Ottant’anni fa l’attentato di via Rasella

23 marzo 1944 – Nell’attentato dei Gruppi di Azione Patriottica in via Rasella a Roma, ottant’anni fa, cadono 33 morti e 55 feriti della compagnia del Polizeiregiment Bozen. La vendetta nazista si consuma in poche ore con l’esecuzione di 335 innocenti giustiziati con un colpo alla nuca alle Fosse Ardeatine

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Adolf Hitler voleva il sangue di 10 italiani per ogni caduto tedesco. Nell’attentato dei Gruppi di Azione Patriottica in via Rasella a Roma, ottant’anni fa, il 23 marzo 1944, cadono 33 morti e 55 feriti della compagnia del Polizeiregiment Bozen. La vendetta nazista si consuma in poche ore con l’esecuzione di 335 innocenti giustiziati con un colpo alla nuca alle Fosse Ardeatine.

L’attentato di via Rasella è un’azione della Resistenza romana condotta dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP), unità partigiane del Partito comunista italiano, contro un reparto delle forze d’occupazione tedesche – dopo la caduta del fascismo (luglio 1943) e la firma dell’armistizio (8 settembre 1943) -, cioè l’11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen, appartenente alla Ordnungspolizei (polizia d’ordine) e composto da reclute altoatesine. È il più sanguinoso e clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l’Europa occidentale. L’azione, del cui ordine dopo la la Seconda guerra mondiale si assume la responsabilità il comunista Giorgio Amendola, è condotta da una dozzina di gappisti che fanno esplodere un ordigno improvvisato – una carica di tritolo, nascosta in un carretto da netturbino, innescata dal gappista Rosario Bentivegna – al passaggio di una colonna di soldati germanici e dal lancio di quattro bombe a mano artigianali.

Causa la morte di 33 soldati tedeschi e di due civili italiani, tra cui un dodicenne; altri quattro civili cadono sotto il fuoco tedesco. Il 24 marzo segue la rappresaglia tedesca alle Fosse Ardeatine, in cui sono uccisi 335 prigionieri completamente estranei all’azione gappista, tra cui 10 civili rastrellati vicino a via Rasella. L’attentato è al centro di una lunga serie di controversie, giuridiche e storiografiche «sulla sua opportunità militare – ricorda Wikipedia – e sulla legittimità morale, che lo hanno reso un caso paradigmatico della “memoria divisa” degli italiani». Le motivazioni dell’attentato sono varie: Rosario Bentivegna in un’intervista del 1946 parla di «scuotere la popolazione, eccitarla in modo che si sollevasse contro i tedeschi»; secondo Giorgio Amendola si voleva indurre i tedeschi al rispetto dello status di «Roma città aperta»; la Commissione storica italo-tedesca nel 2012 parla di «contrastare l’occupante e scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava». Queste motivazioni sono state e sono assai discusse dagli storici e dai politici.

I Gap non sono un esercito regolare né un corpo di partigiani veri e propri: attaccano i Polizeiregiment Bozen, formato da altoatesini, buona parte militari dell’Esercito italiano prima dell’8 settembre. La vendetta non ha alcun appiglio legale nelle norme internazionali ed è un omicidio plurimo continuato che niente può giustificare sul piano giuridico e morale. Il disegno criminale è comprovato dal fatto storicamente accertato che le autorità tedesche non affissero alcun bando con l’ordine agli autori dell’attentato di consegnarsi.

Tutto il dramma si consuma tra le 15 del 23 marzo e le 19.30 del 24. I nazisti non provano neppure a cercare i colpevoli, ma si limitano ad applicare la vendetta di Hitler nello sproporzionato rapporto di 10 a uno. Il generale Kurft Mälzer, comandante della piazza di Roma, minaccia di radere al suolo il quartiere e di fucilare tutti i residenti. Il console e l’addetto culturale dell’ambasciata riescono a ricondurre il generale, ubriaco di alcol e rabbia, a più miti consigli. Addirittura Hitler vuole la fucilazione di 1.650 ostaggi.

Ottant’anni dopo per Ignazio La Russa, presidente del Senato – che non ha mai rinnegato il nazifascismo e che tiene in casa un busto di Benito Mussolini – ospite della radio del quotidiano «Libero» si tratta di «una pagina tutt’altro che nobile della Resistenza: quelli uccisi furono una banda musicale di semi-pensionati e non nazisti delle SS, sapendo benissimo il rischio di rappresaglia su cittadini romani, antifascisti e non». Per Emanuele Fiano, ex deputato del Partito democratico e figlio di Nedo – sopravvissuto ad Auschwitz e tra i più attivi testimoni dell’Olocausto – fulmina: «La seconda carica dello Stato non può insultare la lotta di Liberazione che permette a lui di sedere su quello scranno, e non si può permettere che da quell’incarico si neghi la storia». «Parole indecenti, inaccettabili per il ruolo che ricopre» dice Elly Schlein, segretaria del Pd.

«Le parole di Ignazio La Russa sono semplicemente indegne per l’alta carica che ricopre e rappresentano un ennesimo, gravissimo strappo teso ad assolvere il fascismo e a delegittimare la Resistenza» afferma Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia. Spiega: «Il terzo battaglione  Polizeiregiment colpito a via Rasella mentre sfilava armato fino ai denti completava l’addestramento per andare a combattere gli Alleati e i Partigiani. Gli altri due battaglioni del Polizeiregiment erano da tempo impegnati in Istria e in Veneto contro i Partigiani. L’attacco di via Rasella fu elogiato dai comandi angloamericani.

Non è da meno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Anche lei si rifiuta rinnegare il fascismo. Dice: «I 335 italiani furono barbaramente trucidati dalle truppe di occupazione naziste come rappresaglia dell’attacco partigiano di via Rasella». Una ricostruzione subito contestata: «No presidente Meloni: 335 persone non furono trucidate dai nazifascisti alle Fosse Ardeatine solo perché erano italiani. Perché erano italiani e antifascisti, ebrei, partigiani. Un giorno o l’altro riuscirà a scrivere quella parola? “Antifascista”» ironizza Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana. I presidenti del Consiglio Meloni e del Senato La Russa fanno finta di ignorare che non furono i soli nazisti a organizzare il massacro delle Fosse Ardeatine, perché ebbero il fondamentale supporto dei fascisti italiani.

Pier Giuseppe Accornero

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