diventare moralmente indifferente. Come se la liberalizzazione giuridica si risolvesse di per sé nella liberalizzazione morale».

IL 16 MARZO 1979 NEL PRIMO ANNIVERSARIO DEL SEQUESTRO DI ALDO MORO e dell’uccisione della scorta, il grande filosofo torinese Norberto Bobbio – del quale il 9 gennaio si ricorda il ventesimo della morte – scrive su «La Stampa» l’articolo «La politica non può assolvere il delitto» nel quale sostiene che tra i tanti deleteri effetti della politicizzazione – ridurre tutto a politica come se l’unica regola del fare umano fosse la conformità allo scopo – vi è l’indifferentismo morale: «Questo diffondersi dell’indifferentismo morale si rivela nella facilità con cui si accusa di moralismo chiunque compia un timido tentativo di porre i problemi risalendo ai principi primi, come “non uccidere”, “non mentire”, “rispetta l’altro come persona“ ecc. Porre un problema in termini morali è considerato spesso come segno di debolezza o insipienza». Si riferisce soprattutto «a coloro che si professano laici, non fedeli di alcuna religione, i quali con il loro sempre più incosciente rifuggire dal porre i problemi della condotta dal punto di vista morale, sembrano voler dare ragione a chi ha detto: ”Se Dio non c’è, tutto è permesso”. L’aggettivo ”immorale”, come espressione negativa di un atto, è caduto in disuso. Si cerca di suscitare la riprovazione mostrando che un atto non è cattivo, ma inutile». In questa riflessione Bobbio porta come esempio il problema dell’aborto.

SULL’ABORTO «LA STAMPA» HA TACIUTO E CONTINUA A TACERE – In questi giorni «La Stampa» ha dedicato pagine e pagine al docente torinese di etica e filosofia, uno dei commentatori più illustri che hanno scritto sulle sue pagine. Ebbene «La Stampa» ha taciuto e tace sull’opposizione ideale e filosofica all’aborto del docente di Filosofia del diritto. Niente da stupirsi perché nella sua tradizione culturale il foglio torinese non è abituato a concedere la parola a chi dissente dalla linea del suo pensiero. Ha sempre fatto così, un monolite etico-morale-filosofico. Lo ha sempre fatto: non ricordo un articolo a favore del matrimonio e contro il divorzio, a favore della vita e contro l’aborto e contro l’eutanasia, a favore della famiglia con due sposi – un uomo e una donna – e dei figli e contro la «famiglia arcobaleno».

«IL NASCITURO HA DIRITTO UMANO FONDAMENTALE DI NASCERE»  Bobbio affronta per la seconda volta il tema dell’aborto al congresso di Amnesty International nell’aprile 1981 a Rimini. Parlando della pena di morte e del «non uccidere», afferma: «Sono contrario all’aborto dal punto di vista etico perché l’aborto è contrario al diritto alla vita. Altro è depenalizzarlo come reato, altro è considerarlo moralmente indifferente». Soprattutto nel maggio 1981 interviene più volte e più diffusamente sul problema aborto. Alla vigilia del referendum del 14-15 maggio proposto dal Movimento per la vita per l’abrogazione della «legge 194» del 1978, il pensatore è uno dei pochi laici che interviene pubblicamente, in modo chiaro e netto. L’8 maggio, in un’intervista a Giulio Nascimbeni per il «Corriere della Sera», Bobbio afferma anzitutto «il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto. C’è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c’è il diritto della società della società in generale e anche delle società particolari a non essere superpopolate e a esercitare il controllo delle nascite. Di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Il diritto della donna e quello della società, di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto solo lasciandolo nascere».

«FATTA MALE LA LEGGE 194 SULL’ABORTO» – Nell’intervista al «Corriere» Bobbio prende di mira direttamente la legge 194 sull’interruzione di gravidanza: «Al primo articolo dice che lo Stato “garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”. Secondo me questo articolo ha ragion d’essere se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nel primo articolo della 194, è scritto che l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Questo prova che non si può considerare il concepito come un oggetto di cui ci si possa sbarazzare per ottenere un fine sociale».

«CREDO DI NON ESSERMI MAI ALLONTANATO DALLA RELIGIONE DEI PADRI» – scrisse un giorno Bobbio – «ma dalla Chiesa sì. Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all’ultima ora. Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi». Va però subito riconosciuto il fatto che ditale atteggiamento spirituale Bobbio non aveva fatto mai cenno in precedenza nelle sue numerose opere scritte e nella sue pubbliche affermazioni. Il 5 novembre 1997 l’intera pagina d’apertura dell’inserto culturale «Agorà» in «Avvenire» è dedicata a un tema affrontato con grande impegno da Bobbio: «Dubito, ergo soffro» e il sottotitolo virgolettato riproduce il suo pensiero: «Sarebbe ridicolo sostenere che Dio non c’è; per il non credente esiste il mistero, perché la ragione è limitata. Invecchio continuando a cercare»

UN PENSIERO LO TORMENTAVA E DIVENNE PUBBLICO nel 1992 – Riguarda la decisione presa da Bobbio nel 1935 di rivolgersi a Mussolini, per chiedergli di non danneggiare la sua carriera di docente universitario a seguito della denuncia che aveva subito per il fatto di intrattenere rapporti amichevoli con il gruppo partigiano «Giustizia e Libertà», oppositore del regime fascista i suoi amici cercano di placare la sua sofferenza, ma egli dichiara apertamente di non essere mal riuscito a sciogliere quel nodo. Dopo la sua morte un prete illuminato di Torino, mons. Franco Peradotto, dichiara: «Diceva di riconoscere l’esistenza di un Essere supremo, ma criticava la Chiesa. Lo capisco: nel fascismo la Chiesa fu ambigua e parziale».

Pier Giuseppe Accornero

 

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