Padre Arice, la sanità “profit” taglia fuori gli anziani senza portafoglio

Intervista – Il superiore generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo) commenta il nuovo ddl Anziani a tutela delle persone non autosufficienti recentemente approvato dal Parlamento

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Tra i tanti «cristi abbandonati di oggi, sfruttati e lasciati a se stessi», che Papa Francesco ha citato nell’omelia della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, ci sono anche le persone anziane e con disabilità.

Sul tema della tutela degli anziani non autosufficienti e delle cronicità la scorsa settimana si è tenuto un affollato convegno al Cottolengo di Torino promosso da Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale) di Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, che rappresentano oltre 700 enti del settore socio-sanitario, quasi tutti non profit.

Abbiamo chiesto a padre Carmine Arice, superiore generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo), che solo a Torino conta 3 Rsa (Residenze sanitarie assistenziali) con 520 ospiti, di ragionare sulla situazione delle persone anziane non autosufficienti oggi ed anche sul nuovo ddl Anziani di recente approvato dal Parlamento.

Padre Carmine Arice

Padre Arice, qual è la fotografia degli anziani non autosufficienti oggi, in Italia?

I dati del rapporto Istat sul 2021 mostrano come tra le categorie più a rischio, quelle che il Papa definisce vittime della cultura dello scarto, ci sono proprio gli anziani.

I numeri sono evidenti: in Italia su quasi 14 milioni di persone over 65 circa 3 milioni sono non autosufficienti, fra esse 1,2 milioni hanno patologie neurodegenerative (600 mila, in particolare, sono affette da Alzheimer).

Al 31 dicembre 2020 in Italia si contavano 12.630 strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie con 412 mila posti letto, sette ogni mille persone. Gli ospiti nelle strutture oggi ammontano a circa 400 mila.

Ebbene, alla luce di questi dati dobbiamo in primo luogo chiederci come il sistema di welfare possa far fronte alle reali necessità: c’è certamente bisogno di risorse economiche ed umane. In questo quadro, per esempio, bisogna tenere conto, come mostrano i dati del Censis, che 2,7 milioni di anziani vivono in abitazioni non adeguate alla loro condizione di ridotta mobilità: le case in cui risiedono avrebbero bisogno di interventi infrastrutturali. Sono 1,2 milioni coloro che abitano in alloggi inadeguati o inadeguabili.

A fronte dei numeri che ha citato, dunque, quali risposte dare alle diverse situazioni?

Dati alla mano, il dibattito residenzialità o domiciliarità è sterile: al centro va posta la cura integrale della persona e vanno offerte risposte appropriate perché il mondo degli anziani è complesso.

I circa 400 mila ospiti che vivono nelle Rsa sono quasi tutte persone non autosufficienti con pluri-patologie. Dobbiamo chiederci: un anziano ammalato di Alzheimer di che tipo di assistenza ha bisogno? Senza dubbio ci sono persone con demenze che non possono essere curate a casa, perché la famiglia non ha le forze. Ben venga la domiciliarità ma se ci sono tutte le condizioni perché l’anziano viva una qualità di vita, o meglio «una vita di qualità»: risorse economiche e assistenziali, affinché il restare a domicilio non si trasformi in una segregazione in casa propria.

Dobbiamo anche guardare alla situazione delle famiglie: in Italia ci sono 16,6 milioni di nuclei familiari su 59,11 milioni di abitanti: il rischio dunque è quello di porre sulle spalle di pochi dei pesi che non è possibile sostenere.

Come accennavo dobbiamo porre attenzione anche al tema della qualità di vita, che non va analizzata in modo astratto: è necessario mirare a tutto il benessere possibile, in senso olistico. La dignità di vita in qualsiasi situazione deve essere un dato incondizionato. Per questi motivi preferisco parlare di «vita di qualità»: dobbiamo offrire tutta la qualità possibile, qualsiasi sia la condizione esistenziale della singola persona.

Arriviamo dunque al ddl Anziani…

Il ddl ha certamente degli aspetti positivi. In primo luogo il fatto di aver dato un’attenzione specifica al tema della non autosufficienza degli anziani, riconoscendone il diritto alla cura e dunque il dovere del welfare di dare le risposte appropriate. Su questo punto andrebbe applicato l’articolo 32 della Costituzione: il diritto alla salute è per tutti, e dunque lo Stato deve garantire cure alle persone indigenti.

È poi positivo anche aver richiamato l’attenzione sull’importanza e la centralità dell’assistenza a domicilio, dove – ricordiamolo – vive la maggior parte degli anziani non autosufficienti.

Ritengo importante il fatto che si ponga l’attenzione non agli anziani in generale ma al singolo anziano con un approccio personalizzato, grazie anche ad alcuni strumenti concreti come il Progetto assistenziale individualizzato (il Pai), i Centri unici di valutazione: sono tutti modi che permettono di costruire un progetto di vita per l’anziano, in senso specifico. È fondamentale, infatti, passare dai numeri alla persona. È apprezzabile anche la volontà di superare il tema della frammentazione dei servizi e delle risposte puntando a promuovere, come ho già sottolineato, una qualità di vita con un approccio olistico.

Quali sono, invece, secondo lei gli aspetti critici della legge?

Prima di tutto penso sia fondamentale superare un certo retroterra ideologico che vede la contrapposizione tra la residenzialità in strutture e la domiciliarità. Dobbiamo, infatti, passare da una visione esclusivista ad una inclusiva, cercando la risposta più appropriata per ciascuna persona: il criterio che deve guidare il dibattito è proprio quello dell’appropriatezza degli interventi. Sotto questo profilo occorre dunque un sostegno alle strutture proprio per l’importanza che assumono in tutte le situazioni in cui non è possibile la permanenza a casa. Nel continuum assistenziale di cui si parla ci sono certamente anche le Rsa.

In secondo luogo va definito accuratamente il ruolo degli enti del Terzo Settore di cui il welfare non può fare a meno tenendo presente la distinzione, come ha sottolineato il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio intervenendo al convegno di Uneba, tra enti privati profit ed enti privati non profit.

Sotto questo profilo rilevo come stiano aumentando gli enti profit a fronte di una domanda in continua crescita. Dobbiamo dunque vigilare perché il rischio è che i poveri siano ancora una volta penalizzati e scartati. Il ruolo del Terzo Settore è poi fondamentale non solo sulla residenzialità, ma anche sulla domiciliarità perché molti di questi enti, tra cui il Cottolengo, lavorano anche sul territorio, a casa delle persone.

Mi preoccupa soprattutto il fatto che questa riforma vada attuata «con risorse a legislazione vigente»: le risorse sono già carenti ora, servono per esempio investimenti per intervenire sull’edilizia delle case in cui abitano anziani non autosufficienti.

Mi domando dunque se fare ricorso al fondo sanitario nazionale Lea (fondo non autosufficienza), al fondo per le Politiche sociali o al fondo Caregiver non produrrà un effetto «coperta di Linus». In sostanza una legge senza risorse rischia di essere «una cornice senza quadro».

Dobbiamo poi considerare che i dati sulla popolazione non autosufficiente sono destinati a crescere: le proiezioni ci dicono che tra dieci anni le persone affette da patologie neurodegenerative passeranno da 1,2 a 4 milioni. Infine ritengo sia fondamentale garantire una reale possibilità di scelta da parte dell’utente sul tipo di cura, senza che ne sia penalizzato.

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