Nosiglia alla Festa dei Popoli: “no alla cultura dello scarto, sì a quella dell’incontro”

Torino – L’Arcivescovo nella Solennità dell’Epifania, giovedì 6 gennaio, ha celebrato la tradizionale Messa dei Popoli nella chiesa del Santo Volto. Pubblichiamo il testo dell’omelia

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foto Andrea Pellegrini

“Ti adoreranno tutti i popoli della terra”

Il divino bambino di Betlemme è nato per tutti, nessuno escluso, e l’episodio dei Magi lo conferma con tutta la sua carica di novità sconvolgente. Erode e i sacerdoti del Tempio, gli scribi e la gente di Gerusalemme si rendono conto che qualcosa di nuovo sta accadendo, anche se non si muovono e si accontentano di conoscere le Scritture, che parlano di questo evento come di un fatto lontano nel tempo. Tanto lontano da far ritenere che non sarebbe mai avvenuto nella storia, ma solo alla fine dei tempi.

Il Vangelo dice che quando i Magi annunciano che è nato il Messia tutta la città di Gerusalemme si turba e in particolare Erode. Che cosa ha di tanto sorprendente e rischioso un bambino che nasce povero, umile e senza alcun potere umano?

È proprio questa la novità che sconvolge e turba Erode e i religiosi di quel tempo e continua a inquietare i potenti di sempre. Sembra assurdo ma è così: sono i poveri che spaventano, per cui vanno aiutati ma a restare poveri, altrimenti se alzano la testa e diventano attivi protagonisti del loro futuro, cambiano la storia del mondo, perchè dalla loro parte si schiera Dio stesso che si fa uno di loro e che abbatte i potenti dai troni ed esalta gli umili. Questa è la sfida che interpella anche la nostra città e invita a lasciarci provocare dalla presenza e dalle richieste espresse o inespresse, ma sempre reali e concrete, dei poveri, degli immigrati, dei senza  dimora, dei lavoratori e le loro famiglie che soffrono per l’abbandono in cui sono costretti  e rischiano  di perdere il posto di lavoro come i miei amici del ex Embraco. Non dimentichiamo che i Magi sono di altri Paesi e anche di religione diversa rispetto a quella del popolo di Israele. Essi interrogano gli esponenti della politica e dell’autorità e quelli della religione ed ottengono sì una risposta ma non ricevono un aiuto concreto per essere accompagnati a Betlemme.

Ebbene, capita anche a noi oggi che tante persone  bisognose di accoglienza e di solidarietà ci interroghino con la loro presenza, e le loro necessità: Voi che dite di credere in Cristo difensore degli ultimi, sapete indicarci la strada che ci permette di riconoscerlo ed incontrarlo qui e ora nella vostre comunità e nella città?

Se la nostra risposta resta estranea ai loro bisogni esistenziali, spirituali ed umani, facciamo come Erode, i sacerdoti e gli scribi, non ci interessiamo delle loro richieste e pensiamo solo a noi stessi. Se invece comprendiamo che la loro provocazione ci stimola ad uscire dalle nostre paure, dal nostro perbenismo e paternalismo, dal nostro dare buoni consigli senza impegnarci in prima persona a farci carico di assumere le loro necessità, allora  il nostro agire diventerà forza di cambiamento anche per la nostra realtà sociale e la renderà più sicura, e concreta.

Per questo ringrazio sentitamente quanti operano nella comunità cristiana e civile per farsi accompagnatori di chi cerca il Signore e lo può trovare nel nostro amore, nella nostra prossimità e solidarietà, in una forte stretta di mano, nel sentirsi chiamati per nome e ritrovare così dignità e speranza di vita. Torino è certamente una delle città più aperte alla accoglienza e integrazione e per questo molti sono gli immigrati e rifugiati che cercano di venire tra noi, anche se la fatica  per riconoscerli come cittadini a tutti gli effetti, soggetti di uguali diritti e doveri, è ancora grande. Siamo stati un popolo, e in parte lo stiamo ridiventando in questo periodo, di emigranti in tutte le nazioni del mondo e conosciamo bene i pregiudizi e rifiuti di cui sono stati oggetto tanti nostri connazionali, per cui  dovremmo aver imparato a operare perché oggi nel nostro Paese nessuno soffra le stesse situazioni. È un compito di tutte le componenti della popolazione.

Della Chiesa  e dunque delle sue comunità parrocchiali in primo luogo chiamate a passare dalla  pur lodevole  affermazione dei principi di fratellanza e solidarietà a compiere gesti e fatti concreti di accoglienza e di  difesa e promozione dei diritti umani  e civili di immigrati e rifugiati. Apriamo inoltre  le nostre chiese e strutture  alle comunità etniche che necessitano di luoghi di incontro  e  di formazione alla fede e alla vita cristiana.

Delle istituzioni,  che pur impegnandosi  su diversi fronti rischiano di apparire sorde e con risorse sempre più scarse  rispetto ai problemi che loro si presentano. Il loro compito è anche quello di  far sì che gli immigrati possano contribuire  a promuovere la democrazia nel nostro Paese, una comunità  più solidale  e   aperta all’incontro e alla loro valorizzazione sia nel mondo del lavoro che nella partecipazione alla vita civile.

Del volontariato, che è molto attivo e presente ma spesso chiuso dentro il suo specifico servizio o ambito di intervento e poco collaborativo difronte ad altre iniziative non proprie. Solo l’unità e la sinergia di un lavoro fatto insieme  permetterà di affrontare  con qualche speranza di soluzione i problemi e le attese delle persone e famiglie.
Dei mass-media,  che dovrebbero assumersi il compito di educare la gente allo spirito di accoglienza fraterna e  alla comunione  non accentuando una visione troppo  negativa o problematica di fronte  al fenomeno immigratorio.

Della città nel suo complesso: occorre sradicare l’individualismo dai cuori e favorire la mutua conoscenza  e relazioni interpersonali e familiari improntate al rispetto e collaborazione, promuovere un’azione di insieme  dei vari organismi cittadini, coinvolgere  le persone   ascoltando e aiutando a inserirsi nel tessuto della società, condividendo la nostra lingua, la cittadinanza in particolare ai minori nati nel nostro Paese, le leggi e i valori,  per offrire così  il loro contributo al suo progresso morale e civile.

In sintesi credo che  si tratti di vedere in ogni immigrato o rifugiato non  un  problema ma una risorsa anche economica e sociale oltre che  un fratello e una sorella da rispettare e amare come ogni altra persona del nostro Paese. Occorre dunque passare dalla cultura dello scarto a quella dell’incontro.

Cari fratelli e sorelle, in questi giorni leggiamo nel vangelo che dopo la visita dei magi Giuseppe e Maria debbono fuggire profughi in Egitto un paese straniero dove non conoscevano dove non conoscevano alcuno. Eppure mai hanno perso la loro fiducia in Dio e la serenità nella propria casa. Mi auguro che sia  così anche per voi e la speranza alberghi nei vostri cuori.

Abbiamo pregato con il salmo: “Egli, il Messia, il Salvatore libererà il povero che invoca e il misero che non trova aiuto; avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri”.

L’Epifania è la festa di questo Dio difensore degli ultimi, che si rivela a tutti, ricchi e poveri, potenti e umili, italiani o stranieri, cristiani e non, come il Dio che salva dalla divisione e dall’indifferenza, dall’odio e dalla violenza, dalla discriminazione e dal rifiuto dell’altro. In lui c’è unità, pace e amore, perché non fa differenza di persone e si incarna in ogni uomo che è, come lui, povero, solo, rifiutato e ignorato.

In questo giorno dell’Epifania in cui Cristo si manifesta Salvatore di tutte le genti, desidero rivolgere il mio saluto e augurio ai fratelli e sorelle delle comunità di immigrati cattolici  e cristiani che vivono e lavorano tra noi .Per i nostri fratelli e sorelle ortodossi in particolare, oggi è una grande festa, come è per noi cattolici latini, il Natale. Voglia Cristo Signore e la madre di Dio Maria Santissima accogliere le loro preghiere e far risplendere su di essi, le loro famiglie e comunità la luce del suo volto. Anche ai credenti di altre religioni rivolgo il mio saluto e invoco  Dio Santo, giusto e misericordioso perché ci aiuti a promuovere il dialogo interreligioso, la conoscenza e il rispetto delle reciproche tradizioni, la collaborazione per costruire una società, più giusta e pacifica per tutti, dove ogni persona possa trovare accoglienza, integrazione e amore .
Allora potremo cantare insieme: “Ti adoreranno o Dio tutti i popoli della terra”.

+ Cesare Nosiglia, Arcivescovo

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