Oceano Pacifico, l’isola di Vanuatu è la nuova frontiera missionaria dei Salesiani

Da dicembre 2025 – Port Vila, nello Stato di Vanuatu nell’Oceano Pacifico, è la nuovissima frontiera missionaria dei Salesiani, il 137° Paese che i figli di don Bosco raggiungono in 150 anni, cioè dall’11 novembre 1875 quando «il padre e maestro dei giovani» mandò i suoi più coraggiosi amici e discepoli a Buenos Aires in Argentina

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Da metà dicembre 2025 Port Vila (Vanuatu) è la nuovissima frontiera missionaria dei Salesiani, il 137° Paese che i figli di don Bosco raggiungono in 150 anni, cioè dall’11 novembre 1875 quando «il padre e maestro dei giovani» mandò i suoi più coraggiosi amici e discepoli a Buenos Aires tra i moltissimi italiani e piemontesi emigrati e tra gli indios della Patagonia  e dell’Argentina, poi dal Sud al Centro-Nord America. La comunità di Vanuatu – unita a Papua Nuova Guinea e Isole Salomone – è composta dal filippino don Alfred Maravilla, dal congolese Moïse Paluku e dal coadiutore indonesiano Paulus «Noce» Bataona. I tre devono preparano un progetto di pastorale giovanile per quel Paese che fa parte dell’arcipelago melanesiano del Pacifico sud-occidentale, composto da 13 isole principali e abitato da circa 341.500 persone.

«Non abbiamo solo una storia gloriosa da ricordare e della quale essere fieri e grati, ma anche una grande storia da realizzare» dice don Luca Barone, da poco nominato presidente di «Valdocco Missioni Don Bosco». Ritorna così alla Casa Madre di Valdocco, dove ebbe la prima formazione e dove accompagnò numerosi giovani quando si occupava di pastorale giovanile. Trova una «squadra» che opera da 35 anni. «Missioni Don Bosco» sostiene 180-200 progetti l’anno in tutto il mondo: scuole, cappelle e oratori, interventi nelle emergenze provocate da guerre e da eventi meteorologici avversi.

Don Barone succede a don Daniel Antúnez, argentino. «In 150 anni dalla prima spedizione siamo arrivati in 137 Paesi – ricorda Barone – e continueremo ad andare per le città e guardarci attorno e a non stare fermi, a coinvolgere cuori, menti, mani, risorse». È lo stesso spirito missionario che animò don Giuseppe Cafasso a spingere il giovane don Giovanni Bosco ad andare per la città e a guardarsi intorno: «Quello che ha visto lo ha stregato, calamitato, risucchiato come un vortice. Non si è più fermato e non ha più smesso di sentire il grido dei giovani». Così hanno fatto i Salesiani dopo di lui, «stregati» dai giovani. Ora «Missioni don Bosco» consente continui scambi, grazie anche «a migliaia di benefattori e benefattrici, persone che non stanno ferme, si muovono con generosità, partecipano attivamente. Si può morire stando su un balcone a guardare passare la storia o si può scegliere di essere dentro la storia, costruire un futuro».

Il missionario salesiano «continuerà ad andare per le città a guardarsi attorno, a guardare i miracoli che Dio compie ogni giorno e si stupisce dell’attualità di don Bosco e del suo sistema educativo». Si allarga all’attualità la riflessione di don Barone: «Ciò che caratterizza molti, troppi giovani, in Italia e nel mondo, è l’assenza di prospettive positive per la vita». Ritiene che il motto delle missioni salesiane sia «Il futuro è la nostra missione». Nelle interviste ai media salesiani il nuovo responsabile delle «Missioni don Bosco» ricorda che «la pedagogia salesiana considera l’attività fisica, il gioco, la buona e allegra compagnia, la musica come ingredienti indispensabili per una crescita equilibrata» e che «costruire il futuro e lavorare per l’educazione dei giovani è l’avventura dell’amore, è l’ostinazione del bene che non si ferma». Ne sono convinti gli operatori impegnati nei cortili di Ciudad don Bosco in Colombia, nelle opere nascenti in Bangladesh, nelle case per giovani di strada in Sierra Leone, nelle opere delle grandi capitali europee e nelle immense città dell’Asia, negli scenari di guerra di Ucraina, Medio Oriente e Sudan; nelle nuove opere in Grecia, in Niger e, appunto, in Vanuatu,

L’immagine più immediata è quella di un ponte, uno spazio di passaggio, di collegamento, di facilitazione. «Vi passano le storie, le esigenze e le necessità di tante missioni salesiane nel mondo che vuol dire storie di vite di missionari, di giovani, di persone, di comunità, di paesi e poi transitano su questo ponte preghiere, generosità, altruismo, donazioni, lasciti, eredità di tanti benefattori e benefattici». E il presidente di «Missioni Don Bosco», a nome del Rettor Maggiore, «coordina il traffico» su questo ponte. Da 30 anni l’obiettivo sono i Paesi del Sud del mondo: «Vogliamo permettere ai minori svantaggiati di diventare soggetti attivi nello sviluppo sociale del Paese, nella convinzione che i giovani sono il futuro del mondo». Un secolo e mezzo fa don Bosco portò la questione giovanile alla ribalta nazionale: nelle sue camerette a Valdocco si chinava su un grosso mappamondo, frugava con gli occhi in tutti gli angoli del globo e sognava imprese missionarie. L’11 novembre 1875 nella basilica torinese Maria Ausiliatrice benedisse la prima spedizione missionaria di 10 coraggiosi sacerdoti e laici. In 150 anni partono oltre 11 mila Salesiani e oltre 3.500 Salesiane. In una delle ultime spedizioni, su 24 partenti solo uno era italiano: la crisi delle vocazioni colpisce anche una congregazione dinamica come i Salesiani

Pier Giuseppe Accornero

 

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