Novant’anni fa il fascismo perseguita l’Azione Cattolica

1931 – Con la chiusura, imposta dal regime fascista, dei circoli giovanili anche nelle diocesi piemontesi viene ridotta l’autonomia dell’Azione Cattolica. Negli anni Venti la Chiesa accetta, senza eccessivi rimpianti, la stretta autoritaria del fascismo e la perdita di libertà in cambio dell’incolumità ottenendo, attraverso il Concordato del 1929, il riconoscimento del primato cattolico con la segreta speranza di poter instaurare una «nuova cristianità»

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I giovani dell'Azione Cattolica negli anni Trenta

La crisi del 1931, novant’ anni fa, con la chiusura, imposta dal regime fascista, dei circoli giovanili anche nelle diocesi piemontesi riduce gli spazi e l’autonomia dell’Azione Cattolica. Negli anni Venti la Chiesa accetta, senza eccessivi rimpianti, la stretta autoritaria del fascismo e la perdita di libertà in cambio dell’incolumità ottenendo, attraverso il Concordato del 1929, il riconoscimento del primato cattolico con la segreta speranza di poter instaurare una «nuova cristianità».

La Chiesa condanna le violenze del «biennio rosso» e vuole tener fuori dalle contese i circoli cattolici. Con l’elezione il 6 febbraio 1922 di Pio XI e la salita al potere di Mussolini nell’ottobre 1922 i consensi al duce in ambienti cattolici e popolari piemontesi rendono inopportuno continuare nell’opposizione della gioventù cattolica alle camicie nere, che aveva esposto le Chiese locali agli attacchi dei fascisti e facendole apparire vicine all’opposizione social-comunista. I circoli cattolici si indirizzano progressivamente verso le tradizionali attività delle parrocchie e degli oratori: formazione religiosa, rappresentazioni teatrali, manifestazioni sportive. Le lettere pastorali dei vescovi sottolineano gli scopi religiosi dell’AC, invitano ad aderire all’associazione, esortano i sacerdoti ad alimentare questa forma di apostolato.

Il pregevole libro «Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo», curato dal prof. Vittorio Rapetti, ripercorre la storia dell’AC in Piemonte e Valle d’Aosta: «Emerge un’immagine ambivalente dell’AC. Rare furono manifestazioni di fanatica esaltazione e di accettazione delle parole d’ordine del regime, come confermano i giudizi di “inaffidabilità” di gerarchi e di polizia sui circoli di Torino, Ivrea, Alba, Alessandria, Novara. L’intesa tra cattolici e fascisti trova importanti obiettivi nella battaglia su vari temi: moralità e natalità, santificazione delle feste, introduzione dei crocifissi e dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, provvedimenti contro la propaganda protestante, esaltazione nazionalistica della missione “civilizzatrice” delle imprese coloniali».

Negli anni tra le due guerre le diocesi subalpine si adeguano alla situazione. La Chiesa orienta i fedeli verso l’obbedienza alle autorità. La violenza verbale e fisica dei fascisti si fa più pesante. Dalle accuse di antipatriottismo che il «Popolo d’Italia», giornale di Mussolini, riversa sui cattolici alle intimidazioni, alle botte, alle bastonate e all’olio di ricino. Il quotidiano cattolico «Il Momento», espressione del mondo clerico-moderato, è favorevole all’intesa con il fascismo in funzione antisocialista. L’AC in Piemonte si adegua generalmente alla nuova realtà e registra l’aumento degli iscritti e il rafforzamento dell’organizzazione. Gli ambienti cattolici preferiscono il regime fascista alla società laicista, al liberalismo massonico, al socialismo bolscevico, che resta in ogni caso il nemico principale.

A Torino l’AC registra un consistente sviluppo. Nel 1921 nasce l’Unione Uomini con diversi laici cattolici impegnati nel Ppi, nel sindacato, nel giornalismo («La Voce dell’Operaio», «Il Corriere»: Gustavo Colonnetti, Pier Carlo Restagno, Gioachino Quarello, Amedeo di Rovasenda, Attilio Donat Cattin padre del futuro ministro Carlo Donat-Cattin, Luigi Chiesa sono su posizioni chiaramente antifasciste. L’AC è l’unico spazio praticabile per l’impegno dei cattolici, sostenuta dall’arcivescovo Giuseppe Gamba e da mons. Giovanni Battista Pinardi, vescovo-parroco di San Secondo, punto di riferimento del clero aperto alle istanze sociali e direttore della Giunta diocesana mentre i circoli limitano l’attività alla formazione, alla liturgia e alla carità. Nel 1925 l’AC promuove la pubblicazione de «L’armonia», diretto prima da Carlo Trabucco e poi da Rodolfo Arata. Nel settembre 1921 il congresso della Gioventù Cattolica a Roma è una succulenta occasione per il governo di sfogare il suo livore contro i giovani cattolici. La Guardia Regia li attacca e Pier Giorgio Frassati difende la bandiera del circolo «Cesare Balbo».

Pier Giorgio condanna i fascisti della «marcia su Roma»: «In questo momento grave attraversato dalla no­stra Patria, noi cattolici e studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi. Non dobbiamo sciu­pare gli anni più belli della nostra vita, come fa tan­ta infelice gioventù, che si preoccupa di godere dei beni che portano l’immoralità della società. Dobbiamo temprarci per essere pronti a sostenere le lotte che dovremo com­battere per dare alla Patria giorni più lieti e una società moralmente sana. Per tutto ciò occorre preghiera continua; organizzazione e disciplina per essere pronti all’azione al momento opportuno; sacrificio delle nostre passioni e di noi stessi». Il 22 giugno 1924 le squadracce fasciste devastano la casa di Alfredo Frassati, padre di Pier Giorgio, proprietario e direttore de «La Stampa» per punirlo dell’aperta posizione assunta dal giornale sul delitto Matteotti. Padre (liberale) e figlio (cattolico) combattono il fascismo. La posizione del giovane ispira l’Azione Cattolica piemontese a schierarsi contro il regime liberticida e anti-cristiano.

L’AC entra nel mirino del fascismo anche in Piemonte: dopo lo scioglimento nel 1927 delle associazioni scoutistiche, la Gioventù cattolica maschile e femminile rimane l’unica che fa concorrenza alle organizzazioni giovanili del regime. Gran parte dei giovani cattolici sono antifascisti e sono impegnati nel Partito Popolare e nelle leghe bianche. Lo squadrismo fascista colpisce a Torino, Ivrea, Chieri e Cuneo fino a chiudere i circoli cattolici nel 1931. Ne fa le spese anche il giornalista Carlo Trabucco: i fascisti lo osteggiano e Mussolini ne chiede l’allontanamento da «La Stampa» perché «caporione» dell’AC. Non mancano tentativi dei fascisti di infiltrarsi nei circoli e nei centri diocesani. La crisi del 1931 si risolve con un accordo tra governo fascista e il Papa: si modifica il nome da «circoli cattolici» ad «associazioni parrocchiali»; si riduce lo spazio delle attività consentite; si elimina l’elezione di responsabili laici; si affida la direzione ai sacerdoti; si ammette la contemporanea iscrizione all’AC e al fascio.

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