Nosiglia, troppi «insegnano il mestiere» alla Chiesa

Le omelie di Pasqua – La Chiesa non può rinunciare all’annuncio del Vangelo, che sfida il pensiero dominante sui grandi nodi della vita e dell’etica. Dall’Arcivescovo parole nette sui «tanti» che vogliono insegnare alla Chiesa quello che deve fare e non deve fare. Gallery

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«Mi pare che oggi siano tanti – anche fra i cristiani, non solo fra i laicisti – quelli che vogliono insegnare alla Chiesa quello che deve fare e non deve fare; che si fanno maestri della Chiesa e non discepoli come dovrebbero…». Invece «credere la Chiesa significa accogliere umilmente e con spirito di vera comunione quanto essa indica come via sicura per vivere il Vangelo e renderlo forza pasquale di vittoria sul peccato e su ogni forma di male, che distrugge i valori fondamentali su cui si fondano la vita umana, la famiglia, la giustizia e la pace».

Sono parole nette quelle pronunciate ieri dall’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia durante la Veglia di Pasqua in Cattedrale. Nosiglia ha ricordato la ragione d’essere della Chiesa: l’annuncio del Vangelo. In una società fortemente secolarizzata, come l’attuale, l’Arcivescovo ha interrogato schiettamente coloro che, opponendosi alla Chiesa, pensano di poter evitare anche il confronto personale con il messaggio del Vangelo, che è spesso scomodo e difforme dal pensiero dominante.

La Chiesa non può rinunciare alla missione dell’annuncio. Questa mattina, durante la solenne Messa di Pasqua in Cattedrale, Nosiglia ha ricordato che la Pasqua, la notizia della vittoria di Cristo sulla morte, consegna all’umanità il messaggio centrale di tutto l’annuncio cristiano: che nulla è mai perduto per sempre, tutto può ricominciare. L’Arcivescovo ha invitato a meditare sulla straordinaria speranza che scaturisce da un messaggio come questo: si è in soffermato sulla speranza che può nascere e fiorire in tutte le dimensioni della vita familiare, nelle vicende (travagliate) che riguardano il mondo del lavoro, nelle esperienze di sofferenza, nelle situazioni sociali di ingiustizia.

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