Nosiglia, “occorre un welfare di inclusione sociale”

XXXII Giornata Caritas – L’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia sabato 13 marzo è intervenuto all’incontro on line sui temi della fraternità. In primo piano l’aumento della povertà in tempo di pandemia. Il video con gli interventi resta disponibile su www.caritas.torino.it

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Pubblichiamo il terto dell’intervento che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha tenuto alla XXXII Giornata Caritas che si è svolta sabato 13 marzo on line su www.caritas.torino.it.

Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata della pace 2021 poneva in risalto la necessità di promuovere una cultura della cura, per sostenere una società e un mondo dove predomini la fraternità reciproca, vera via privilegiata per costruire e mantenere la pace. Noi oggi vogliamo collegare tale principio alla carità, fonte prima di amore al prossimo, riconosciuto come fratello e sorella.

Sono forse io custode di mio fratello? È la domanda fondamentale che risuona nella coscienza di ogni uomo, ma che spesso viene soffocata da tanti interessi e tornaconti, che impediscono di riconoscere in ogni altra persona un figlio di Dio e un fratello di cui siamo responsabili. In Caino predomina a poco a poco l’invidia ed egli si sente sminuito della sua autorità di primogenito (cfr. Gen 4,1-16). In fondo Caino è nostro fratello, perché anche in ciascuno di noi la voglia di primeggiare è una tentazione che assale chi esercita il potere economico o politico o anche ecclesiale.

Diceva l’apostolo Paolo ai suoi cristiani: non abbiate una idea troppo alta di voi stessi, ma al contrario considerate gli altri superiori a voi (cfr. Rom 12,16) e imparate dai poveri e da quelli che non hanno voce e sono scartati dalla gente, per essere umili e miti di cuore, come ci insegna il Signore (cfr. Mt 11,29). San Paolo, come Gesù, si è fatto tutto a tutti e ha custodito nel suo cuore ogni persona che aveva bisogno di lui.A ciascuno ha dato se stesso, a costo anche di apparire debole e privo di forza e di dignità. Custodire significa avere a cuore, non tralasciare niente che possa sostenere e dare aiuto a chi ce lo chiede.

Il Covid 19 ha abbattuto tante barriere e steccati, perché ci ha fatto capire che siamo tutti deboli e indifesi e soggetti a una forza superiore che nessuno sospettava invincibile. Ci siamo allora sentiti una cosa sola, uniti nella pandemia e dunque aperti alla condivisione e alla solidarietà; ci siamo scoperti impari rispetto a un’orgogliosa cultura, fondata sui soldi e sul profitto, sulla scienza e sulle capacità tecnologiche e sociali che ci garantivano sicurezza su tutto, per cui diventava fondamentale esaltare ogni pseudo valore che ci assicurava una vita gaudente e scapito di chi viveva nella povertà a volte assoluta… È bastato invece un piccolo virus invisibile, che ci ha resi consapevoli che la vita e la morte, la salute o la malattia, la ricchezza o la povertà, tutto non dipendeva solo da noi, ma da qualcosa – e per noi credenti da qualcuno – che possiede sì la potenza indistruttibile ed è il Signore.

La torre di Babele che avevamo costruita orgogliosi di toccare il cielo è rovinata pietra su pietra e ci ha aperti gli occhi e il cuore per renderci più umili e modesti e innalzare dal cuore la preghiera degli apostoli sballottati dalle onde della tempesta: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). E lui, il Dio-con-noi, ci ha risposto con le parole di Gesù:«Perché avete paura? Non avete ancora fede? Io sono accanto a voi sempre per salvarvi» (cfr. Mc 4,40).

Ancora oggi, molta gente stenta ad affrontare la situazione che si sta vivendo: come vincere la paura che si è impadronita di loro e non solo? La fiducia e non il coraggio, la fiducia in se stessi,negli altri e in Dio che ci salva. Quanto bisogno di preghiera abbiamo percepito in questi mesi! Sì, cari amici, la fede,anche piccola come un granello di senapa, che sostiene e rende forti e coraggiosi nell’affrontare ogni avversità, sicuri che da soli è illusorio e impossibile. Ma con lui, il Signore, tutto diventava facile e fecondo di frutti. Non solo per se stessi, ma per tutti.

Il Vangelo ci dice che noi discepoli del Signore dobbiamo essere sale della terra e luce del mondo (cfr. Mt 5,13-16). Due immagini che pongono in risalto le due vie da percorrere per annunciare e vivere l’annuncio del Vangelo, compito primo e fondamentale per ogni cristiano.Il sale non si vede negli alimenti, ma si sente e dà sapore al cibo. Questa immagine ci rivela che spesso nella nostra vita non dobbiamo solo parlare e avere buoni propositi, ma agire perché, come ci dice Gesù,«non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E ancora: non siate di quelli che sprecano tante parole (cfr. Mt 6,7), ma non si impegnano poi concretamente per fare il bene di cui c’è bisogno. Siamo in un mondo e in una società fatta di parole che ci circondano ogni giorno in abbondanza e soffocano il silenzio e la preghiera, per cui anche il cuore diventa un mercato dove la parola di Dio non può trovare posto o viene confusa e appare troppo astratta e poco produttiva di concreti frutti.Eppure, ci ricorda ancora Gesù:«Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28), perché è dal cuore dell’uomo che nascono i pensieri malvagi,gli adulterii e gli omicidi, le guerre e ogni forma di violenza… ma è dal cuore dell’uomo che possono anche nascere il bene,la bontà e la misericordia, l’amore che si dona gratuitamente, la giustizia e la pace… Cura il tuo cuore e la voce di Dio ti parlerà, per trovare le vie giuste da seguire in ogni circostanza della tua vita.

Voi siete la luce del mondo aggiunge ancora Gesù. La luce, a differenza del sale, si vede e non può rimanere nascosta, perché non si accende per metterla sotto il tavolo, ma al centro e in alto della casa, affinché tutti la possano vedere e possano usufruirne per le loro necessità. La luce ci richiama il Battesimo, che i nostri genitori hanno ricevuto insieme all’invito a far sì che quella luce di fede e di amore non cessi nella vita dei loro figli, ma si mantenga integra, grazie all’esempio anche dei genitori, dei nonni e di ogni educatore.Gesù dirà: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»(Gv 8,12) e non camminerà nel buio dell’egoismo e del peccato.

Possiamo dunque ringraziare il Signore, che ci ha offerto come testimone di questo essere sale e luce la persona di Papa Francesco. Egli ha agito dal di dentro delle situazioni,per trasformarle in occasioni e strumenti di pace e di concordia tra chi si reputava estraneo o peggio nemico degli altri. In quanto poi alla luce, il Vangelo ci dice che le opere buone sono come la luce che riscalda e illumina la propria vita: se accesa, fa sì che tutti lodino il Signore. Sale e luce sono dunque non solo una pia esortazione spirituale, ma un programma di vita sociale e civile, che promuova per tutti – e in specie per le persone più fragili e povere – la giustizia e la solidarietà, perché a nessuno manchi la certezza di essere accolto e considerato a tutti gli effetti una persona da rispettare e aiutare, ma anche da valorizzare e responsabilizzare, secondo le proprie potenzialità e competenze.

È però necessario, sul piano della carità e del servizio al prossimo, oltrepassare il semplice assistenzialismo di circostanza e promuovere verso ciascuno una sinergia di relazioni, ricche di amicizia e di impegno permanente. Occorre avviare un percorso per un welfare di questo genere con ogni persona, che ne è sia soggetto sia destinatario in diverse tappe:

1) anzitutto l’accoglienza, che è il primo passo da compiere. Accogliere significa far spazio nel cuore, nella propria casa, nel proprio tempo, al prossimo in difficoltà; parte da un atteggiamento interiore, che si traduce poi in fatti concreti: accogliere senza aspettare che vengano a cercarci, ma andare noi a cercare i poveri e chi sta peggio…;

2) l’accompagnamento segue l’accoglienza,e significa affiancarsi passo dopo passo alle persone per conoscerle, familiarizzare,avviare relazioni meno superficiali e permanenti nel tempo;

3) il tutto in vista di un aiuto concreto che sfoci nel lavoro che risulta più consono ad ogni singola persona. Questo è senza dubbio il cuore del welfare di inclusione sociale. Bisogna dunque mettere in pratica il detto: “Non basta dare il pesce da mangiare ogni giorno a chi ne ha bisogno, ma bisogna insegnargli a pescare”. Il che significa accompagnare ogni singola persona a camminare a poco a poco sulle proprie gambe;

4) va applicato poi il principio della restituzione, nel senso di educare a mettersi in gioco per aiutare gratuitamente (volontariato sociale) il prossimo in difficoltà, come fosse un dovere di rispondere a un prestito contratto, che va dunque saldato;

5) infine, è decisivo che una città come la nostra, che può contare su un esercito di persone impegnate e disponibili a mettersi a servizio di chi è debole e povero,si muova all’unisono, nel senso di  attivare una rete e un’agorà, e non si limiti solo a una situazione in cui ciascuno fa la sua parte in un ambiente che non lo sostiene e resta alla finestra ad osservare, senza coinvolgersi. Papa Francesco non fa che richiamarci ad agire insieme, perché solo così i problemi degli uni saranno sostenuti da tutti e si troveranno le vie per affrontarli e risolverli. Questo aiuta l’inserimento dei senza fissa dimora a pieno titolo nella vita comunitaria, con diritti e doveri propri di ogni cittadino.

Il Vangelo ci fa comprendere come tutto ciò è possibile da realizzare, se accogliamo la novità assoluta che Gesù ci ha donato. Egli, dopo che ha insegnato ai suoi amici a rivolgersi a Dio con il nome di Padre – un nome che richiama la famiglia, dove si genera la vita e si vive l’amore –, ha mostrato in concreto che cosa significhi vivere un’umanità nuova, cosa sconvolgente per quei tempi e per tutti i tempi. Il Vangelo ci dice che, mentre Gesù parlava,vennero alcuni a dirgli: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti» (cfr. Lc 8,19-20). Gesù guarda coloro che sono davanti a lui, poveri, storpi, ciechi e malati, ebrei e stranieri, la sua gente che lo seguiva perché aveva fede in lui, ed esclama: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli – chiunque ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica –, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,48.50).

Di quale nuova famiglia parla Gesù? Non di quella basata sul sangue e la carne soltanto,ma di quella fondata sul riferimento al Dio Padre di tutti e dunque a chi è nostro fratello e sorella amato dal Signore come suo figlio.La soluzione di tutti i problemi che assillano ogni persona viene dunque dal considerarsi e dall’essere figli e fratelli in una famiglia che ingloba quella naturale, ma va oltre i suoi confini e si allarga a tutti, supera le barriere che umanamente sono insite nel pure importante “mio” e apre a un “noi” di condivisione, che crea nuovi legami forti e indissolubili di amore e di eternità.Perché, se i legami naturali sono di per se stessi temporali, quelli di cui parla Gesù sono senza confini di spazio e di tempo, sono eterni.

La famiglia di Dio e la famiglia umana sono strettamente congiunte poi da un unico disegno di salvezza, che è frutto dell’amore che Dio ha messo come desiderio e tensione grande nel cuore di ogni uomo. Purtroppo, la storia ci documenta che ilpeccato divide, separa, conduce a creare barriere, alza muri di indifferenza, estraneità, individualismo, arroccamento dentro il proprio “mio” a scapito del “noi” e conduce persino a considerare nemici e a combattere coloro che sono diversi da sé,ritenendoli potenziali avversari e conquistatori del proprio spazio vitale, delle proprie cose, del proprio “mio”. Fare dunque famiglia secondo il desiderio che c’è in ogni uomo e secondo l’esempio che ci dà Gesù è la condizione fondamentale per vivere l’amore vero e costruire il mondo nuovo,l’umanità nuova che il Signore ha voluto e per cui ha sofferto ed è morto.

Ogni volta che celebro l’Eucaristia penso: ecco, do ai fedeli la vita di Cristo,un Pane condiviso, e mi ricordo di quello che dice San Paolo ai Corinti: voi mangiate il corpo di Cristo, ma lo mangiate indegnamente, perché non condividete poi il pane materiale con chi ha bisogno, non condividete il vostro amore nell’accoglienza di chi ha bisogno (cfr. 1Cor 11,17-34). Allora mi chiedo: che cosa faccio io, che do il Pane eucaristico, per dare anche il pane del mio amore concreto, condividendo con i poveri tempo, fatica, sofferenza, beni spirituali e materiali di cui hanno bisogno? È una continua verifica e sfida, che mi porto dentro. Non immaginate però la gioia che provo nel vedervi oggi qui tutti insieme. Una gioia che porterò in me e conserverò come tesoro prezioso per lungo tempo. Auguro anche a voi di provare questa gioia che nasce dal dono di sé.

+ Cesare Nosiglia, Arcivescovo

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