Novant’anni fa il fascismo chiudeva le associazioni cattoliche

30 maggio 1931 – «Carissimi, come saprete, le nostre associazioni giovanili oggi sono state sciolte. Anche la Fuci». Novant’anni fa il giovane Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, scrive ai genitori a Brescia. È assistente nazionale della Federazione universitari cattolici (Fuci) ed è un promettente prelato della Segreteria di Stato

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Mons. Giovanni Barttista Montini e un gruppo della Fuci negli anni Trenta

«Carissimi, come saprete, le nostre associazioni giovanili oggi sono state sciolte. Anche la Fuci. L’intimazione avvenne verse le due e mezzo nel nostro povero, misero ufficio, dove s’era tanto lavorato. Eravamo Righetti e io, quasi per caso riusciti a incontrarci lassù, dopo che analoga intimidazione era stata fatta alla Gioventù Cattolica. Rovistarono ogni cosa per una perquisizione, ma che cosa possono trovare di cattivo tra le nostre povere carte? Il palazzo era pieno di agenti di Questura e Carabinieri. Da dieci giorni ci eravamo quasi abituati a questa strana compagnia. Poi siamo andati a San Pietro, noi due soli. Ci siamo incontrati con alcuni amici. Nessun smarrimento d’animo; ma quanta pena. Quale umiliazione per il nostro Paese! Arrivano dappertutto notizie di gravissimi oltraggi alle opere nostre e a molte persone delle nostre file. A Roma c’è una calma pesante, e non pare vi siano nuovi disordini. Mi si dice che il Santo Padre abbia avuto commozione fino al pianto a queste notizie ma che dimostri una forte e consueta chiarezza di comando. Tutti si ha la sensazione che qualche cosa di terribile prima, di provvidenziale poi sta per accadere. Speriamo sempre e preghiamo».

Novant’anni fa, il 30 maggio 1931, il giovane Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, scrive ai genitori a Brescia. È assistente nazionale della Federazione universitari cattolici (Fuci) ed è un promettente monsignore della Segreteria di Stato. Igino Righetti è presidente della Fuci. Montini racconta del «triste giorno» in cui il fascismo sciolse d’autorità i gruppi giovanili cattolici.

Una guerra senza esclusione di colpi. Il regime, tramite i prefetti, chiude tutti i circoli giovanili e le federazioni universitarie (29 maggio). Pio XI nell’enciclica in italiano «Non abbiamo bisogno» (29 giugno) denuncia «durezze e violenze, percosse e sangue; irriverenze di stampa, di parola e di fatti, contro le persone, non esclusa la nostra, che precedettero, accompagnarono e seguirono l’esecuzione dell’improvvisa poliziesca misura, che ignoranza o malevolo zelo estendeva ad associazioni ed enti». Condanna il fascismo «dottrina totalitaria, vera e propria statolatria pagana, non meno in contrasto con i diritti naturali della famiglia che con i diritti soprannaturali della Chiesa, un programma che misconosce, combatte e perseguita l’Azione Cattolica, che è dire quanto la Chiesa e il suo Capo hanno notoriamente di più caro e prezioso». Dichiara illecito il giuramento di fedeltà al duce.

Già nella «Divini illius magistri» (31 dicembre 1929) ribadisce il diritto-dovere della Chiesa nell’educazione cristiana della gioventù. In una lettera al cardinale arcivescovo di Milano Ildefonso Alfredo Schuster, afferma che la Chiesa «ha il diritto di entrare nella moralità sociale» e che il fascismo sbaglia a educare i giovani alla violenza e all’aggressività.

Pio XI, il focoso Achille Ratti, è autore di documenti incontrovertibili: «Mit brennender Sorge, con bruciante preoccupazione» contro il Reich tedesco (14 marzo 1937); «Divini Redemptoris» contro il comunismo ateo (19 marzo 1937). All’inizio ammira Mussolini e, con i Patti Lateranensi, sigla la Conciliazione (11 febbraio 1929). Ma non ha mai definito il duce «l’uomo della Provvidenza», ma «uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare», cosa molto diversa. Un Papa amante della scienza e della tecnologia: studioso della Sindone, fonda con Guglielmo Marconi «Radio Vaticana» (12 febbraio 1921), rifonda la Pontificia Accademia delle Scienze (1936).

Mussolini sancisce l’incompatibilità tra fascismo e Azione Cattolica (9 luglio). Nel Concistoro con i cardinali (23 luglio), Pio XI in 13 pagine dichiara «non compatibili con la coscienza e la professione cattolica quei principii contrari alle dottrine e ai diritti della Chiesa e illecita la volontaria ascrizione ad associazioni e opere che tali principii hanno e che limitano alla Chiesa il diritto di educare, ossia l’Azione Cattolica».

Sotto la dittatura il mondo cattolico è diviso tra acquiescenza, disimpegno e opposizione. Nel clero torinese il duce non raccoglie grandi simpatie ma il clero ha poche o nulle possibilità di esprimersi.

A Torino c’è un prete antifascista più con i fatti che a parole: Pio XI lo definisce «santo». È Giovanni Battista Pinardi, vescovo-parroco di San Secondo. Nasce il 15 agosto 1880 al «Ciabot dél luv, casolare del lupo» di Castagnole Piemonte (Torino) da una famiglia di agricoltori con sei figli (tre morti in tenera età). Studia dai Salesiani di Borgo San Martino (Alessandria) e in Seminario. Soldato in Artiglieria e poi in Sanità, il 28 giugno 1903 è sacerdote, dal 15 dicembre 1912 è parroco di San Secondo dove inaugura l’illuminazione elettrica. Il 24 gennaio 1916 è vescovo ausiliare del cardinale arcivescovo di Torino Agostino Richelmy. Nella Grande Guerra si impegna per i soldati, le loro famiglie e i profughi. Il procuratore del re lo elogia «per l’opera pietosa, fattiva e patriottica prestata con utili iniziative nelle scuole, nelle istituzioni di beneficenza a favore di profughi, orfani, prigionieri di guerra, nelle corrispondenze con i militari al fronte e nelle ricerche dei dispersi».

Pinardi stimola le iniziative sociali e favorisce le testate cattoliche: «II giornale socialista arriva anche nei piccoli centri a dire la parola che avvelena i cuori, soffoca la fede, istilla l’odio e la concezione materialistica della vita. Occorre opporre giornale a giornale con tutti i mezzi a disposizione».

La sua opposizione al fascismo non è partitica ma ideale e morale. Pastore mite e zelante, ripudia violenza, discriminazione, odio razziale. Nel 1921 don Luigi Sturzo e mons. Pinardi si conoscono e subito si apprezzano: hanno gli stessi ideali di libertà e verità. Si incontrano al congresso del Partito popolare (12-14 aprile 1923) al «Teatro Scribe» in via Verdi a Torino. Il prete siciliano inneggia alla libertà e alla democrazia: applaudono Pinardi e i democratici; Mussolini lo bolla «discorso di un nemico»; Montini lo considera «di formidabile abilità dialettica». Quando Mussolini visita Torino nel 1923 e nel 1932, Pinardi manifesta la sua quieta opposizione: non esce dalla canonica e suggerisce a Pier Giorgio Frassati il «coprifuoco» dei cattolici. Richelmy muore il 10 agosto 1923; «Il Momento» del 25 ottobre scrive: «L’autorità ecclesiastica è assente dalla visita di Mussolini perché in lutto per la morte dell’arcivescovo: non può partecipare, e non partecipa, a funzioni, ricevimenti, solennità in sede vacante».

I fascisti la giurano e iscrivono Pinardi sul «libro nero». Luigi Federzoni, ministro degli Interni, sentenzia: «C’è quel Pinardi, che dà noia. Sarebbe bene farlo trasferire». Il questore il 20 febbraio 1930 ne esagera la funzione politica: «Su Pinardi si impernia il movimento clericale antifascista della provincia».

Il 20 dicembre a Richelmy succede l’astigiano Giuseppe Gamba, vescovo di Novara. Conciliante e fermo, disponibile e paterno, simpatizza con i popolari e con l’«Appello ai liberi e forti» di Sturzo, è molto sensibile al mondo del lavoro e appoggia la creazione dell’Ufficio del lavoro dell’Azione Cattolica. Il nuovo quotidiano «Il Corriere» sorge il 31 dicembre 1924 e l’episcopato subalpino lo vuole «cattolico, apostolico, indipendente». Subentra a «Il Momento» ormai filo-fascista, tanto che Pier Giorgio Frassati lo definisce «giornale lurido perché inganna il popolo, tra i girelli che si vendono al fascismo».

Pinardi dal pulpito stigmatizza la «strage di Torino» del dicembre 1922, predica rispet­to e libertà. Mussolini vuole sciogliere le associa­zioni non fasciste. Gamba e Pinardi protestano per la formazione data dall’Opera nazionale Balilla «lai­ca che si richiama ai miti della forza fisica, della violenza, della supremazia na­zionale». Il Collegio parroci, presieduto da Pinardi, lamenta l’impossibilità di avvicinare i ragazzi nelle feste perché impegnati nelle adunate fasciste.

Osserva lo storico Bartolo Gariglio: «Pinardi rivela autonomia di posizioni; è punto di riferimento per il clero progressista; valuta positivamente le novità introdotte dal Ppi; è favorevole ai sindacati bianchi e all’Unione del lavoro nel duro scontro con il fascismo. Ha una funzione di primissimo piano nella nascita de “Il Corriere”, uno dei più bei quotidiani cattolici, un riferimento per le forze vive del Cattolicesimo piemontese. Pur dichiarandosi apartitico, è su posizioni catto-democratiche e critica i provvedimenti del governo. Il giornale, come Pinardi, subisce pesanti attacchi dai fascisti».  Che contrastano in tutti i modi il quotidiano: sequestri, attacchi de «Il Maglio», organo della federazione provinciale fascista, fino alla sospensione della stampa non fascista. Gamba muore improvvisamente il 26 dicembre 1929.

Secondo Giuseppe Tuninetti, storico della Chiesa subalpina, «stando a una testimonianza attendibile, Mussolini oppose personalmente il veto alla nomina di Pinardi ad arcivescovo di Torino. L’ostilità a Pinardi era molto diffusa perché visse sempre l’antifascismo, praticato più che conclamato, detto solo in caso di necessità. Non amava le luci della ribalta. Non risulta che abbia mai pronunciato, non dico una lamentela, ma neppure una parola, tanto meno una dichiarazione pubblica». Uno stile confermato dallo stesso Pinardi: «Mi sono sempre tenuto in disparte dalla vita pubblica, eccettuato in quelle occasioni in cui il dovere me lo imponeva».

A Gamba nel 1930 succede il novarese Maurilio Fossati, che si è fatto le ossa come vescovo in Sardegna. Per Gariglio «Fossati si guadagnò fama di antifascista per la fermezza con cui nel 1931 difese l’Azione Cattolica». Testimonia la giornalista torinese Anna Rosa Gallesio Girola, staffetta partigiana nella Resistenza: «I fascisti volevano che ce ne stessimo chiusi in sacrestia. Fossati aveva un assoluto distacco dal fascismo, una resistenza passiva che, pur non chiedendo a nessuno di esporsi a condanne o rappresaglie, segnò un duro termine di confronto per il regime». Negli anni Trenta l’antifascismo cattolico è limitato ma significativo. Il giudizio cri­tico diventa più marcato sulle leggi razziali (1938), sull’entrata in guerra (1940), sulla disastrosa avventura in Russia (1941-43).

Da Torino l’Azione Cattolica guida i giovani cattolici del Piemonte. Molti vanno a Messa in parrocchia tutte le mattine per riunirsi poi in sacrestia e respingono l’educazione all’odio e alla violenza. Durante la guerra mandano lettere e aiuti ai compagni soldati, nei campi di sterminio, ai patrioti sulle montagne. Don Giuseppe Pipino, parroco di Carmagnola, porta personalmente i suoi giovani dai partigiani, «poi – racconta Gariglio – andò a riprenderli e li trasferì in un’altra banda meno comunista». I dirigenti della Gioventù italiana di Azione Cattolica (Giac) selezionano le bande amiche in cui mandano i giovani cattolici renitenti alla leva di Salò.

Con Gamba e Fossati l’Azione Cattolica ha una diffusione capillare e una organizzazione invidiabile, che suscita le ire del fascismo. Fossati ha fama di antifascista, ma scrive a Papa Ratti di non essere né fascista né antifascista ma «padre di tutti». Difende l’AC che registra il massimo sviluppo e che ha responsabili del calibro di Luigi Gedda, che diventa presidente della Gioventù Cattolica subentrando al giornalista canavesano Carlo Trabucco. L’ufficio stampa del dèspota preme su «La Stampa» perché licenzi Trabucco «noto caporione dell’Azione Cattolica». Ricorda Tuninetti: «Verso il fascismo Fossati tenne la schiena diritta: pur deferente verso le autorità costituite, non fu mai servile e all’occorrenza protestò contro prepotenze e violenze. Il regime volle punirlo per l’aiuto agli ebrei, arrestando il segretario don Vincenzo Barale».

Nel 1960, centenario della morte di San Giuseppe Cafasso, si vuole erigere una statua al «patrono dei condannati a morte e dei detenuti» al Rondò della forca. Fossati invita il francescano Ruggero Cipolla, cappellano delle carceri, ad andare da lui con una macchina e delle coperte. E gli regala il busto in bronzo di Mussolini: «Me lo diede il federale Piero Gazzotti perché lo collocassi in Curia, ma io l’ho messo in soffitta in attesa di una giusta destinazione». La giusta destinazione è la statua del Cafasso.

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