Nosiglia apre il Sinodo con una Messa alla Consolata

Torino – Il Sinodo indetto da Papa Francesco per affrontare i temi della «sinodalità» nella Chiesa si è aperto solennemente domenica 10 ottobre con una celebrazione a Roma nella Basilica di San Pietro. Torino apre il cammino sinodale con una Messa presieduta dall’Arcivescovo Nosiglia domenica 17 ottobre alle 10 presso il Santuario della Consolata

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Mons. Cesare Nosiglia

«Non bisogna fare un’altra Chiesa ma una Chiesa diversa». Papa Francesco esprime l’impegno perenne della Chiesa «semper reformanda» nella svolta della storia del nuovo Sinodo dei vescovi per il quale il 9-10 ottobre 2021 è iniziato il cammino di preparazione, che ne vedrà lo svolgimento nell’ottobre 2023. Prima nell’aula del Sinodo e poi nella Messa in San Pietro, il Pontefice invita la Chiesa ad aprirsi alla novità che «Dio le vuole suggerire, mettendosi in ascolto, camminando con lo Spirito, perché dello Spirito abbiamo bisogno, del respiro sempre nuovo di Dio, che libera da ogni chiusura, rianima ciò che è morto, scioglie le catene». Il Sinodo dei vescovi – istituito da Paolo VI con il motu proprio «Apostolica sollicitudo» (15 settembre 1965) su forte sollecitazione del Concilio Vaticano II – è un percorso, non privo di rischi, ma anche un itinerario da compiere insieme. Ringrazia quanti «provenendo da tante strade e Chiese, partecipano portando nel cuore domande e speranze».

Non è un parlamento o un’indagine di mercato ma un momento di Chiesa – «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione» è il tema della XVI Assemblea generale ordinaria e designa «il mistero della Chiesa. Il Vaticano II ha chiarito che la comunione esprime la natura della Chiesa e ha affermato che la Chiesa ha ricevuto la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio». «Comunione e missione» rischiano di restare termini un po’ astratti: «Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa. Dal Battesimo deriva l’uguale dignità dei figli di Dio, pur nella differenza di ministeri e carismi. Tutti sono chiamati a partecipare alla vita e alla missione della Chiesa. Se manca la partecipazione di tutto il popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni».

Tre rischi. Il primo ridurre tutto a formalismo: «Non possiamo accontentarci della forma; abbiamo bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel popolo di Dio, tra sacerdoti e laici. A volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici e il prete diventa il padrone della baracca. Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata. Invece il Sinodo è un percorso di effettivo discernimento spirituale, che intraprendiamo per meglio collaborare all’opera di Dio». Un secondo rischio è l’intellettualismo, cioè far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di «parlarci addosso», dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche. Il terzo rischio è l’immobilismo: «L’espressione ‘si è fatto sempre così’ è un veleno nella vita della Chiesa e alla fine si adottano soluzioni vecchie per problemi nuovi: un rattoppo di stoffa grezza, che crea uno strappo peggiore», dice Gesù nel Vangelo di Matteo 9,16.

Altrettanto forti le espressioni della Messa di domenica 10 ottobre – «Non è una convention ecclesiale ma un evento di grazia». Come spesso accade, Bergoglio usa i tre verbi – «Incontrare, ascoltare, discernere» – per offrire una bussola alla riflessione della Chiesa, all’inizio del percorso sinodale, ricordando che «fare Sinodo significa camminare insieme sulla stessa strada». Il termine «Sinodo» significa «convegno». La parola deriva dal greco: «sýn, insieme»; «hodós, strada». Sinodo uguale a «fare strada insieme, il Papa compie la strada insieme ai vescovi», quindi «strada comune, incontro, luogo di collegialità, fattore di comunione». La Parola di Dio – aggiunge – «orienta il Sinodo perché non sia una convention ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, non un parlamento ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito». Niente maschere di circostanza ma «esperti nell’arte dell’incontro come Gesù: senza esserne infastidito, si è lasciato interpellare dall’inquietudine dell’uomo ricco, che chiedeva cosa fare per avere la vita eterna», come indica il Vangelo della domenica XXVIII dell’anno ordinario (Matteo 10, 17-30). Così i cristiani sono chiamati «a diventare esperti nell’arte dell’incontro, non nell’organizzare eventi o a fare una riflessione teorica sui problemi. Invece di ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza, l’incontro suggerisce nuove vie da seguire facendoci uscire da abitudini stanche per essere capaci di veri incontri con Lui e tra noi, senza trucco».

I cristiani sono chiamati ad ascoltare con il cuore, tutto il tempo necessario, in modo che l’altro si senta non giudicato ma libero di raccontare il proprio vissuto. È scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. «È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda – vescovi, preti, religiosi e laici, tutti i battezzati – evitando risposte artificiali e superficiali ‘prêt-à-porter”». Un gruppo di 25 persone rappresentanti del popolo di Dio e dei cinque continenti si avvicinano all’altare della Confessione: un ipovedente e il suo accompagnatore; due religiosi; due giovani della pastorale giovanile; una famiglia congolese che vive a Roma con i due figli; un diacono permanente con la moglie e i due figli; un giovane romeno di rito latino e uno della comunità indiana di rito siro-malabarese; un cappellano libanese maronita; una coppia di fidanzati; altre due coppie; un giovane sacerdote. il Papa saluta la suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argori, rapita nel 2017 in Mali e rilasciata dopo quattro anni di prigionia.

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