Padre Nkinga: “Africa, i cristiani segno di unità”

Intervista – A colloquio con il missionario della Consolata, cappellano del gruppo ecumenico della parrocchia San Giuseppe Cafasso a Torino: “con il viaggio del Papa in Congo e in Sud Sudan ancora una volta Francesco si fa pellegrino per dire alla gente di non avere paura della pace”

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Padre John Nkinga (al centro); a destra don Angelo Zucchi, parroco a San Giuseppe Cafasso la parrocchia che ospita il Gruppo ecumenico di preghiera

«Siamo molto preoccupati: gli attacchi alle chiese cristiane sono frequenti. Quando sentiamo le nostre famiglie ci dicono che hanno paura: tra un mese in Nigeria ci saranno le elezioni parlamentari e presidenziali per questo c’è molta tensione. Domenica scorsa, appena abbiamo saputo della morte di padre Isaac Achi, parroco cattolico bruciato vivo in un incendio appiccato da alcuni banditi che volevano entrare nella sua parrocchia, padre John ci ha invitati a pregare per lui e per la pace nel nostro Paese. Anche oggi abbiamo pregato perché i conflitti tribali che insanguinano la Nigeria da anni cessino e si possa consolidare la democrazia».

Angel Meg Ivy Okosun, mediatrice interculturale all’Ufficio minori stranieri del Comune, è una delle animatrici del Gruppo ecumenico di preghiera – unica realtà della diocesi che raduna 60 famiglie di migranti nigeriani cattolici e pentecostali – ospitato da 15 anni nella chiesa succursale della parrocchia San Giuseppe Cafasso nella periferia Nord di Torino. Le famiglie ogni domenica si incontrano per celebrare la liturgia festiva in inglese presieduta da padre John Nkinga, missionario della Consolata originario del Kenya, dal 2020 cappellano del Gruppo ecumenico, che abbiamo incontrato al termine della preghiera domenica 22 gennaio.

«Mai i cristiani sono stati così perseguitati, neppure alle origini della Chiesa». Sono le parole di Papa Francesco dopo i recenti massacri in Congo, Nigeria e Myanmar. È due domeniche che durante la liturgia festiva che lei presiede ha invitato a pregare per la pace in Africa. Qual è il suo stato d’animo?

Con la preghiera per padre Isaac e per tutti i cristiani perseguitati in Nigeria e in altri paesi africani cerchiamo di essere vicini ai nostri fratelli che soffrono. Ma è anche una preghiera di supplica, in sintonia con i Vescovi nigeriani, perché davvero le elezioni cambino la vita e riportino la speranza in quella nazione, sesta al mondo per popolazione con 218 milioni di abitanti e tra i Paesi più giovani al mondo, il più grande produttore di petrolio del Continente, ma con una povertà che affligge circa la metà dei nigeriani con conflitti territoriali e attacchi da parte di  gruppi criminali o terroristi tra cui Boko Haram, l’organizzazione jihadista, nata in Nigeria nel 2000, oggi diffusa in diversi stati africani.

All’udienza generale di mercoledì 18 gennaio, Papa Francesco ha chiesto di «pregare per padre Isaac e per i cristiani perseguitati». Il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, ha detto che la Chiesa italiana è vicina con la preghiera alla gente che in Nigeria è martire per la propria fede. Cosa possiamo fare noi cristiani qui in Italia per essere vicini ai nostri fratelli in Africa?  

Non possiamo voltarci dall’altra parte quando un cristiano viene ucciso per la sua fede. Padre Isaac e tutti i cristiani che in Africa e nel mondo sono perseguitati sono uno di noi, sono nostri fratelli e sorelle. È come se Erode tornasse ad uccidere i nostri figli. Per questo è molto importante far sentire la nostra vicinanza, non solo noi africani che abbiamo un pezzo delle nostre famiglie e dei nostri amici laggiù. Tutti i battezzati che rischiano la vita a causa della loro fede devono sapere che noi tutti siamo con loro, che ogni giorno preghiamo per loro: se si è uniti nella preghiera si è meno soli. E poi, qui come in Africa, è essenziale, come ci dice Papa Francesco, mettere al centro la persona, la sua dignità, educare alla sacralità della vita, combattere l’indifferenza. E questi valori si imparano da bambini, in famiglia prima ancora che a scuola o in chiesa. Da noi in Kenya si dice che la «famiglia è l’umanità», è la base di tutta la società. Il famoso proverbio africano «per crescere un bambino di vuole un intero villaggio» è l’essenza della famiglia dove tutti concorrono a crescere i figli così non si sentiranno mai soli. Ecco questa è la Chiesa di Papa Francesco: tutti siamo corresponsabili dei nostri fratelli che soffrono o vengono uccisi in nome del Vangelo. Per questo il Papa dice che non serve a nulla dare l’elemosina a chi tende la mano se non riesci a guardalo negli occhi o a dargli una carezza, fargli sentire che sei suo fratello.

Il Papa ha più volte detto che in Africa si sta combattendo una «terza guerra mondiale a pezzi» spesso dimenticata. Di cosa ha bisogno il Continente più giovane del mondo per vivere in pace e perché i suoi figli non debbano emigrare per fuggire dalla violenza e dalla povertà?

L’Africa avrebbe tutto in termini di ricchezze e risorse per vivere senza chiedere nulla all’Europa o alle potenze mondiali eppure da sempre è un Continente depredato, chi ci governa spesso è corrotto e non pensa al benessere della sua gente ma al proprio interesse e a quello del suo entourage, le lotte tribali o di religione sono funzionali a chi ha interesse a mantenere lo status quo: per questo in molti Paesi africani è così difficile che si insedino governi democratici dove trionfi la giustizia, dove si operi per lo sviluppo del Paese, l’alfabetizzazione, dove la «torta nazionale», come diciamo in Kenya, venga divisa equamente per tutte le bocche. I popoli africani hanno bisogno di giusti amministratori, la comunità internazionale dovrebbe cooperare perché la democrazia si diffonda nel nostro Continente. Se l’Africa cammina con le sue gambe, se si crea sviluppo nei nostri Paesi, tutto il mondo sta meglio.

Il Papa visiterà il Congo, dove c’è una guerra in corso e il Sud Sudan, dove nonostante gli accordi di pace del 2018, la violenza non è mai cessata. Cosa significa per voi africani questo viaggio?

È un viaggio che ci fa sentire come Francesco sia vicino ai popoli africani, ancora una volta si fa pellegrino, nonostante la situazione difficile in quei Paesi, per dire alla gente di non avere paura della pace e dell’unità. Il suo è anche un viaggio ecumenico di grande significato per il Sud Sudan ma per tutta l’Africa dove molti sono i conflitti religiosi in corso. Francesco dall’Africa e all’Africa dirà ancora una volta che la pace è possibile e a noi cristiani che dobbiamo essere segno di unità. Così, come nel 2019 a Santa Marta con un gesto storico e «fuori programma» che sorprese tutti, si inginocchiò davanti ai leader politici del Sud Sudan baciando i loro piedi chiedendo come un fratello di rimanere nella pace, così anche tra qualche giorno bacerà quella terra che soffre. E noi sentiremo la carezza di Dio.

Il Gruppo ecumenico di preghiera

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