Nosiglia, “l’uomo senza lavoro è privato della dignità”

Primo maggio – In occasione della festa dei Lavoratori e di San Giuseppe Artigiano loro patrono, pubblichiamo il messaggio dell’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia che esorta a difendere i posti di lavoro come veicolo di cittadinanza

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L'Arcivescovo Nosiglia ai cancelli dell'ex Embraco di Riva presso Chieri con i lavoratori

La pandemia dell’ultimo anno ha segnato profondamente anche il mondo del lavoro. Il Covid ha agito in almeno due direzioni: è stato un amplificatore, perché ha sottolineato problemi, tensioni e fratture già presenti nel nostro sistema produttivo ed economico, e un acceleratore di processi, agendo come spinta verso i cambiamenti. Pensiamo alle opportunità avute da coloro che già operavano nel settore e con le infrastrutture dell’economia digitale e alle problematiche di chi invece accumulava un notevole ritardo in questo specifico campo. Amplificazione e accelerazione possono promuovere nuove opportunità, ma anche nascondere possibili nuove diseguaglianze.

Anzitutto, vorrei condividere le preoccupazioni che in questi difficili e sofferti mesi ho visto emergere. Nonostante il blocco dei licenziamenti vigente su tutto il territorio nazionale, si è perso in Italia quasi un milione di posti di lavoro. A tante persone con contratti di breve durata è venuta meno l’unica fonte di certezza economica. La realtà della cosiddetta gig economy (o dei “lavoretti”) si è ampliata a dismisura, senza le adeguate tutele per chi lavora in questi comparti. Molti hanno sperimentato forzatamente lo smart working (che sarebbe più corretto chiamare “lavoro da casa”): alcuni hanno potuto proseguire la propria attività, ma altri hanno visto un notevole rallentamento. Tra i lavoratori che hanno più sofferto in questa pandemia ci sono le donne, che hanno dovuto occuparsi insieme di famiglia e lavoro, e i giovani, che faticano ancor di più a immaginarsi un futuro positivo. Infine, c’è la drammatica situazione dei lavoratori autonomi e dei piccoli esercizi commerciali. Insomma, tutti siamo stati travolti da un’ondata imprevista, pur viaggiando su imbarcazioni molto differenti tra loro.

Tuttavia, è necessario scrutare il futuro attraverso lo sguardo della speranza. Spesso si è detto che saremmo usciti dalla pandemia migliori. Preghiamo il Signore perché questa inaspettata e brusca crisi possa generare un nuovo modello sociale e non susciti solo una mera ripartenza. Non dobbiamo riprendere come se nulla fosse, ma cercare di scartare ciò che non andava, valorizzando gli elementi positivi. Per cui, mi permetto di sottolineare due particolari evidenze.

La prima è di carattere culturale e sostanziale: solamente il lavoro conferisce dignità e senso alla persona umana. Il lavoro è partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. La seconda è di carattere strutturale: il lavoro rimane primo veicolo d’inclusione e cittadinanza. Serve ripensare al nostro sistema di welfare in questa duplice ottica.

Possiamo ripartire dalla straordinaria prova di resilienza che persone, imprese, organizzazioni del Terzo Settore stanno mettendo in campo in questo periodo. Sono fiducioso che molte delle piccole e medie imprese – quelle che più di tutte stanno faticando in questo momento – non solo oggi stanno esercitando un ruolo di ammortizzatore sociale nei confronti dei propri dipendenti, ma giocheranno un ruolo decisivo nella nuova ripartenza.

Poi, servirà ancor di più puntare sulla formazione delle persone. L’aspetto educativo e quello della formazione professionale permanente saranno da considerare uno strumento di welfare preventivo nei cambiamenti repentini, e spesso traumatici, che l’economia conosce. I sussidi servono a ripartire, ma ai giovani bisogna dare di più: una qualificazione professionale che possa tutelare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

Infine, dall’esperienza della pandemia dovremo fare tesoro del fatto che le grandi sfide si vincono con logiche cooperative tra società civile, istituzioni, imprese, lavoratori, scuola e formazione. Perseverare in tale direzione è un’azione strategica. Il futuro dell’area metropolitana torinese è campo d’interesse di tutti: si tratta di un terreno su cui ciascuno deve fornire il proprio contributo, secondo il suo specifico punto d’osservazione.

+Cesare Nosiglia

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