Nosiglia, appello “contro i briganti che uccidono il mondo del lavoro”

La crisi di Torino – Davanti agli Industriali e ai sindacati riuniti sabato 29 maggio nella chiesa del Santo Volto l’Arcivescovo ha denunciato i meccanismi sempre più spietati del mercato. GALLERY

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«I briganti fanno parte dell’esperienza della vita. Sappiamo che ci sono, cerchiamo di limitarne gli effetti negativi. Noi oggi potremmo fare addirittura i nomi di alcuni di loro, tra quelli che abbiamo incontrato sulle strade e nei deserti del lavoro (io stesso ne ho incontrati alcuni in particolare nella vicenda dell’ex Embraco) pronti a sfruttare ogni debolezza, ad assalire qualunque occasione possa apparire fruttuosa per i loro scopi» Non usa mezzi termini mons. Cesare Nosiglia durante la sua omelia a commento della parabola del Buon samaritano, pronunciata nella mattinata di sabato scorso nella chiesa del Santo Volto, durante la preghiera a conclusione del percorso promosso dalla Pastorale del Lavoro della diocesi nel mese di maggio, in occasione della Festa di san Giuseppe Lavoratore, nell’anno speciale che il Papa ha voluto dedicare al padre terreno di Gesù.

Presenti, oltre ai rappresentanti dei lavoratori, le parti sociali interessate: Unione industriale, Ucid, (Unione cristiana imprenditori e dirigenti), Cna (Confederazione nazionale artigianato), Sindacati, Formazione professionale e Terzo settore.

L’Arcivescovo – che dall’inizio della crisi economica che ha piegato il nostro territorio, azzoppato ulteriormente dalla pandemia, non ha mai smesso di incontrare i lavoratori ai cancelli delle fabbriche, nelle assemblee sindacali, in piazza durante le manifestazioni per scongiurare licenziamenti e tagli di personale – non nasconde l’amarezza. Eccoli i briganti di oggi che massacrano il viandante della parabola: «Nell’anno della crisi nera mondiale i grandi gruppi tecnologici hanno fatto registrare utili e profitti senza precedenti» prosegue l’Arcivescovo «al punto da fare dire che le vere nazioni del mondo non sono gli Stati rappresentati all’Onu, ma i padroni del Gafam, i cinque grandi gruppi che dominano gli universi tecnologici (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft). Uno solo di questi, Apple, valeva già nel 2018 mille miliardi di dollari; e nel 2020 è arrivato a 2 mila miliardi. L’intera Italia, come sappiamo, attende da mesi un piano di rilancio che vale intorno ai 200 miliardi di euro».

Così è la situazione in Italia e nel Torinese, città a vocazione industriale, dove non si contano più i capannoni dismessi. «Siamo ormai immersi in una crisi tra le più gravi del mondo del lavoro: ma le società della Borsa italiana hanno cominciato lunedì 24 maggio a distribuire, sempre nell’anno della crisi nera, 17 miliardi di euro di dividendi», precisa Nosiglia. Che incalza: «E questa non è la mafia, sia chiaro. Questo è il mondo degli affari che seguono le regole. Ma allora per noi ci sono domande doverose: davvero la regola del mondo è soltanto l’arricchimento sfrenato di pochi, di pochissimi, a spese dei moltissimi sempre più miserabili? E a spese anche di quel ceto medio che una volta era la spina dorsale del sistema d’Occidente, e che oggi sta appena fuori dai confini della povertà? Per trent’anni, dal 1989, abbiamo ascoltato la favola del benessere che scende dall’alto verso tutti gli strati sociali. Con quali risultati?».

Basta andare ad una mensa Caritas o ad un Servizio per il lavoro in una delle parrocchie della diocesi per rispondere: ai «poveri cronici» si sono aggiunti i padri di famiglia licenziati, le madri sole, molte straniere, che hanno perso i lavoro in nero da badanti o colf, gli anziani che con una piccola pensione non riescono a mantenere i figli adulti che non trovano un’occupazione…

Che fare allora? Occorre scardinare le regole, come fa il buon samaritano che si ferma e soccorre il viandante massacrato dai briganti. Ma quali regole? «Le regole del buon senso, delle cortesie istituzionali; quelle non scritte della legge del più forte, quelle regole che garantiscono i garantiti» suggerisce Nosiglia. È quello che cerca di fare la Chiesa, consapevole che non tutto è nelle nostre mani: «non siamo noi il Signore» ma, come ci suggerisce Papa Francesco nella sua ultima enciclica, «il cristiano è chiamato a lottare per affermare che la dignità di ogni persona trascende qualunque contratto, perché viene direttamente dalla vita, dall’essere tutti Fratelli in Dio». Ma come fare da soli, come affrontare il gigante Golia della finanza e dei nuovi briganti del profitto a tutti i costi? «Un proverbio popolare dice: quando il popolo si desta Dio si mette alla sua testa… ma deve essere un popolo unito e convergente» avverte l’Arcivescovo. «Resta determinante dunque l’urgenza e la necessità che le componenti del mondo del lavoro facciano squadra e operino insieme per affrontare le più difficili situazioni del nostro territorio».

Sulla necessità di un patto per il territorio per uscire dall’impasse concordano tutti gli intervenuti alla preghiera: Angelo Capetti, direttore dell’Unione industriale, Silvia Tabasso, presidente Ucid, Filippo Provenzano, segretario Cna Torino, Domenico Lo Bianco, segretario generale Cisl Torino-Canavese che ha parlato anche a nome di Cigl e Uil, Riccardo Ghidella del Consiglio di amministrazione della Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri e Marco Canta, portavoce del Forum del Terzo settore.

«Torino», ha concluso Alessandro Svaluto Ferro, direttore dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro, «nel suo Dna è città del lavoro e della solidarietà. Dalle sfide nei momenti difficili è stata capace di sperimentare nuovi percorsi: ma occorre un’ alleanza per ripartire mettendo al centro l’inclusione sociale». Ecco l’impegno che attende la nuova amministrazione di Torino e il nuovo sindaco, che verranno eletti in autunno.

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