Ottant’anni fa l’eccidio del Martinetto

Aprile 1944 – All’alba del 5 aprile, al Poligono del Martinetto, sono fucilati gli ufficiali Perotti e Balbis, lo studente universitario Montano, il professor Braccini, gli operai Bevilacqua e Giambone, il tecnico Giachino, il biblio­tecario Biglieri: cadono insieme ufficiali monarchici, operai socialcomunisti, professori azionisti, espressione dell’unità della resi­stenza torinese.

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«Sarò fucilato all’alba per un ideale». Ottant’anni fa uno degli episodi più drammatici della Resistenza torinese. Gli antifascisti organizzano il Comitato di liberazione regionale del Piemonte, or­ganismo unitario che anima e dirige la lotta contro i nazifascisti.

Torino ha una tradizione di opposizione lunga e dura al regime. C’è la rete del Partito comuni­sta, organizzato sul modello rivoluzionario sovietico; ci sono gli intellettuali del Partito d’azio­ne con i giovani formati nel liceo «D’Azeglio» dove insegna il grande latinista Augusto Monti; ci sono monarchici di sincera fede liberale; ci sono molti giovani cattolici e democristiani. Nel Comitato di Liberazione si trovano uomini e giovani di estrazione ideologica e politica diversa, dal professor Paolo Braccini al generale Giuseppe Perotti, dall’avvocato liberale Manlio Brosio e quello cattolico Valdo Fusi, all’opera­io Eusebio Giambone.

Il 1° aprile 1944 verso le 9 il comitato deve incontrarsi nella sa­crestia del Duomo, in piazza San Giovanni, riunione sconsigliata dal parroco don Giuseppe Garneri. L’impru­denza di uno dei delegati permette ai nazifascisti di conoscere ora e luogo dell’appuntamento: fermano uno dopo l’altro e l’intero comitato è annientato. Processo immediato: due giorni di interrogatori e di arringhe, poi la sentenza esemplare già scritta: condanna a mor­te per 8 imputati, ergastolo per altri 4. All’alba del 5 aprile, al Poligono del Martinetto, sono fucilati gli ufficiali Perotti e Balbis, lo studente universitario Montano, il professor Braccini, gli operai Bevilacqua e Giambone, il tecnico Giachino, il biblio­tecario Biglieri: cadono insieme ufficiali monarchici, operai socialcomunisti, professori azionisti, espressione dell’unità della resi­stenza torinese.

Padri, figli e fratelli che hanno condiviso e superato mesi di lotta contro il nazifascismo. Affrontano la pena capitale con serenità, sapendo di regalare ai loro figli e all’Italia che verrà la libertà e la democrazia. Sono scolpiti nella memoria collettiva come i «martiri» del Martinetto.

Franco Balbis, 32 anni, scrive: «Con la coscienza d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra bandiera, per le quali muoio felice».

Quinto Bevilacqua, 27 anni, scrive ai «cari genitori, vi saluto caramente, ricordatevi che vostro figlio vi ha sempre voluto bene e se dall’al di là è possibile venirvi a trovare non mancherò».

Il 32enne Giulio Biglieri scrive al figlio Albertino, «per te così giovane e sensibile sarà grave cosa ciò che avverrà domattina… I miei libri sono tutti tuoi: abbine cura e sappi trarre da loro conforto allo spirito e luce all’intelletto. Sii buono con i nonni, le zie e i cuginetti, ai quali parlerai un giorno di me. Addio, Albertino. Ricordami».

Paolo Braccini, 36 anni, scrive a «Gianna figlia mia adorata, è la prima e ultima lettera che ti scrivo a te per prima, in queste ultime ore perché so che seguito a vivere in te. Sarò fucilato per un ideale, per una fede che mia figlia, un giorno, capirai appieno». Errico Giachino, 28 anni, si rivolge a «cari papà e mamma, per prima cosa perdonatemi del dolore che vi arreco ma non dovete disperarvi. Non ho la mente ferma stasera per scrivervi, ma il coraggio non mi manca e non deve, non deve mancare a voi. Sarò sempre presente fra voi e vi dovete figurare solo che io sia partito per un lungo viaggio dal quale un giorno ritornerà».

Il 40enne Eusebio Giambone scrive due letterine: alla figlia Gisella «quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più» e alla «cara adorata Luisetta: sono così tranquilli coloro che ci hanno condannati? Certamente no! Essi credono con le nostre condanne di arrestare il corso della storia; si sbagliano! Nulla arresterà il trionfo del nostro ideale, essi pensano forse di arrestare la schiera di innumerevoli combattenti della libertà con il terrore? Essi si sbagliano!»

Alla «Mene adorata» si volge Massimo Montano, 35 anni: «Non staccherei più la penna da questa carta che certamente per te sarà una cosa tanto cara e per Massimiliano, quando un giorno potrà comprendere quanto essa racchiuda, sarà certamente una cosa sacra».

Infine il generale Giuseppe Perotti, 48 anni, «Renza mia adorata, a differenza della grande maggioranza di noi mortali mi è dato sapere che fra poche ore morirò e ti posso assicurare che ciò non mi spaventa. L’unico testamento spirituale che lascio a te e ai miei figli adorati è di affrontare con serena sicurezza le avversità della vita adoperandosi in modo perché la propria coscienza possa sempre dire che ha fatto tutto il possibile».

Dopo un anno l’8 luglio 1945, A Liberazione avvenuta, alla prima commemorazione dei «Martiri» del Martinetto, accorrono 100 mila torinesi. Il cardinale arcivescovo Maurilio Fossati celebra la Messa nel luogo in cui venivano giustiziati i condannati politici: «Per noi tutti i Caduti sono sacri, ma queste vittime lo sono doppiamente perché sono morte per la Patria».

Pier Giuseppe Accornero

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