Ottanta anni fa la battaglia di El Alamein

23 ottobre-5 novembre 1942 – El Alamein è una carneficina, specie dei soldati italiani. È l’ennesima dimostrazione della criminale protervia di Mussolini. Gli atti di eroismo non potevano avere il sopravvento su forze schiaccianti. Molti italiani furono fatti prigionieri, spediti nei campi di prigionia nella lontana India e tornarono a guerra finita

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A 111 chilometri da Alessandria d’Egitto e a tre chilometri da El Alamein su un grande cippo si legge «Mancò la fortuna non il valore, 1°-7-1942», 80 anni fa. Il sacrario militare italiano sorge al 120° chilometro della litoranea Alessandria-Marsa Matruh.

«Tel el Alamein» significa «La collina delle vette gemelle» circondata da una vasta pianura desertica sulla quale si svolsero le grandi battaglie. L’opera – su progetto dell’ing. Paolo Caccia Dominioni, ufficiale del Genio Alpini e comandante dei Guastatori del Genio – si compone di tredici blocchi: era la base italiana di «Quota 33». Nel cimitero degli «Ascari fedeli» riposano le spoglie di 228 caduti libici.

Nel sacrario italiano ci sono le salme di 4.634 caduti, 2.447 noti e 2.187 ignoti. In un sacello sono raccolti 100 operai italiani, periti nella costruzione delle grandi dighe egiziane di Assuan, Edfina ed Esna. «Quota 33» fu sede e centro della delegazione italiana che per anni si dedicò alla ricerca e raccolta dei caduti. Nel 1943 le autorità britanniche – con manodopera fornita da prigionieri italiani e tedeschi – costituiscono un cimitero italo-tedesco che raccoglie i caduti delle due nazionalità. La raccolta è completata nel 1949-1960 da italiani guidati dal tenente colonnello Paolo Caccia Dominioni: con molta abnegazione si dedicarono alla pietosa opera. La ricerca e l’esumazione fu particolarmente ardua e complessa a causa degli estesi campi minati che provocarono la morte di 7 collaboratori indigeni. I caduti italiani sono sistemati nel vecchio cimitero; quelli tedeschi in un sacrario su un’altura a poca distanza.

La guerra in Nord-Africa si svolge in puntate offensive e rapidi ripiegamenti – Ci furono varie fasi: «Prima 9-18 settembre 1940 avanzata degli italiani fino a Sidi el Barrani. Seconda 9 dicembre 1940-7 febbraio 1941 prima offensiva britannica: superata la resistenza italiana, procede fino ad El Aghelia. Terza 31 marzo-13 aprile 1941 prima controffensiva italo-tedesca. L’intervento dei tedeschi dell’Afrika Korps capovolge la situazione: il feldmaresciallo Erwin Rommel travolge e insegue gli inglesi – al comando del generale  Bernard Law Montgomery – sino al confine, rioccupa la Cirenaica, eccetto Tobruch. Quarta 18 novembre 1941-17 gennaio 1942 seconda offensiva britannica fino a El Agheila. Quinta 21 gennaio-30 giugno 1942 seconda controffensiva italo-tedesca: Rommel passa al contrattacco, riprende l’offensiva, espugna Tobruch, prosegue oltre il confine. Spiegano gli storici: «L’azione italo-tedesca del 1°-3 luglio 1942, cozzò contro l’accanita resistenza dei britannici. I combattimenti si protrassero con alterne vicende sino al 14 luglio con notevole logoramento delle forze italo-tedesche che risentivano molto del rallentato afflusso di rinforzi e rifornimenti. La prevalenza aerea e navale inglese rendeva sempre più aleatori i rifornimenti mentre i britannici fanno affluire rifornimenti, artiglierie e mezzi corazzati americani più recenti, nettamente superiori».

Le forze britanniche sono decisamente superiori specie in artiglieria: i mezzi controcarro, le autoblindo e i carri armati sono il triplo di quelli dell’Armata italo-tedesca. Gli inglesi dispongono di 531 carri pesanti americani contro i quali possono competere solo 38 carri «Mark IV» tedeschi. Nella fase finale l’offensiva inglese, iniziata la sera del 23 ottobre con grande appoggio di artiglieria e aviazione, consente solo modesti risultati iniziali per l’accanita resistenza e per il pronto intervento dei rincalzi e delle riserve italo-tedesche. Ma il generale Montgomery moltiplica gli sforzi sull’intero fronte, con tutto il peso della schiacciante prevalenza di fuoco. Una prova durissima per i fanti italiani, che si riparano nelle buche scavate nella sabbia: i due eserciti si combattono con ardimento, sacrificio e senza esclusione di colpi.  Rommel per un po’ resiste ma l’impossibilità di ricevere rifornimenti e rinforzi e l’incalzare di nuovi attacchi massicci lo costringono a ordinare il ripiegamento (3-5 novembre) tentando di non farsi accerchiare completamente. Solo alcuni reparti motorizzati riescono a sottrarsi e a ripiegare verso la Cirenaica e la Tripolitania: le truppe appiedate – esauste, prive di munizioni, affamate e assetate – in gran parte si arrendono. Il 6 novembre 1942 la battaglia è finita. Il 23 gennaio 1943 si ammaina il tricolore dal Castello di Tripoli.

Da «Quota 33» il panorama è magnifico. Ci andai con i reduci nel 1992. Nel 50° della battaglia la memoria dei superstiti fa affiorare ricordi drammatici e struggenti. Nello sconfinato deserto, con collinette di sterpaglie, pietre e sabbia, sotto il sole accecante e il cielo di un azzurro intenso, una delle più lunghe e cruenti battaglie diede una svolta alla Seconda guerra mondiale: sbarco degli anglo-americani in Algeria l’8 novembre, controffensiva dei russi a Stalingrado dal 19 novembre, sonora sconfitta dell’Asse italo-tedesco in Africa e in Europa. Wiston Churcill, primo ministro inglese, commenta orgoglioso: «Prima di El Alamein non avevamo ottenuto una sola vittoria, dopo El Alamein non conoscemmo più la sconfitta». Anche se Londra è sotto il tiro dei micidiali razzi V1 e V2, anche se gli sbarchi ad Anzio e in Normandia sono relativamente lontani: 22 gennaio 1944 e 6 giugno 1944.

El Alamein è una carneficina, specie dei soldati italiani. È l’ennesima dimostrazione della criminale protervia di Mussolini. Gli atti di eroismo non potevano avere il sopravvento su forze schiaccianti. Molti italiani furono fatti prigionieri, spediti nei campi di prigionia nella lontana India e tornarono a guerra finita. Questa per il fascismo è un’altra sconfitta, come quelle che l’hanno preceduta e seguita: Francia, Albania, Grecia, Africa Russia. È anche la prova dell’assoluta impreparazione. Un solo esempio tratto dai «Diari di guerra del comando supremo dell’esercito tedesco»: il 10 per cento del carburante sbarcato in Libia è consumato per trasferire il restante 90%; il 35% dei veicoli è in riparazione; l’aviazione è costretta a trasportare la benzina perché mancano le autobotti. Due anni prima il 10 giugno 1940 Mussolini arringa: «Popolo italiano, corri alle armi», ma non ha voglia di guerra ed è impreparato. El Alamein lo dimostra.

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