Ottant’anni fa lo sbarco degli Alleati ad Anzio

22 gennaio 1944 – Con lo sbarco degli Alleati ad Anzio sulla costa tirrenica, 80 anni fa, inizia la «campagna d’Italia» per creare una testa di ponte oltre lo schieramento tedesco,  e costringere i nazisti a distogliere ingenti forze da Cassino, permettendo così lo sfondamento della 5ª Armata americana

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Con lo sbarco degli Alleati ad Anzio sulla costa tirrenica («operazione Shingle»), 80 anni fa, il 22 gennaio 1944, inizia la «campagna d’Italia» per creare una testa di ponte oltre lo schieramento tedesco, per aggirare «linea Gustav» e costringere i nazisti a distogliere ingenti forze da Cassino, permettendo così lo sfondamento della 5ª Armata americana. Contemporaneamente gli Alleati vogliono occupare i Colli Albani: la distruzione delle truppe tedesche avrebbe consentito di conquistare Roma e abbreviare la campagna. Ma le forze del feldmaresciallo Albert Kesselring bloccano l’avanzata e mettono in difficoltà gli anglo-americani. La lunga e logorante battaglia di posizione dura fino a primavera quando i tedeschi si ritirano. Anche in questo caso,  l’obiettivo principale – la distruzione delle forze tedesche – non è raggiunto.

Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, molti fascisti si eclissano, annichiliti dall’uscita di scena del duce. Decine di migliaia di funzionari statali si tolgono dal bavero il distintivo del Partito nazionale fascista e rivendicano di avere sempre servito imparzialmente le istituzioni. Taluni si accaniscono contro l’idolo infranto che è trasferito dai tedeschi al Gran Sasso. Come milioni di connazionali, anche Mussolini apprende dalla radio la notizia dell’armistizio dell’8 settembre. Nella previsione della consegna agli Alleati, decide che gli inglesi non lo avranno vivo. La sera dell’11 settembre si chiude a chiave in  camera, deciso a farla finita. Tolta la lametta dal rasoio Gillette, tenta di recidersi le vene – in modo goffo – ed è salvato dai carabinieri di guardia. Inebetito, chiede perdono dell’insano gesto.

Il maresciallo Pietro Badoglio, fuggiasco da Roma insieme al re e ai ministri, disattende la clausola dell’armistizio sulla consegna del duce agli Alleati. Trascorsi quattro giorni dagli sconvolgimenti dell’8 settembre, i tedeschi controllano gran parte dell’Italia centrale e potrebbero mettere fine alla prigionia. Ma l’apparato del Reich vuole creare un evento che proponga in tinte eroiche le gesta dei corpi speciali nazisti e chiarisca la subordinazione italiana ai tedeschi. Il 12 settembre entra in azione il nucleo paracadutista nazista che trasferisce il duce a Vienna, quindi a Monaco e infine a Rastenburg, quartier generale di Hitler che costringe l’ospite a riorganizzare gli italiani fedeli all’Asse e concorda le linee-guida del costituendo governo neofascista. Non esiste alcun governo fascista, ma l’esule, un abile propagandista, vuole ripresentarsi agli italiani come reinsediato al potere. La sera del 18 settembre ufficializza da «Radio Monaco» la ricostituzione del partito fascista-repubblicano.

Il dittatore, sotto costante controllo dei nazisti, capisce la propria impotenza. La storia di Benito Mussolini s’identifica con il potere, da lui tenacemente perseguito: dal 25 luglio 1943 è politicamente defunto. La perdita del comando in circostanze umilianti e l’abbandono dei gerarchi e senza significative reazioni dei fascisti – osserva il bel libro di Mimmo Franzinelli «Il prigioniero di Salò» – «distrugge nella testa di milioni di cittadini la percezione del duce quale personificazione dell’autorità. Gli italiani ripudiano Mussolini e le corali manifestazioni d’esultanza divampate nel Paese il 25-26 luglio esprimono sentimenti di liberazione. Lo squagliamento fascista del 25 luglio, con opportunistici tentativi di ingraziarsi i nuovi governanti, proietta angoscianti sospetti su buona parte del ceto politico». Da Rastenburg il duce ordina, in nome di un governo inesistente – «di esaminare la posizione dei membri del Partito in rapporto alla loro condotta di fronte al colpo di Stato, alla capitolazione e al disonore e di segnalare i vili e di punire esemplarmente i traditori». Anche nel novembre 1944 osserva amaramente: «Ogni giorno si scoprono traditori».

Un bruttissimo capitolo è rappresentato dai preti fascisti. Padre Eusebio Zappaterreni, cappellano capo delle Brigate nere, paragona Mussolini a Cristo:

«Giuda Escariote Badoglio, corrotto dall’oro ebraico, ordì il tradimento; Ponzio Pilato Savoia vi rapì sull’atrio e flagellò il popolo, lavandosi le mani nel pianto degli innocenti e nel sangue degli eroi. Il nemico ha crocifisso la Patria. Duce, Iddio vi ha liberato, l’Italia è risorta come Cristo. Si combatte l’ultima battaglia per la salvezza della Patria e della civiltà che da Cristo prende nome e vita. Se Cristo è con noi, quis contra nos! I nemici saranno umiliati e confusi nell’orgoglio della loro potenza ed annientati nella polvere delle nostre macerie. Voi dopo essere stato il capro espiatorio del tradimento in 45 giorni di duro martirio, oggi lavorate indefessamente per la Repubblica e per l’Europa nuova; domani avrete la gioia di trasfigurare il popolo italiano sul Tabor della vittoria. Duce, gli italiani fascisti e non fascisti vi amano, guardano a voi come al salvatore della Patria». Il duce apprezza l’energico francescano che raduna folle strabocchevoli con discorsi infuocati in cui dice che i tedeschi hanno armi distruttive. Il dittatore gli omaggia una fotografia con dedica: «A padre Eusebio, forte soldato di Dio e della Patria».

Don Tullio Calcagno, prete cremonese, ripone ogni speranza nel duce, al quale  scrive: «A garanzia della mia devozione e fedeltà, non ho da darvi altro che il mio nome, con il quale firmo ogni atto e parola mia o che faccio mia, pronto a risponderne in ogni modo, anche con la vita, dinanzi agli uomini e dinanzi alla Patria, l’Italica Sociale Repubblicana: dinanzi a Dio e dinanzi a Voi, che di Dio, nello Stato, credo unico, legittimo supremo rappresentante». Scomunicato dal Sant’Uffizio il 24 marzo 1945, don Calcagno è fucilato dai partigiani. Il duce sa bene che la parte preponderante del clero gli è contraria. Perfino un vecchio estimatore quale il card. Alfredo Ildefonso Schuster arcivescovo di Milano che celebrava in Duomo gli anniversari della «marcia su Roma» e lo paragonava a Cesare Augusto, lo esorta a moderare i comportamenti dei seguaci. Anche padre Agostino Gemelli si è staccato dal dittatore: sono lontani i tempi in cui il rettore dell’Università cattolica denunciava gli studenti antifascisti e li faceva inviare al confino. Dopo le ultime lettere scritte nel 1942-43, si chiude nel silenzio. Gli schedari di polizia della RSI dicono: «Padre Agostino Gemelli, il medico socialista, il frate del Partito popolare, il rettore dell’Università Cattolica filo-fascista, sta cambiando un’altra volta la sua iridescente casacca e diventa democratico cristiano, antifascista e antitedesco».

Pier Giuseppe Accornero

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