Papa Francesco affida al cardinale Zuppi la missione di mediazione per l’Ucraina

È il cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, proprio alla vigilia della 77ª assemblea Cei, a ricevere l’incarico di Papa Francesco di una missione di pace, una settimana dopo la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Papa Bergoglio e a Roma

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Cardinale Zuppi

«Ci sarà una missione di pace. A quanto mi risulta, le due parti sono state a suo tempo informate: mi sorprende che dicano il contrario». Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin conferma la «missione di pace» per l’Ucraina di cui ha parlato Papa Francesco domenica 30 aprile nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno da Budapest. Aggiunge il cardinale: «Non so se ci siano le condizioni per il cessate il fuoco. Lo speriamo. L’iniziativa del Vaticano va in quella direzione».

La Santa Sede si impegnerà per far tornare i bambini ucraini portati in Russia: «È un problema di umanità». Nel colloquio con i giornalisti sull’aereo che da Budapest lo riporta a Roma (30 aprile 2023), afferma: «La Santa Sede ha fatto da intermediario in alcuni scambi di prigionieri. Siamo disposti a farlo perché è giusto. Dobbiamo aiutare perché questo non è un “casus belli” ma un caso umano. È un problema di umanità prima che un problema di bottino di guerra o di trasloco (deportazione) di guerra. Tutti i gesti umani aiutano; i gesti di crudeltà non aiutano. Dobbiamo fare tutto quello che è umanamente possibile. Penso alle tante donne che vengono nei nostri Paesi con i bambini, e i mariti o sono morti o combattono in guerra. Ora sono aiutate, ma non bisogna perdere l’entusiasmo: quando cade l’entusiasmo, queste donne rimangono senza protezione, con il pericolo di cadere nelle mani degli avvoltoi. Bisogna aiutare tutti i rifugiati. Questa missione non è ancora pubblica: quando lo sarà, lo dirò». Il momento è arrivato.

È il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, proprio alla vigilia della 77ª assemblea Cei, a ricevere l’incarico di Papa Francesco di una missione di pace, una settimana dopo la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Papa Bergoglio e a Roma. Il portavoce vaticano Matteo Bruni parla di «una missione, in accordo con la Segreteria di Stato, che contribuisca ad allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina, nella speranza, mai dimessa dal Papa, che questo possa avviare percorsi di pace. I tempi di tale missione e le sue modalità, sono allo studio». Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario della Cei, accoglie «come  segno di grande fiducia e con i migliori auspici la decisione»; invita le comunità ecclesiali e, in particolare, i monasteri «ad accompagnare con la preghiera questa missione affinché porti frutto e aiuti a costruire processi di riconciliazione». Considerate l’importanza e la delicatezza dell’incarico – dice Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – «il cardinale non rilascerà interviste né dichiarazioni fino a quando non sarà ritenuto opportuno, d’intesa con il Papa e la Santa Sede». Secondo indiscrezioni de «il Sismografo» Zuppi si recherebbe a Kiev e il prefetto del dicastero per le Chiese orientali, l’arcivescovo Claudio Gugerotti, vedrebbe Putin a Mosca. Ma Gugerotti ha smentito seccamente. Cambia lo schema per la missione di pace. Finora si è ragionato sulla falsariga di quanto avvenne con Giovanni Paolo II. Inviò due cardinali: l’italiano Pio Laghi a Washington dal presidente George Bush junior – dove era già stato come nunzio – e il francese Roger Etchegaray a Baghdad da Saddam Hussein per scongiurare la seconda guerra del Golfo (20 marzo-18 dicembre 2002) dopo la prima (2 agosto 1990-28 febbraio 1991). Una cosa non deve mancare: la preghiera, come ricorda Francesco ricevendo i Missionari Monfortani per il 38° Capitolo generale: invoca l’intercessione della Vergine al cui Cuore Immacolato consacrò l’Ucraina e la Russia e chiede «di rinnovare l’atto di affidamento e la supplica».

A Roma 31 anni fa, il 4 ottobre 1992, festa di San Francesco d’Assisi, Joaquim Chissano, presidente mozambicano e segretario del Frente de Libertação de Moçambique, Fronte di liberazione del Mozambico (FreLiMo) e Afonso Dhlakama, capo della Resistência Nacional Moçambicana, Resistenza nazionale mozambicana (ReNaMo) firmano un «Accordo generale di pace» che mette fine a 16 anni di guerra civile, con un milione di morti e oltre 4 milioni di profughi. Culminava così il lungo negoziato durato oltre due anni, dal luglio 1990, nella sede romana della Comunità di Sant’Egidio. Tra i protagonisti, il fondatore di Sant’Egidio lo storico Andrea Riccardi; don Matteo Maria Zuppi, allora assistente della Comunità, e oggi cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Cei; mons. Jaime Gonçalves, arcivescovo di Beira; Mario Raffaelli, rappresentante del governo italiano. L’allora segretario generale dell’Onu Boutros-Ghali parlò di «formula italiana» per descrivere l’attività pacificatrice della Comunità, fatta di riservatezza e informalità.

Per il card. Zuppi «le sofferenze del popolo del Mozambico ci colpirono molto. Nacque la convinzione che la pace è sempre possibile ed è nelle mani di ciascuno». Grazie alla pace il Mozambico, uno dei Paesi più poveri, «ha potuto risollevarsi e lavorare alla crescita economica e sociale». Trent’anni dopo gli accordi, la minaccia in Mozambico viene dagli attacchi terroristici degli estremisti islamici che nelle province del Nord hanno provocato oltre 900 mila sfollati. Sant’Egidio conta nel Paese migliaia di volontari di ogni età – impegnati nelle «Scuole della pace», nei programmi «Dream» per la cura dei malati di Aids e «Bravo» per la registrazione anagrafica dei minori – e cerca di rispondere alle domande di aiuto.

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