Ottant’anni fa «l’autunno della vergogna»

30 novembre 1943 – La Repubblica Sociale italiana emette un’ordinanza che obbliga la polizia ad arrestare tutti gli ebrei: l’Italia fascista dapprima discrimina gli ebrei con le leggi razziali del 1938, poi li considera «nazionalità nemica», infine ordina l’arresto e la deportazione nei campi di sterminio

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Ricorsi della storia: una delle amanti di Benito Mussolini era ebrea. Ottantacinque anni fa l’estate della vergogna: 14 luglio 1938 il «Manifesto della razza» dei docenti fascisti; 25 luglio il Partito fascista pubblica il «Manifesto della razza»; 5 settembre «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista»; 7 settembre «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri»; 6 ottobre «Dichiarazione sulla razza» del Gran Consiglio del fascismo; 17 novembre il regio decreto di Vittorio Emanuele III convalida le leggi razziali.

Ottant’anni fa l’autunno della vergogna. Il 30 novembre 1943 la Repubblica Sociale italiana – annunciata da Mussolini il 18 settembre 1943 da Radio Monaco «con voce incerta e propositi confusi» ricordano le cronache – emette un’ordinanza che obbliga la polizia ad arrestare tutti gli ebrei: l’Italia fascista dapprima discrimina gli ebrei con le leggi razziali del 1938, poi li considera «nazionalità nemica», infine ordina l’arresto e la deportazione nei campi di sterminio. Circa la metà degli ebrei catturati in Italia durante l’Olocausto – considerano gli storici – sono arrestati dalla polizia italiana e nel Paese si aprono una serie di campi di concentramento per gli ebrei arrestati.

In nome della purezza della razza, milioni di esseri umani inceneriscono nei forni crematori o sono uccisi da botte, angherie e stenti. Non per nulla l’articolo 3 della Costituzione repubblica, in vigore dal 1° gennaio 1948, dirà che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di razza». Politici bislacchi di destra del giorno d’oggi dicono di voler difendere la razza bianca contro l’invasione dei neri africani ma dimenticano che in Italia i circa 5 milioni di immigrati appartengono a 198 nazionalità e sostengono che parlare di «razze» è assolutamente legittimo, visto che la Costituzione contiene la parola. Dalla sponda opposta propongono di cancellare la parola «razza» perché – si dice – le razze non esistono. Una grande confusione.

Le leggi «per la difesa della razza» – a Torino, come a Roma, come in tutta Italia – sono violate da centinaia e centinaia di cattolici che salvano migliaia di ebrei. In Piemonte uno per tutti, Giuseppe Girotti, domenicano nativo di Alba, trasforma il convento di San Domenico di Torino in un’isola di salvataggio e paga il suo eroismo con un’iniezione di veleno nel campo di concentramento di Dachau. Dal 2014 il martire Giuseppe è beato.

Chi si batte strenuamente è Pio XI. Con l’enciclica «Mit brennender Sorge, Con bruciante preoccupazione. Sulla situazione della Chiesa cattolica in Germania» (1937) condanna neopaganesimo e razzismo tedesco; fustiga energicamente le violazioni della dignità umana e gli strappi del Concordato tedesco del 1933; definisce la persecuzione religiosa «una guerra di sterminio»; esorta i fedeli a respingere, malgrado le pressioni, «il culto del suolo e del sangue» e a mantenere saldi i principi della fede; condanna il rovesciamento dell’ordine morale: «Chi dell’esaltazione del popolo e della razza o della deificazione dello Stato fa norma di ogni valore, tradisce e falsifica l’ordine voluto da Dio. Non si può considerare credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente. Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti. Né è tale chi, seguendo una sedicente concezione precristiana dell’antico germanesimo, pone in luogo del Dio personale il fato tetro e impersonale, rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza. Non ci stancheremo di rinfacciare francamente alle autorità l’illegalità delle misure».

Particolarmente ferma la posizione vaticana sulle odiose leggi razziali del 1938. Il 3 maggio di quell’anno Adolf Hitler giunge a Roma in visita ufficiale. Papa Ratti, aborrendo «l’altra croce che non è la croce di Cristo», «si ritira» a Castel Gandolfo perché – rivela «L’Osservatore Romano» – l’aria della Città Eterna «gli fa male». Fa spegnere le luci in Vaticano, fermare le tapparelle alle finestre, chiudere i Musei Vaticani, sbarrare la via d’accesso a San Pietro. Al nunzio presso il governo di Roma e ai vescovi italiani proibisce di partecipare ai ricevimenti; ordina a «L’Osservatore» di non fare alcun accenno all’incontro tra Hitler e Mussolini, come era avvenuto per la visita di Mussolini in Germania nel settembre 1937.

La Carta costituzionale italiana condanna i pregiudizi razziali. Forse le razze non esistono ma esistono i pregiudizi razziali ed è questo che i «padri» costituenti condannano. Mentre essi si riunivano dopo la guerra, quelle ferite contro la «razza ebraica» erano ancora aperte. Questa è la chiave di lettura della Costituzione repubblicana nella quale c’è molto di più che il rifiuto del razzismo, del totalitarismo e del nazionalismo, le ideologie che avevano scatenato l’orrore della Seconda guerra mondiale. C’è il progetto di società libera e solidale, dove l’uguaglianza, proclamata sul piano formale, tende a diventare effettiva. Le Costituzioni nate dalle rivoluzioni illuministiche, americana e francese, del Sette-Ottocento garantivano le libertà formali e proclamavano l’uguaglianza davanti alla legge, ma le condizioni economiche, sociali e culturali della popolazione impedivano di fatto di esercitare quei diritti. Fino al 1950 chi nasceva in una famiglia contadina era destinato a fare il contadino, senza possibilità di scelta. Solo alla fine del 1962 il Parlamento italiano – con la dura opposizione dei comunisti – approva la scuola media unica e obbligatoria che apre le porte all’effettiva e vera uguaglianza.

Contro i vaneggiamenti sul «fascismo buono», va ribadito che fu un regime senza alcun merito nel quale la violenza e l’arroganza sono connaturate e la caccia agli oppositori e agli ebrei non è una deviazione ma insita nella natura intollerante.

Bisogna impedire che il passato possa tornare, non minimizzare i focolai di odio e l’infamia delle leggi razziali. Firmate da Mussolini, trovano complicità e giustificazioni nello Stato e nella società: intellettuali, giuristi, scienziati, storici firmano il «Manifesto della razza» che dà il supporto teorico a questa ignominia.

Il fascismo è una delle peggiori e più buie pagine della nostra storia. L’azione,

la generosità e il sacrificio di tanti che lottarono contro la dittatura è una delle più belle e gloriose pagine della storia italiana.

Pier Giuseppe Accornero

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