Ottant’anni fa “Il Popolo Nuovo” nasceva dalla Liberazione

28 aprile 1945 – «Torino è libera» campeggia a tutta pagina il primo numero senza foto de «Il Popolo Nuovo» che ottant’anni fa annuncia la liberazione del capoluogo piemontese dai nazifascisti nella notte del 27-28 aprile

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«Torino è libera» campeggia a tutta pagina sul primo numero senza foto de «Il Popolo Nuovo» che ottant’anni fa – il 28 aprile 1945 – annuncia la liberazione dai nazifascisti nella notte del 27-28 aprile. «Mentre scappavano, Mussolini arrestato». Il quotidiano, fondato dalla Democrazia cristiana, dura 13 anni (28 aprile 1945-30 novembre 1958); cambia quattro direttori: Gioacchino Quarello, esponente di rilievo del sindacalismo cattolico, proveniente dalla sinistra popolare; Rodolfo Arata, dapprima capo-redattore; Giovanni Re; Carlo Trabucco, responsabile della redazione romana, poi condirettore, infine direttore (marzo 1954-novembre 1958).

Nella città sotto l’occupazione nazifascista Quarello getta le basi della nuova iniziativa editoriale per l’area cattolica. Sotto l’egida del Comitato di Liberazione nazionale, i partiti si dividono gli spazi in attesa della libertà. Racconta la partigiana, politica e giornalista Anna Rosa Gallesio Girola nello studio «”Il Popolo Nuovo”, un quotidiano tra cronaca e storia»: «Toccò alla Democrazia cristiana il quotidiano del pomeriggio, in sostituzione di “Stampa Sera”, “La Stampa” e “Gazzetta del Popolo”, testate compromesse con il regime, ed ebbe sede nel palazzo de “La Stampa”». Nel primo articolo di fondo, il direttore Quarello scrive: «Dopo tante rovine, tanto odio, tanto arbitrio occorre risollevarsi, rivivere in un’atmosfera dove la libertà, la dignità, la giustizia non siano vane parole. Questo sforzo, non meno pesante di quello della liberazione, troverà certamente deciso e volenteroso il popolo italiano. In questa nuova fatica, noi della DC saremo presenti con le nostre forze e la nostra fede».

Nell’articolo siglato V.A.M. (Vincenzo Arcozzi Masino) sul radio-discorso di Pio XII del 9 maggio 1945 per la fine delle ostilità in Europa, si legge: «Colui che di fronte all’immane conflitto ha sempre parlato nel nome della moralità cristiana, prima per cercare di scongiurarlo, poi per fissarne le responsabilità, quindi per moderare l’asprezza, colui che ha più volte guardato all’avvenire anticipando gli insegnamenti atti a sistemare il mondo nuovo secondo gli stessi eterni principi, ha rivolto al mondo, in occasione della sospirata fine della guerra, una parola di cristiano orientamento. Gratitudine a Dio, pio ricordo delle innumerevoli vittime, carità illuminata e operosa nell’immenso lavoro di ricostruzione morale e materiale: ecco le direzioni additate dal Pontefice agli animi di tutti». Nota lo storico Francesco Traniello: «La testata diventa uno dei punti di riferimento dei cattolici democratici piemontesi, momento di aggregazione di intellettuali, sindacalisti, politici sensibili e motivati a un confronto di idee e progetti. La tiratura incontra un rapido e insperato successo e dopo poche settimane raddoppia. Un anno dopo diventa quotidiano del mattino con 4 pagine».

Il giornale ha vivaci redattori e corrispondenti di qualità che faranno molta strada nel giornalismo e nella politica, nel sindacato e nella cultura: Domenico Agasso, Bona Alterocca, don Vincenzo Arcozzi Masino, Gian Aldo Arnaud, Carlo Bramardo, Giorgio Calcagno, don Alessandro Cantono, Carlo Casalegno (vicedirettore de «La Stampa», morirà sotto i colpi dei terroristi rossi), don Carlo Chiavazza (dirigerà il quotidiano «L’Italia», fonderà e dirigerà il settimanale «il nostro tempo»), Beppe Del Colle, Carlo Donat-Cattin, Anna Rosa Gallesio Girola, Domenico Garbarino, Piero Onida, Achille Valdata. Tra i collaboratori il matematico Gustavo Colonnetti; il poeta dialettale Nino Costa, il filosofo Augusto Del Noce, l’avvocato Valdo Fusi, l’intellettuale Andrea Ferrari Toniolo, l’economista Silzio Golzio, il futuro sindaco di Torino Giuseppe Grosso, il critico cinematografico Leo Pestelli, i politici Attilio Piccioni e Armando Sabatini, il fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo. Gallesio Girola ricorda Carlo Trabucco, «vecchio militante del Partito popolare, cattolico impegnato, temperamento d’artista, scrittore brillante, direttore molto indipendente, come nel fondo quando il Parlamento elegge Giovanni Gronchi, primo cattolico presidente della Repubblica. Trabucco sottolineò il significato storico senza indulgere a cortigianerie, anzi formulò riserve e concluse con una frase che gli valse non poche critiche: “Non fasciamoci la testa prima che sia rotta”. Quando Gronchi venne in Piemonte, chiese udienza per salutarlo ma non ebbe risposta e se ne stupì».

Il giornale si distingue per il voto alle donne nel 1946 e nelle elezioni del 1948. Il 9 maggio 1946 riporta la posizione favorevole della DC: «Il Consiglio nazionale fa voti perché, sin dalla prima consultazione elettorale, trovi riconoscimento e applicazione il diritto del voto anche per le donne». Ma i partiti di sinistra vogliono escludere le monache di clausura, cosa che non avviene. Le donne votano per la prima volta il 2 giugno 1946 per il referendum istituzionale (vinse la Repubblica sulla Monarchia) e l’elezione dell’Assemblea costituente. Nelle politiche del 18 aprile 1948 stravince la DC sotto la guida di Alcide De Gasperi. Narra Gallesio Girola: «Una dimostrazione della sua popolarità si ebbe a Torino: parlò in Piazzetta Reale a una folla immensa che dilagava in piazza Castello e via Roma. “Il Popolo Nuovo” uscì in edizione straordinaria e andò a ruba». A Torino i cattolici tengono la XXV Settimana sociale (21-27 settembre 1952) «L’impresa nell’economia contemporanea» con lezioni su «l’impresa fattore di progresso; i danni dell’industrializzazione; il pensiero di Pio XII». Dopo la firma il 25 marzo 1957 dei «Trattati di Roma» nella battaglia per la sede del Mercato Europeo Comune (MEC), «Il Popolo Nuovo» è il più informato e difende le «legittime aspirazioni» di Torino.

Nel 1958 Amintore Fanfani, segretario DC, cambia «Il Popolo Nuovo» con «Gazzetta del Popolo», nata nell’Ottocento risorgimentale e anticlericale, divenuta fascista, morta democristiana. I responsabili delle organizzazioni cattoliche, decisamente contrari, il 14 novembre 1958 scrivono: «Riteniamo che “Il Popolo Nuovo” sia diventato il giornale dei cattolici e che qualsiasi impostazione esclusivamente politica non interpreterebbe le attese dei cattolici. Chiediamo che la decisione venga riesaminata». Il leggendario Beppe Del Colle su «il nostro tempo» del 24 aprile 1983 scrive: «Lo ricordo come fosse ieri. Con un impermeabile verdolino stretto in vita da una cintura, Fanfani convocò i redattori e, in non più di cinque minuti, in piedi, disse che il giornale sarebbe stato chiuso».

Pier Giuseppe Accornero

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