Nosiglia ai sacerdoti, “perseguite sempre la via dell’umiltà e del servizio”

Torino – L’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia nel Giovedì Santo, 1° aprile, ha presieduto nella chiesa del Santo Volto la Messa del Crisma con i presbiteri e i diaconi della diocesi torinese. GALLERY

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Pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha pronunciato Giovedì Santo, 1° aprile, nella Messa del Crisma nella chiesa del Santo Volto a Torino.  

Cari amici, le letture bibliche della Messa crismale pongono in risalto la funzione profetica, sacerdotale e regale di Gesù Cristo, il Servo e Messia su cui si è posato lo Spirito di Dio per consacrarlo con l’unzione e mandarlo a predicare l’anno di misericordia del Signore. Associati a questo divino ministero mediante il Battesimo, i credenti in Cristo, salvati dai peccati dal sangue del Figlio di Dio, sono resi “sacerdoti per il loro Dio e Padre”, proclama solennemente l’Apocalisse.

Il nostro specifico sacerdozio ministeriale, lo sappiamo bene, è a servizio di quello comune dei fedeli, di cui siamo pienamente partecipi. Vorrei che insieme ci chiedessimo: in che cosa consiste l’offerta sacrificale del Signore, che lo fa sacerdote e ministro dell’eterna alleanza nel suo sangue per tutti gli uomini?

La risposta la troviamo nell’inno della lettera ai Filippesi, che la Chiesa ci fa ascoltare più volte durante questa Settimana Santa. È la via della umiliazione estrema della morte, ma soprattutto la via dell’obbedienza al Padre. Il Vangelo ci presenta Gesù come uomo perfettamente libero, perché fa sempre ciò che piace al Padre suo. L’assoluta libertà di Cristo nei confronti dei potenti del suo tempo e delle scelte di vita, povera e disposta a sacrificarsi per il suo prossimo, sta nella sua piena sottomissione al Padre.

La nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo deve collocarsi perciò sullo stesso piano. Siamo stati costituiti sacerdoti per vivere in questa prospettiva obbedienziale, riscattando la nostra libertà dall’affermazione del nostro io, e per compiere ciò che Dio vuole e ci comunica nella Chiesa, a vantaggio di tutti gli uomini. Per raggiungere questi traguardi abbiamo diverse strade.

Una è certamente quella di accogliere e imitare l’esempio del Signore nel vivere e promuovere la comunione e l’unità nella Chiesa.

Il vescovo è il primo che è chiamato a dare l’esempio in forza del suo ministero, verso i fedeli e in particolare verso voi presbiteri. Il confronto costante con la persona e l’insegnamento di Cristo mi rende consapevole che la via dell’umiltà e del servizio è quella oggi più necessaria per raggiungere questo risultato. L’esempio di Cristo (questa sera verrà ricordato il Vangelo della lavanda dei piedi, anche se quest’anno non potremo rinnovarla) è molto chiaro al riguardo e il suo comando preciso: chi è il primo si faccia servo di tutti. Chiedo pertanto a ciascuno di voi, cari confratelli, il sostegno della preghiera, della pazienza e della comprensione, qualora, per motivi sconosciuti anche a me o per scelte legate alla mia debolezza, ho mancato verso qualcuno di voi.

La comunione e l’unità nel presbiterio dipendono da tutti, ma sento che in primo luogo dipendono da me e dal mio modo di rapportarmi a Cristo e di conseguenza con voi. Chiedo tuttavia, per me e per voi, di sforzarci di vivere con sincerità il comando del Signore: amandoci gli uni gli altri con affetto fraterno e gareggiando nello stimarci a vicenda (cfr. Rm 12,10).

Una seconda via da percorrere è l’impegno di mettere sempre al primo posto il bonum animarum, il bene dei nostri fedeli.

Esso è la suprema legge per ogni presbitero e per il vescovo. È un bene che va perseguito non partendo da se stessi, o dai propri punti di vista, ma da un sereno confronto con il vescovo, i confratelli e gli stessi fedeli. Ci rendiamo tutti conto che la situazione che stiamo vivendo a causa della pandemia ci obbliga a non chiuderci dentro una prospettiva di mantenimento dell’esistente o, peggio ancora, a sperare che tutto ritorni come prima. È necessario immaginare (e attuare con coraggio) scenari nuovi e diversi, che comportano da parte dei sacerdoti scelte pastorali impensabili anche solo alcuni anni fa.

Prima che un problema pastorale, però, c’è un fattore di ordine ecclesiale su cui riflettere insieme. Perché da questo dipende la serenità del nostro presbiterio, la sua più stretta comunione e collaborazione, la crescita di un laicato più responsabile e consapevole, l’unità armonica tra le parrocchie dello stesso territorio. Anche la promozione del diaconato può rappresentare per la nostra diocesi una risorsa importante, per aiutare a vivere in spirito di servizio nelle comunità e verso i poveri, secondo la tradizione della Chiesa.

Infine non dimentichiamo che tutto ciò comporta di nutrire una costante fiducia non solo in noi stessi ma nell’azione potente dello Spirito Santo.

Nessuno di noi, cari confratelli, può illudersi di poter vivere fedelmente e con coerenza il ministero e la missione sacerdotale con le sole sue forze e la sola buona volontà umana. Non deve, dunque, venire mai meno la fede in Colui la cui presenza è fonte di un amore sempre più grande: lo Spirito del Signore, che è stato invocato nel momento della nostra ordinazione dal vescovo e dai nostri confratelli sopra ciascuno di noi e dal quale abbiamo ricevuto l’unzione a figli e a sacerdoti. Non soffocate lo Spirito che è in voi, ci ricorda l’apostolo Paolo, ma accogliete i suoi consigli e ubbidite alla sua volontà.

Animati dunque dal Consolatore divino, ci apprestiamo a rinnovare le promesse sacerdotali, sicuri che anche questa Pasqua segnerà un ulteriore passo in avanti nel dono e nell’impegno di comunione e di unità, nel nostro presbiterio, con i diaconi e i fedeli delle nostre comunità.

+ Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino

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