Palazzo Carignano: non solo Museo del Risorgimento

Torino – In queste settimane ci sono due motivi in più per visitare il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. Il motivo normale è che la sua raccolta di documenti, cimeli, immagini, video filmati, … è la più importante del Paese, tra quelle dedicate al periodo storico che porto all’unità italiana che coprì quasi tutto il XIX secolo

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In queste settimane ci sono due motivi in più per visitare il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino. Il motivo normale è che la sua raccolta di documenti, cimeli, immagini, video filmati, ecc. è la più importante del Paese, tra quelle dedicate al periodo storico che porto all’unità italiana che coprì quasi tutto il XIX secolo.

Il museo, infatti, è l’unico che può vantare l’aggettivo nazionale nella sua denominazione e si tratta di un riconoscimento che gli dà un rilievo particolare, rispetto alle altre raccolte museali dedicate allo stesso tema che si trovano in molte altre città. Sia la vastità e la qualità delle sue testimonianze, sia il luogo stesso in cui è situato (Palazzo Carignano, sede della Camera dei Deputati del Regno di Sardegna e, in seguito, prima sede del Parlamento nazionale), danno alla sua visita un sapore più genuino, rispetto ad analoghe collezioni: là ci si può informare sul Risorgimento in uno dei luoghi in cui è stato prima pensato e poi realizzato.

Un altro motivo di visita è dato dalla mostra Garibaldi, icona pop(olare), organizzata per commemorare i 140 anni dalla sua morte ed ospitata nelle sale del palazzo alla fine del percorso storico.  Offre l’opportunità di apprezzare quanto l’eroe dei due mondi sia (stato?) presente nell’immaginario collettivo di varie generazioni in molte nazioni a cavallo degli oceani e non solo in Italia. La sua originale figura è presentata con ceramiche, dischi, pubblicità, articoli da fumo, fotoromanzi, fumetti e giornali… oggetti i più diversi che hanno fatto di Giuseppe Garibaldi un simbolo senza tempo.

Il secondo motivo è collegato alla presenza contemporanea di un’altra mostra, collocata sempre alla fine del percorso risorgimentale:  Novant’anni di bollicine, che ricorda il 90° anniversario della fondazione del Consorzio per la tutela dell’Asti (spumante e moscato), esposizione precedentemente già allestita a Palazzo Mazzetti ad Asti. Non si tratta solo una celebrazione delle eccellenze vinicole  delle colline astigiane (ed alessandrine e cuneesi), ma è anche l’occasione di riflettere su una realtà economica che coinvolge oltre mille aziende consorziate e che produce annualmente quasi novanta milioni di bottiglie, delle quali oltre i tre quarti sono destinate al mercato estero.

Ma, al di là delle cifre e delle caratteristiche della produzione dei vini, che vengono ben spiegate ad inizio percorso, l’esposizione è un interessante salto indietro nella storia della pubblicità. Ci sono le promozioni televisive più recenti, ma anche quelle in bianco e nero degli albori, quelle del mitico Carosello, nelle quali, per sostenere il prodotto, attori e attrici famosi recitavano veri e propri mini copioni teatrali, la cui visione,  per i bambini degli anni Sessanta, rappresentava la linea di confine tra il giorno e la notte: “Si va a letto dopo Carosello”.  Sono inoltre esposti parecchi manifesti pubblicitari d’epoca, vere e proprie opere d’arte di maestri del genere, come Armando Testa, Guido Crepax ed altri.

Il Consorzio dell’Asti veniva fondato nel 1932, lo stesso anno di nascita di Vittorio Vallarino Gancia, scomparso ad inizio novembre, che fu uno degli eredi della dinastia piemontese dei Gancia, un tempo proprietari dell’omonima azienda vinicola, un cui antenato (Carlo) produsse a metà Ottocento il primo spumante italiano, proprio a base di uve moscato. Nel 1975 Vallarino Gancia fu vittima di un rapimento operato dalle Brigate Rosse e fu liberato in seguito ad un conflitto a fuoco nel quale persero la vita un appuntato dei Carabinieri, Giovanni D’Alfonso, e la brigatista Mara Cagol. Si trattò di un episodio in cui alcuni rapitori riuscirono a scappare e non vennero mai identificati. L’inchiesta è stata recentemente riaperta su richiesta del figlio di D’Alfonso. A metà degli anni Settanta, l’epoca di Carosello era ormai finita.

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